La piccola saudade

Una delle cose che più mi affascinano della lingua portoghese è il suo uso spropositato dei suffissi. Potenzialmente, ogni singola parola può cambiare di dimensione e significato grazie all’aggiunta di qualche lettera che ne modifica la terminazione: un bacio, ad esempio, può diventare un grosso, schioccante beijão o un delicato beijinho. Anche in italiano, del resto, abbiamo bacini e bacioni; ma, a differenza di quello che spesso accade nella nostra lingua, i suffissi diminutivi in portoghese non suonano mai stucchevoli, non irritano, non attribuiscono minor valore all’oggetto o concetto cui si riferiscono. Al contrario, arricchiscono le parole di sfumature varie, che possono andare dall’ironia, alla complicità, alla modestia.

Ma il grande tesoro della lingua portoghese è la parola saudade: una parola-mondo, che non esiste in nessuna altra lingua, che non ha sinonimi né corrispondenze. Tutta la cultura portoghese, a partire dal fado, è impregnata di questo sentimento struggente, che Antonio Tabucchi ha cercato di spiegare così:

Un grande linguista ha detto che è impossibile spiegare il senso della parola formaggio a una persona che non ha mai assaggiato un formaggio. Per capire cos’è la saudade, dunque, niente di meglio che provarla direttamente. Il momento migliore è ovviamente il tramonto, che è l’ora canonica della saudade, ma si prestano bene anche certe sere di nebbia atlantica, quando sulla città scende un velo  e si accendono i lampioni. Li, da soli, guardando questo panorama davanti a voi, forse vi prenderà una sorta di struggimento. La vostra immaginazione, facendo uno sgambetto al tempo, vi farà pensare che una volta tornati a casa e alle vostre abitudini vi prenderà la nostalgia di un momento privilegiato della vostra vita in cui eravate in una bellissima e solitaria viuzza di Lisbona a guardare un panorama struggente. Ecco, il gioco è fatto: state avendo nostalgia del momento che state vivendo in questo momento. E’ una nostalgia al futuro. Avete sperimentato di persona la saudade.

[Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli coll. I Narratori pag. 168]

Ci sono usi più quotidiani, seppur poeticissimi, della saudade: ad esempio, se sentiamo la mancanza di un amico lontano, possiamo dirgli tenho saudades tuas. Mi manchi, ma in un senso profondo, contradditorio, ti penso e il tuo pensiero mi rallegra e allo stesso tempo mi intristisce, perché non so quando ci rivedremo, perché so che i momenti passati insieme non torneranno, perché quei momenti spensierati li rivivo ogni volta che ti penso. La saudade è un bel casino. È sfiancante, è immensa. È un sentimento che mi perseguita: saudade degli amici che ho incontrato, delle strade che ho percorso, delle canzoni che ho ascoltato. Questo spazio nasce principalmente per questo, per matar a saudade, per trovare un posto ai miei ricordi di vita e di viaggio, passati e presenti.

C’è da dire che la saudade nella sua accezione classica è un po’ tragica, totalizzante, malinconica. Per questo ho scelto la versione piccolina e sorridente: una saudadinha degli affetti e dei luoghi, per chi ne vorrà seguire le storie.

Saudadinha pura di fronte al convento di Novodevichy, Mosca

Saudadinha pura di fronte al convento di Novodevichy, Mosca

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