Archivi categoria: Scrivere

Trieste tra le pagine: Slataper, Svevo, Joyce, Saba

Canottieri_Trieste

Canottieri a Trieste, visti dal Molo Audace

Trieste è un luogo particolare. Una città di frontiera, che le vicende storiche hanno isolato a lungo dal resto d’Italia, punto d’incontro tra lingue e culture diverse, sospesa tra il mito mitteleuropeo e quello di una letteratura unica, inquieta, malinconicamente enracinée. Sono molti i personaggi che hanno reso Trieste luogo fortissimamente letterario: incontriamo Scipio Slataper, caduto sul Podgora nel 1915 a soli ventisette anni, che cammina di notte per i vicoli della città vecchia, annoiato e a disagio mentre visioni postribolari si succedono davanti ai suoi occhi di ragazzo, o all’alba lungo i moli, osservando il frenetico svegliarsi del porto e dei suoi lavoranti: Il sole strabocca aranciato sul retto filo grigio dei magazzini. Il sole è chiaro sul mare e nella città. Sulle rive Trieste si sveglia piena di moto e colori (da Il mio carso, 1912).

Tramonto_Trieste

Il sole, mentre strabocca aranciato…

È un lungo elenco che inizia come una favola a raccontare la Trieste di Svevo:

Continua a leggere

Annunci

Il mio Portogallo

Lisboa

Mio, aggettivo possessivo, sta spudoratamente a indicare una sensazione di proprietà, possedimento, per la serie “è mio e guai a chi me lo tocca”. Alcune volte non è un bel sentimento: se riferito a un oggetto, può indicare un attaccamento spesso malsano alle cose materiali; se riferito a una persona, può indicare gelosia e sospetto. Altre volte, indica semplicemente un’adesione affettuosa, candida, una vicinanza e una comunanza. Messo accanto a un Paese intero, che vuol dire quell’aggettivo? Vuol dire un richiamo che non so spiegare, un sorriso scemo quando sento qualcuno parlare in portoghese sull’autobus a Milano, l’immagine di cieli pazzescamente azzurri. Il fastidio quando qualcuno lo critica, un altro sorriso scemo alla vista di un umile lupino, ore passate a decifrare le metafore nascoste nelle canzoni di Rui Veloso. Fatto sta che io di questo Paese vado pazza. Sono stata la prima volta in Portogallo nel febbraio del 2008, per un weekend lungo a Lisbona e dintorni: non ha fatto altro che piovere, ininterrottamente, per quattro giorni. Nubi nere, sanpietrini bagnati e scivolosi, alto rischio di finire sotto al tram 28 in una di quelle vie dell’Alfama talmente strette che o passi tu, o passa lui. Eppure io di quella città mi sono innamorata, nonostante il vento freddo e le calze sempre fradicie. Continua a leggere

Di balene e di tacchini

Come Giona che si ritrovò nel ventre della balena (e Astolfo, e il barone di Münchhausen, e il buon Pinocchio) mi ritrovo in un luogo sconosciuto, allo stesso tempo caotico e intrigante, in cui mi muovo a tentoni. Ma non si sta poi così male nelle viscere di questo mostro marino, una volta che ci si abitua alla penombra: mi accuccio in un angolo confortevole e comincio a raccontare.

La parola blog non mi piace, trovo che abbia un suono brutto. Anche senza considerare quella chiusura così aggressiva e tronca in -g- dura, quel -bl- iniziale mi fa pensare ai gorgogli di un uomo che sta per affogare, alle pernacchie, a una reazione un po’ schifata. La prima associazione è con la parola blob: che nel nostro lessico è innanzitutto un programma televisivo, ma che in inglese designa una massa informe, infida, implacabile.

E’ un fluido mortale in un horror fantascientifico del 1958 con Steve McQueen (The Blob, di Irvin Yeaworth), è l’orrida tapioca propinata a Calvin per pranzo che prende vita e lo smangiucchia sputacchiandone le ossa.

green-vegetables Continua a leggere