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Barcellona in primavera

La mia prima volta a Barcellona è stata soleggiata e curiosa. Curiosa come me, alla scoperta di una città che non conoscevo, con qualche preconcetto e gli occhi come sempre spalancati. Tutti amano Barcellona, e tutti la odiano; ha tanti detrattori perché è sporca, è pericolosa, è piena di turisti… il che non mi è sembrato granché vero. I turisti c’erano ed erano anche tanti, ma ancora non era alta stagione, la primavera faceva appena capolino. Non è più sporca né più pericolosa di tante altre grandi città; ecco, magari tenete stretta la borsa sulla leggendaria Rambla, il viale più famoso di Spagna. Che poi è pure, secondo me, la zona meno bella di Barcellona.

Proseguite lungo la Rambla fino al monumento a Colombo, strategicamente posizionato dove inizia il mare. L’esploratore indica col dito l’orizzonte, verso una direzione non molto chiara: non l’America, non Palos, da cui salparono le caravelle, non Genova, la sua città natale. A quanto pare indica l’isola di Mallorca – ma non ho capito bene perché.

Avanti e avanti, lungo il mare, che in questa stagione è chiaro e tranquillo. Buttatevi sulla sinistra ed inoltratevi nella Ribera, un bel quartiere di viuzze e polperie. Spiluccate qualche tapas sorseggiando una birra ghiacciata, bevete un caffè, riprendete il cammino. Fate una passeggiata nel Parc de la Ciutadella: la domenica sembra essere fatta per questo. Un girotondo di bambini e adulti, bonghi e bolle di sapone. Una sosta davanti alla bellissima Cascada Monumental e una di fronte alla glorieta dove nel 1991 fu assassinata la transessuale Sonia Rescalvo Zafra. Dormiva al riparo di questo gazebo, ora dedicato a lei, quando una banda di neonazisti le fracassò il cranio a calci e pugni.

Architettonicamente parlando, Barcellona è caratterizzata da due grandi stili: uno è il gotico medievale, che troviamo nella parte antica della città e in particolare nel suo cuore, che si chiama giustappunto Barri Gòtic. Narra storie di chiese maestose, che a differenza di altre chiese gotiche europee si sviluppano in larghezza più che in altezza; pochi pinnacoli, molti grandi rosoni. Le più belle, oltre alla Cattedrale, sono Santa Maria del Mar e Santa Maria del Pi. L’altro è il modernismo, movimento internazionale che si sviluppò in tutta Europa (con nomi diversi: art nouveau, liberty, Jugendstil) tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, volto a proporre un nuovo linguaggio architettonico, anticlassico, trasgressivo, ornamentale, plastico. Se a Barcellona ebbe una personalità tale da parlare nello specifico di modernismo catalano, il merito fu principalmente di quel matto di Antoni Gaudí, che plasmò la sua visione del mondo in una serie di edifici che ora costituiscono dei veri e propri simboli di Barcellona.

Il modernismo fu strettamente legato al clima di prosperità che si respirava in quegli anni e all’ascesa della borghesia come classe sociale dominante; se oggi le strade di Barcellona sono disseminate di fregi liberty è perché le famiglie ricche ci tenevano a sfoggiare il loro benessere economico e ingaggiavano gli architetti e gli scultori più in voga affinché decorassero gli interni e gli esterni delle loro case. Nacquero così, su commissione, le esuberanti Casa Batlló (1904-1907) e Casa Milà, detta La Pedrera (1906-1912). Entrambe sono state dichiarate dall’Unesco Patrimoni dell’Umanità.

Ma il grande capolavoro di Gaudí è la Sagrada Família, probabilmente tra gli edifici religiosi più strambi al mondo. Il devotissimo Gaudí vi lavorò per oltre quarant’anni, di cui gli ultimi quindici a tempo pieno, finché nel 1926 non morì, investito da un tram. La cattedrale rimase incompiuta, e lo è tuttora; i lavori vanno avanti e non dovrebbero terminare prima di altri dieci anni almeno. Rassegnatevi a gru e ponteggi nelle vostre fotografie; del resto a me fanno simpatia, ricordano la perpetua fabbrica del Duomo. L’emozione che si prova vedendola è molto forte, già da lontano; man mano che ci si avvicina e i particolari acquistano nitidezza, ci si sente sempre più piccolini. È immensa, imponente, sacra: l’architetto di Dio volle fondervi una sublime tensione verso il cielo e una componente terragna e sanguigna, organica, che trasforma gli elementi strutturali in ossa, muscoli e nervi tesi.

