Rapsodia Boema, parte seconda

San Venceslao, John Lennon, Michail Bachtin, Ginger Rogers e Fred Astaire

Piazza San Venceslao (Václavské náměstí), che più che una piazza è un ampio viale in pendenza, rappresenta il simbolo dell’identità ceca e praghese. Qui hanno avuto luogo gli eventi più importanti della storia di Praga: qui il 28 ottobre 1918 venne dichiarata l’indipendenza dall’Impero austro-ungarico, qui il 24 novembre 1989 Václav Havel e Alexander Dubček annunciarono la fine della dittatura comunista in Cecoslovacchia.

Il museo di Storia Nazionale al momento è chiuso, tutto ricoperto da teli e circondato da impalcature: lo stanno ristrutturando, credo che i lavori andranno avanti ancora qualche anno. Il monumento che commemora Jan Palach e Jan Zajíc è poco visibile e un po’ trascurato. Hanno trasferito parte delle collezioni e allestito un museo temporaneo nell’edificio accanto, sempre in piazza San Venceslao. Abbiamo fatto un giro: oltre alla collezione di scienze naturali era in esposizione una mostra su Tomáš Garrigue Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia.

“Corre il dolore bruciando ogni strada e lancia grida ogni muro di Praga…”

A proposito di muri, merita una visita il cosiddetto “muro di John Lennon”. Pare che durante il regime comunista John Lennon fosse un mito per i ragazzi cechi – all’epoca non si poteva ascoltare liberamente la musica occidentale. Qualcuno lo ritrasse su un muro di Malá Strana, accanto all’ambasciata francese, che divenne presto il ritrovo dei giovani dissidenti. La polizia segreta lo imbiancava di giorno, e di notte il muro veniva dipinto di nuovo con scritte a sfondo pacifista e disegni inneggianti alla libertà. Anche dopo la Rivoluzione di Velluto il muro ha continuato a essere un punto di ritrovo e oggi chiunque passa lascia la sua firma e il suo messaggio, non necessariamente profondo. Si è ridotto a un muro scarabocchiato – però ha il suo perché.

Meta favorita per gite di classe e addii al celibato, Praga ha una strana vocazione alla trasgressione: i negozi di souvenir sembrano vendere solo oggetti variamente legati alla cannabis (la Repubblica Ceca è tra gli stati europei che ne consuma di più e la legislazione sulle droghe leggere è abbastanza permissiva) e mignon di assenzio. Credo però che la situazione sia migliorata, rispetto a una decina di anni fa, e comitive troppo sconvolte noi non ne abbiamo incontrate; forse quel tipo di turismo da alcol & night club si è spostato in qualche altra capitale dell’Est Europa.

La cucina praghese è sostanziosa e senza fronzoli, nel migliore stile mitteleuropeo. Il nostro primo pranzo è a base di carne di maiale e gnocchi di patate, che pare siano la specialità nazionale (hanno una consistenza un po’ stopagoss, come si dice a casa mia). La combinazione  arrosto di maiale-gnocchi-crauti va per la maggiore, e viene familiarmente chiamata vepřo-knedlo-zelo. La cena è a base di ginocchio di maiale: come uno stinco, ma più grosso e più grasso. Tutti i pasti sono annaffiati da pilsner fresche e beverine, perché in Repubblica Ceca la birra è un affare importante: è uno dei Paesi che ne consuma di più in assoluto, e il dato non stupisce, dato che costa meno dell’acqua. La prima bionda del mondo è stata creata proprio dai mastri birrai boemi nel 1842: si tratta della Plzeňský Prazdroj, oggi conosciuta con il nome tedesco Pilsner Urquell.

Al ristorante del primo pranzo, al tavolo accanto al nostro, c’era un gruppo di persone tutte truccate e vestite in modo buffo con drappi maculati e piume – una specie di assemblea rumorosa di re e regine della giungla. Continuavano a brindare e bere, brindare e bere; sono usciti dal locale tutti barcollanti con le loro trombe e trombette. Pensavamo fossero musicanti o teatranti un po’ matti in turnè, e invece no: erano alcuni degli oltre 1300 partecipanti al Guggemusik Festival, una parata itinerante di bande di carnevale tipica dei paesi di lingua tedesca. Erano davvero tanti, divisi in gruppetti di 10-30 persone l’uno, dal trucco diverso eppure simile; e suonavano con gran passione tutti gli strumenti possibili, dal triangolo alla grancassa. In mezzo al casino mi è venuto in mente Michail Bachtin: il carnevale come festa del tempo e del divenire, sovversione della gerarchia, liberazione e trasgressione temporanea delle regole, dei tabù. Mentre mi sospingevano verso il Ponte Carlo, ho invidiato quei matti danzanti dalle facce dipinte.

Passato il corteo e scesa la calma, percorriamo il lungofiume verso Nové Mesto, la città nuova, alla ricerca di altri due ballerini: Ginger e Fred, come familiarmente vengono chiamati dai praghesi i due edifici che costituiscono la cosiddetta Casa Danzante (Tančící dům). Si tratta di un’audace architettura moderna, progettata dall’architetto croato Vlado Milunić in cooperazione con il canadese Frank Gehry. Il piano originale prevedeva di farne un centro culturale, ma non fu mai realizzato; ospita oggi un albergo, un ristorante all’ultimo piano da cui si gode una bella vista sulla città, e degli uffici. La costruzione iniziò nel 1994 e terminò nel 1996. Quando fu inaugurata, non a tutti piacque e ci furono delle controversie, ma oggi è uno dei simboli di Praga.

Giusto il tempo di una birra al bar della stazione, un panino di Subway in aeroporto, ed è arrivato il momento di partire. Insomma, ti ho vista un po’ troppo in fretta, Praga. Spero di rivederti presto – magari un fine settimana di fine estate, o magari proprio in primavera, la tua stagione più bella.

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