Barcellona vive la stessa età di cambiamento di tante città europee che stanno cambiando faccia in questi anni. La famigerata gentrification colpisce anche qua. Si è rifatta il trucco e il porto non è più un luogo malfamato e pericoloso. Nel Barri Gòtic c’è una piazzetta dove ci siamo ritrovati per caso, intitolata allo scrittore George Orwell (Orwell combattè contro Franco durante la guerra civile spagnola e rimase in Spagna dal dicembre 1936 al giugno 1937; nel 1938, quando la guerra era ancora in corso, pubblicò Omaggio alla Catalogna, personale resoconto di quei mesi). La piazzetta è però popolarmente conosciuta dai barcelloneti come Plaza del Tripi: la denominazione mi è stata spiegata con la passata vocazione lisergica di questo angolo di città, anche se ho poi letto che “Tripi” sarebbe il nomignolo con cui è familiarmente chiamata la scultura surrealista che sorge in mezzo alla piazza. Questioni etimologiche a parte, la piazza era famosa in passato per essere un vero postaccio, ritrovo di spacciatori e ubriaconi. Qualche anno fa hanno tirato giù un muretto e messo al suo posto qualche aiuola e dei giochi per bambini: ai botellón si sono sostituiti passeggini e biberon.

Il primo giorno, a pranzo, Clod ci ha portati in una di quelle osterie che sembra stiano per scomparire dalla faccia della Terra. Quelle dove il tempo sembra sospeso; dove l’oste è burbero, ma sornione, come a farti capire che sei un ospite in casa sua e ti devi comportare bene. Dove si beve il vino da una strana brocca col beccuccio lungo lungo, ricordo dei tempi in cui non c’erano le lavastoviglie e invece che dotare ogni commensale di un bicchiere era più funzionale un solo recipiente, da cui tutti potessero bere a turno senza toccarlo con le labbra (anche se, a vederlo, mi sembra ci voglia una certa abilità per bere senza sbrodolarsi). Dove si ritrovano in pausa pranzo gli sciuri del quartiere e gli operai che lavorano al cantiere due strade più in là. Dove si assaggiano a un buon prezzo le specialità catalane del giorno: fave e botifarra, guance di maiale che si sciolgono in bocca, caragols (lumachine), mel i matò.

Di Barcellona mi ha affascinato la sua fierezza culturale e linguistica: il catalano ha quello zic che, filologicamente parlando, mi dà brividi di piacere all’ascolto e alla lettura. Il catalano era la lingua della corte d’Aragona: per questo motivo, nei territori d’Italia che hanno vissuto la dominazione aragonese, ha influenzato vari dialetti e lingue regionali (ed è stato a sua volta influenzato dall’italiano). Oggi è parlato da circa nove milioni di persone, in Spagna (non solo in Catalogna, ma anche nella zona di Valencia e nelle isole Baleari), in Francia (Rossiglione) e in Italia (nella provincia di Alghero, dove si parla un’antica variante orientale con forti influssi dall’italiano e dal sardo). È inoltre l’unica lingua ufficiale di Andorra. A Barcellona, il catalano è cultura e identità: quasi tutti gli abitanti della città sono bilingui e lo parlano correntemente, spesso preferendolo al castigliano; lo troverete nei menu, sui cartelli, sulle targhe di vie e piazze. La politica culturale di Franco fu molto rigida nei confronti delle lingue minoritarie di Spagna (non solo il catalano, ma anche il basco e il galiziano): durante gli anni del regime, quindi dalla fine della guerra civile nel 1939 fino alla morte del dittatore nel 1975, solo il castigliano era riconosciuto come lingua ufficiale e tutti i gli usi pubblici del catalano erano interdetti. Fortunatamente rimase come lingua degli affetti, tra le mura domestiche, e come lingua di resistenza. Una volta caduto il regime, la nuova costituzione del 1978 riconobbe la pluralità linguistica del Paese e stabilì che, in base agli statuti di autonomia, le lingue spagnole diverse dal castigliano potessero diventare lingue ufficiali. La Catalogna, di cui Barcellona è capoluogo, riconosce quindi il catalano come lingua ufficiale accanto al castigliano, e ne promuove lo studio nelle scuole e nelle università.

Di Barcellona mi sono piaciuti i mercati colorati della Bouqueria e di Sant Antoni, le piramidi di frutta e i prosciutti  appesi. I bouquet di salumi e formaggi, l’umanità varia, i patii alberati e fioriti, il rumore dell’acqua che sprizza dalle fontane, l’elegante cattedrale e tutta la Ciudat Vella, l’incantevole Plaça del Pi con l’omonima chiesa, i tavolini all’aperto, i mandaranci, le palme, i pini marittimi. L’urbanistica ariosa dell’Eixample, la collina del Montjuïc e la Fundació Joan Miró, la corsa in teleferica, il pesce fresco scelto a vista e grigliato sul momento. Le mattine che iniziano con caffè, spremuta e toast al tavolino di un bar, le hamburgueserías un po’ hipster del Poble Sec, i ragazzini che sfrecciano sui pattini, le vie strette del Raval che brulicano di vita, donne e uomini affaccendati e rumorosi, incontri, incroci, lingue e culture diverse. Mi piacciono le città grandi e incasinate, mi piacciono il mare e l’aria che sa di salsedine. Ho ascoltato il tuo canto e annusato il tuo profumo, Barcellona, mi hanno subito riempito d’amore per te.

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Re Ludwig II il Matto e il Castello di Neuschwanstein

Sull’ultima propaggine delle Alpi si innalza un castello bianco e turrito, che pare uscito da una favola. Si tratta del castello di Neuschwanstein, costruito tra il 1869 e il 1892 per volere del re Ludovico II di Baviera. Purtroppo per lui, vi visse solo per pochi mesi e non riuscì neanche a vederlo completato, dato che morì in circostanze misteriose nel 1886. L’impatto visivo con il castello è fortissimo, spicca come un cristallo luminoso contro l’ombra nera della montagna. L’abbiamo visto con il sole e la neve, in una di quelle giornate terse e gelide che ghiacciano il fiato. Stava lassù, abbarbicato su una punta rocciosa, elegante e indifferente. Distante eppure familiare, poiché fa parte del nostro immaginario da sempre, dall’epoca dei puzzle complicatissimi che non riuscivamo mai a completare e delle sigle di apertura dei film d’animazione Disney. Le sue forme sono infatti quelle che hanno ispirato i castelli di Biancaneve, Cenerentola, la bella addormentata nel bosco; piccole fortezze à la Neuschwanstein sorgono nelle Disneyland di tutto mondo. Questo è l’originale e tuttavia una riproduzione a sua volta: un cliché di Medioevo ricreato sul cucuzzolo di una montagna da un re matto, il rifugio di un uomo solitario e sognatore.

Ludovico II di Wittelsbach, figlio di Massimiliano II di Baviera e Maria Federica di Prussia, fu re di Baviera dal 1864 al 1886, anno in cui fu dichiarato pazzo e deposto. Aveva solo diciotto anni quando divenne re, e venti quando, con la disfatta austriaca e bavarese contro la Prussia nella guerra tedesca del 1866, vide definitivamente svanire il sogno della monarchia assoluta. Fu probabilmente in seguito a questo episodio che Ludovico iniziò la sua costruzione mentale di un mondo parallelo, fantastico, su cui poter regnare, re incontrastato delle vallate, degli alberi, delle cime innevate, dei laghi splendenti. L’idea di Neuschwanstein si sviluppa proprio in questi anni: il luogo prescelto per innalzare il suo castello fatato è Schwangau, sulle Alpi, a poca distanza dal castello paterno di Hohenschwangau, dove Ludovico aveva trascorso gran parte della sua giovinezza. Lo volle chiamare Neue Burg Hohenschwangau, Nuovo Castello di Hohenschwangau (la denominazione Neuschwanstein è postuma).

Il progetto di Neuschwanstein è maestoso ed eccentrico: prende ispirazione dalla fortezza di Wartburg in Turingia, e più in generale dalle illustrazioni libresche di castelli medievali. I bozzetti, che replicano nel dettaglio i desiderata del re, furono disegnati scenografo teatrale Christian Jank, mentre gli architetti incaricati di concretizzarli furono in successione Eduard Riedel, Georg Dollmann e Julius Hofmann. Il progetto architettonico fu modificato in corso d’opera: in parallelo alla crescente ritrosia del re per ogni contatto umano, vennero meno le stanze degli ospiti e gli spazi di rappresentanza, lo Scrittoio si trasformò in una piccola grotta artificiale con tanto di stalattiti e stalagmiti, che veniva illuminata con luci colorate. Sbirciando il piccolo giardino d’inverno, immagino il re in silenziosa contemplazione delle sue montagne, mentre nella sua testa rimbombano le potenti musiche wagneriane, che evocano storie di anime a lui affini.

Lo stile è eclettico e unisce ad elementi romanici e neogotici le più moderne tecnologie dell’epoca di Ludovico: acqua corrente in ogni piano, un complesso sistema di campanelli elettrici per la servitù, montacarichi per i pasti, apparecchi telefonici, riscaldamento ad aria calda.

Lungo il percorso che si snoda tra il terzo e il quarto piano del castello il visitatore ha modo di inoltrarsi nel mondo ideale a cui aspirava Ludovico: un universo popolato dai personaggi delle saghe cavalleresche medievali, dalle quali aveva attinto Richard Wagner per i suoi drammi musicali. Il re era uno sfrenato ammiratore di Wagner, che sostenne come mecenate per tutta la vita, e proprio a lui dedicò il castello di Neuschwanstein. I cicli pittorici che lo decorano sono infatti ispirati alle sue opere, che tematizzano storie di amore, colpa e redenzione. Spiccano le figure di Tannhäuser il trovatore, il cavaliere del cigno Lohengrin e suo padre Parsifal, il re del Santo Graal; in loro Ludovico si immedesimava e alla purezza dei loro animi tendeva. Il tema della purezza viene ripreso nella figura del cigno, già animale araldico dei conti di Schwangau, e simbolo cristiano. Lo ritroviamo nel castello in diverse forme: come stemma dipinto, intagliato, vaso in ceramica, rubinetto, elegantemente intessuto nei cuscini e nelle tappezzerie in seta blu, e nello stesso nome Neuschwanstein (Schwan significa cigno in tedesco).

Le prime pitture murali che si incontrano nel salone d’ingresso inferiore raffigurano scene della saga di Sigurd, tratta dal ciclo epico nordico Edda, il Sigfrido della Canzone dei Nibelunghi nella letteratura medio-alto tedesca. Si entra poi nella sontuosa Sala del Trono, che ricorda una chiesa bizantina. Le suggestioni sono molteplici: una cupola stellata, Cristo, San Giorgio che combatte col drago, i dodici apostoli e i sei re canonizzati. Un massiccio candelabro, ori, colonne di un blu intenso, un mosaico sul pavimento che raffigura la terra con le sue piante e i suoi animali. La sacralità di questo luogo illustra la concezione del potere secondo Ludovico, che si sentiva re per grazia divina, investito di una missione salvifica. Manca il trono, che alla morte del re non era ancora stato realizzato.

Passata la sala da pranzo si raggiunge la camera da letto, decorata dalle vicende di Tristano e Isotta. È cupa, vagamente lugubre; colpiscono l’elaborato baldacchino del letto, intagliato con perizia da quattordici maestri ebanisti, e gli arredi sontuosi. Soliti cigni qua e là: addirittura nel servizio da toilette in forma di brocca, contenitore per la spugna e portasapone. Qui fu sorpreso e arrestato Ludovico, la notte in cui subì l’interdizione.

Attraverso il guardaroba si giunge al salone, il cui ciclo pittorico rappresenta la saga di Lohengrin, il cavaliere del cigno. Ludovico conosceva già dall’infanzia la sua saga, grazie alle pitture murali presenti nel castello paterno di Hohenschwangau. Quando nel 1861 vide il Lohengrin di Wagner all’Opera di Corte di Monaco, ne rimase folgorato: in lui vedeva se stesso, principe romantico.

Superando l’insolita grotta e il giardino d’inverno si raggiunge lo studio, in cui è rappresentata la saga del trovatore Tannhäuser e la gara dei cantori della Wartburg. Si tratta di una leggendaria tenzone poetica avvenuta intorno al 1205 alla corte di Ermanno di Turingia, tematizzata poi nell’omonima opera di Wagner. L’ultima, grandiosa sala è proprio quella dei cantori, che combina due stanze storiche della fortezza di Wartburg: il salone delle feste e il salone dei cantori – dove, secondo la leggenda, si era esibito Tannhäuser. Qua a Neuschwanstein, però, il tema figurativo è un altro: si narra infatti la saga di Parsifal, che grazie alla purezza e alla fede diventa il re del Santo Graal. In questa grande sala, illuminata da più di seicento candele, non ebbero mai luogo feste o concerti finché il re fu in vita. Voleva essere altro: un monumento alle arti, alla musica, alla letteratura. All’amore cavalleresco medievale e ai suoi eroi tormentati e redenti.

Il sempre maggiore disinteresse per le vicende politiche e le spese pazze che Ludovico aveva sostenuto per costruire i suoi castelli portarono il governo a una decisione estrema: il 10 giugno del 1886 il re fu dichiarato pazzo e incapace di governare. La mattina del 12 andarono a prenderlo a Neuschwanstein e lo trasferirono con la forza al castello di Berg, nei pressi di Monaco. Il pomeriggio seguente il re chiese di poter fare una passeggiata con il dottor Bernhard von Gudden, lo psichiatra che aveva firmato la dichiarazione di follia, senza aver nemmeno visitato il re presunto matto. I due uomini non fecero mai ritorno: i loro corpi annegati furono ritrovati in serata nelle acque nere del lago di Starnberg. La morte prematura di Ludovico rimane a oggi un fatto misterioso, sul quale circolano varie teorie. Fu ufficialmente classificata come annegamento, ma il re era un buon nuotatore; altri parlano di un’aggressione, altri ancora di un malore. Alcune leggende raccontano che sia stato sbranato da un licantropo e che il dottor Gudden fosse in realtà il suo amante. Fantasie a parte, molti storici concordano sul fatto che il re non fosse davvero matto, ma semplicemente vittima di un intrigo politico.

Certo è che la figura enigmatica di re Ludovico sprigiona ancora una forza oscura e magnetica. Scrisse un giorno alla sua precettrice che voleva “rimanere un eterno mistero” per se stesso e per gli altri; Verlaine lo definì l’unico vero re del suo secolo. Fu generalmente benvoluto dai suoi sudditi, dato che per tutta la vita cercò di seguire una politica di riconciliazione tra gli stati tedeschi, evitando conflitti armati e garantendo alla Baviera un lungo periodo di pace, e per il suo mecenatismo. I bavaresi lo ricordano tuttora con grande affetto e il titolo “Unser Kini”, il nostro re.

La sua storia si intreccia anche con quella della Principessa Sissi, sua cugina, che diventò poi Imperatrice d’Austria. Erano entrambi amanti della natura e delle arti, e si scambiavano versi come questo “A te, aquila della montagna/Ospite delle nevi eterne/Un pensiero del gabbiano/Re delle onde frementi“. Lei gabbiano lui aquila, in volo sopra le meschinità e i giochi di corte. Fu anche fidanzato per un certo periodo con la Principessa Sofia, sorella minore di Sissi, ma dopo aver rimandato più volte il matrimonio Ludovico ruppe il fidanzamento; non si sposò mai e non lasciò eredi.

La sua eredità è d’altro tipo: lo strambo sovrano ha lasciato ai posteri luoghi magici, geografia e architettura di un mondo ideale, ispirato a quello romantico e cavalleresco delle saghe medievali. Non solo Neuschwanstein, ma anche il castello di Linderhof, la casa reale sullo Schachen, il castello nuovo Herrenchiemsee (che, nelle intenzioni del re, voleva essere una piccola Versailles bavarese), il convento dei canonici agostiniani Herrenchiemsee.

Il castello di Neuschwanstein fu aperto ai visitatori solo sette settimane dopo la sua morte: un oltraggio impensabile per re Ludovico, che lo aveva concepito come un luogo di solitudine e aveva ordinato al custode di impedire l’accesso ai curiosi nel caso avesse fatto una brutta fine. Ironicamente, questo e gli altri stravaganti e fiabeschi castelli da lui voluti, che gli attirarono critiche per i costi spropositati, costituiscono oggi alcuni tra i monumenti più visitati e redditizi di Baviera e della Germania intera.

Info utili

Neuschwanstein è una delle attrazioni turistiche più visitate di Germania e di tutta Europa, quindi conviene organizzare bene la visita. Il castello si trova nei pressi del paese di Schwangau e a sei chilometri dalla città di Füssen, comodamente raggiungibile in autobus. Punto di partenza per raggiungere il castello è la località di Hohenschwangau, dove si trovano anche dei parcheggi a pagamento.

I biglietti si acquistano presso il Ticket Center ai piedi del castello. A gennaio 2017 il biglietto costava 13 euro a castello (è possibile visitare anche l’altro castello, Schloss Hohenschwangau. Noi non l’abbiamo visitato per mancanza di tempo, quindi purtroppo non posso dare molte indicazioni a riguardo). L’albergo dove soggiornavamo dava la possibilità di acquistare i biglietti con un supplemento di 1.80 euro per la prenotazione: se anche il vostro  offre questo servizio approfittatene, perché le code al Ticket Center sono lunghissime fin dal primo mattino e avere già il biglietto in mano vi farà risparmiare un sacco di tempo. È anche possibile prenotare i biglietti online con sovrapprezzo fino a due giorni prima della visita, ma andranno poi in ogni caso ritirati al Ticket Center.

Il castello si raggiunge con una passeggiata in salita di circa trenta-quaranta minuti. In teoria c’è anche un bus navetta, ma quando siamo andati noi il servizio era soppresso a causa della neve, quindi non fateci troppo affidamento (in generale viene sospeso in caso di condizioni atmosferiche avverse, dato che la strada è sterrata e piuttosto ripida). Un’altra opzione per salire è in carrozza, trainata da bei cavalli neri e massicci; però la fila per accaparrarsene una è sempre lunga. Per chi non ha particolari problemi motori la passeggiata è sicuramente la soluzione migliore.

La gestione dei turisti a Neuschwanstein è un ingranaggio ben oliato: a ogni visitatore è assegnato un orario e un numero e bisogna presentarsi ai tornelli di ingresso all’orario stabilito. Si entra a scaglioni ogni cinque minuti di orologio: siate puntualissimi perché se perdete il turno di entrata il biglietto non sarà più valido! Si può scegliere la visita guidata in inglese o in tedesco, oppure con audioguida. Se optate per quest’ultima, non appena entrati vi sarà consegnata una audioguida nella lingua prescelta e una guida vi accompagnerà di sala in sala segnalandovi il momento in cui l’audioguida riprende il racconto. La visita dura circa 30 minuti e il ritmo è molto serrato: purtroppo è l’unico modo di visitare il maniero e gestire il flusso continuo dei turisti. Non è consentito fare foto o video all’interno del castello. Se volete acquistare dei souvenir, sappiate che ci sono due shop, il primo che si incontra è quello con il merchandising ufficiale ed è più caro.

Chi non vuole o non riesce ad acquistare i biglietti può comunque passeggiare liberamente nei boschi intorno al castello e fare delle belle foto dai vari punti panoramici. Il più famoso è il Marienbrücke (Ponte di Maria: Massimiliano II l’aveva costruito per la consorte Maria, amante delle escursioni in montagna), che però è preso d’assalto dai turisti. È un ponticello dall’aspetto abbastanza instabile situato sopra una gola, sconsigliato a chi soffre di vertigini 🙂 Quando siamo andati noi il sentiero per raggiungerlo (circa venti minuti a piedi dal castello) era sbarrato a causa della molta neve caduta la notte prima, ma tutti (TUTTI, e per una volta mi ha fatto piacere constatare che l’indisciplina non fosse solo italica…) scavalcavano ugualmente la barriera per raggiungere questo angolino, da cui effettivamente si gode di una vista pazzesca sul lato lungo del castello.

Una gita in Liechtenstein

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Il minuscolo Principato del Liechtenstein, incastonato tra Svizzera e Austria, vanta alcuni curiosi primati: ad esempio, è il più grande produttore mondiale di denti finti ed è uno dei due stati al mondo (l’altro è l’Uzbekistan) doppiamente senza sbocchi sul mare; ovvero, è privo di sbocchi sul mare e confina solo con nazioni che ne sono a loro volta prive. Nella classifica della piccolezza, con i suoi 160 chilometri quadrati, si piazza al sesto posto nel mondo e al quarto in Europa. Altri primati sono di natura finanziaria: nel Paese ci sono più società registrate che abitanti e il suo popolo gode di un reddito pro capite tra i più alti al mondo. Questa ricchezza ruota in gran parte intorno a un sistema bancario fondato su tassazioni favorevoli e rigida segretezza, anche se negli ultimi anni è stata introdotta una normativa improntata alla trasparenza in materia finanziaria e fiscale che ha parzialmente scardinato l’immagine del Principato come un luogo di loschi traffici e riciclaggio internazionale.

La formazione moderna del Fürstentum Liechtenstein (Principato di Liechtenstein) risale al 1719, quando Carlo VI d’Asburgo decretò l’unione tra Vaduz e Schellenberg come stato appartenente al Sacro Romano Impero. In realtà i suoi Principi risiedevano a Vienna, e non misero piede nelle loro terre per oltre 120 anni. Con la dissoluzione dell’Impero nel 1806 il Principato divenne parte della Confederazione del Reno: caduti gli obblighi nei confronti dell’Austria, si fa risalire a questo periodo la sovranità indipendente del Liechtenstein, anche se formalmente i Principi non erano altro che dei vassalli di Napoleone; caduto anche Napoleone il Liechtenstein aderì alla Confederazione Tedesca (1815-1866), presieduta dall’Imperatore d’Austria. Fu sempre molto legato all’Impero Austriaco prima e all’Impero Austro-Ungarico poi, fino alla fine della prima guerra mondiale, che lasciò il Principato in condizioni economiche disastrose.

Si legò quindi alla Svizzera, e il primo dopoguerra fu caratterizzato allo stesso tempo da un pesante indebitamento e da un’euforia finanziaria che pose le basi per il riaccumulo delle ricchezze perdute. Durante la seconda guerra mondiale il Liechtenstein si dichiarò neutrale e superò il periodo relativamente indenne, eccetto alcune perdite extraterritoriali: alla fine della guerra la Cecoslovacchia si impossessò di alcuni territori in Boemia, Moravia e Slesia che appartenevano alla famiglia reale del Liechtenstein; la questione non è mai stata veramente chiusa e le relazioni diplomatiche con la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca sono state ricucite solamente nel 2009.

Il secondo dopoguerra fu segnato da abili mosse economiche e finanziarie, che aprirono il Liechtenstein agli investimenti e ai capitali esteri fino a renderlo negli anni uno dei Paesi più ricchi al mondo. Mantiene oggi strettissimi legami doganali e monetari con la vicina Svizzera, con cui condivide la moneta, il franco svizzero (ma anche l’euro è largamente accettato). La Svizzera rappresenta inoltre il Liechtenstein nei Paesi in cui esso non ha rappresentanza diplomatica e consolare.

Oggi il Liechtenstein è uno dei Paesi col più basso tasso di criminalità al mondo: le sue prigioni hanno pochissimi ospiti e i detenuti che devono scontare una pena superiore ai due anni vengono trasferiti in Austria. È anche uno dei pochi Paesi senza un esercito, il quale fu smantellato poco dopo la guerra austro-prussiana del 1866. In quella occasione il Principato inviò una truppa di 80 uomini, che però non fu coinvolta in nessun combattimento. Si racconta che tornarono in 81, la truppa al gran completo, tutti sani e salvi, insieme a un nuovo amico austriaco che avevano incontrato sulla via del ritorno! Un altro buffo aneddoto militaresco risale al 2007, quando 170 soldati svizzeri in addestramento sconfinarono per sbaglio di un chilometro e mezzo in territorio liechtensteiniano. L’accidentale invasione si concluse non appena il comandante si accorse dell’errore e fece marcia indietro; fu poi lo stesso esercito svizzero a informare il Liechtenstein dell’invasione e a porgere scuse ufficiali – quelli del Principato non si erano neanche accorti dell’accaduto…

Il Liechtenstein è una monarchia costituzionale guidata dal Principe Giovanni Adamo II, anche se la reggenza è affidata de facto dal 2004 al figlio, il Principe Luigi. I monarchi sono molto benvoluti dai sudditi, i quali secondo la costituzione potrebbero in qualsiasi momento, con un referendum, deporre i principi e instaurare la repubblica (le municipalità godono addirittura del diritto di secessione). Pare sia facile incontrare i reali per le stradine di Vaduz o sulle piste da sci, ed è consolidata usanza che, in occasione della festa nazionale, il 15 agosto, invitino i sudditi a bere una birra con loro al castello di Vaduz, dove risiedono.

A proposito di birra. Il Liechtenstein non ha un aeroporto, ma una birra propria sì, anzi due: una è l’acquosa Liechtensteiner, che si beve nei bar di Vaduz alla modica cifra di sette franchi svizzeri, l’altra è prodotta dal microbirrificio PrinzenBräu.

La capitale del Paese, con circa 5.400 abitanti, è Vaduz; mentre la città più popolosa è Schaan, che supera Vaduz di circa cinquecento anime. La popolazione totale ammonta a 37.623 abitanti (dato del dicembre 2015), composta per un terzo da stranieri. Moltissimi tra loro sono giuristi: il Liechtenstein vanta infatti il più alto tasso europeo di avvocati, 6 ogni mille abitanti (l’Italia si classifica al terzo posto dopo la Spagna). La lingua ufficiale è il tedesco, ma quella più parlata è un dialetto alemanno, vicino allo svizzero tedesco e ai dialetti del Voralberg austriaco. La meravigliosa parola per indicare il Paese in questo dialetto è Liachtaschta.

Va da sè che Vaduz stessa è minuscola, e sinceramente non offre grandi attrattive. Anche nei giorni di festa non c’è grande movimento in città e in orario serale, almeno durante la stagione invernale, sarà difficile persino avvistare dei liechtensteinesi a passeggio. L’impressione che ne abbiamo avuto è di una città un po’ tristanzuola, senza un centro storico particolarmente caratteristico (a eccezione della cupa cattedrale neogotica di San Florino). Forse siamo stati un po’ sfortunati, dato che praticamente tutti i musei, i bar e i ristoranti di Vaduz erano chiusi il giorno che l’abbiamo visitata; ma anche la signora con i capelli verdi all’ufficio turistico (che, tra l’altro, si trova nell’esatto centro geografico del Paese) ci ha confermato che due ore sarebbero state sufficienti per visitarla. A dire il vero ha fatto anche uno strano sbuffo, che abbiamo interpretato come un uff! due ore sono fin troppe! Se capitate in un giorno più vivace, pare siano degni di una visita il Kunstmuseum Liechtenstein, il museo di arte moderna e contemporanea, e il Museo Postale, che ripercorre la storia filatelica del Paese.

L’attrazione principale di Vaduz è il suo castello, che purtroppo non si può visitare in quanto residenza della famiglia reale. Dalle vicinanze di questo bel maniero abbarbicato sulla montagna a poca distanza dal centro città si gode però di una notevole vista su Vaduz e la sua valle, mentre alle sue spalle si estendono boschi per i quali è un piacere passeggiare. In effetti le attrattive maggiori del Principato sono quelle naturalistiche, accoccolato com’è in una conca alpina, verdissima d’estate e imbiancata dalla neve in inverno.

Che strano Paese. Piccolo, schivo, benestante, un po’ noioso: tuttavia sono felice di esserci passata, più per curiosità che per altro, e di aver visto un nuovo angolino di Europa e di mondo.

Ad Atene con Ilias

atene, vista sull'acropoli

Atene, vista sull’Acropoli

Raccontami o Musa della culla del pensiero: quando ho detto a Ilias che a scuola avevo studiato il greco antico e i poemi omerici, le tragedie di Sofocle, Eschilo, Euripide, le commedie di Menandro, gli epigrammi di Callimaco, le liriche amorose di Saffo, la mitografia di Esiodo, la storiografia di Erodoto, decine di filosofi oltre ovviamente a Socrate, Platone, Aristotele… si è sorpreso non poco. Continua a leggere

Oslo, o del benessere

Le ragazze di Oslo

Il primo segnale è l’assenza degli applausi caciaroni all’atterraggio: un senso di calma e pacatezza aleggia tra i passeggeri del volo Milano-Oslo Rygge, mentre scendono dall’aereo e respirano a pieni polmoni l’aria pulita e frizzante del cielo blu di Norvegia. Benvenuti nella terra dei fiordi e dei salmoni, nel grande Paese dello stato sociale e delle aurore boreali!

Oggi è la festa nazionale norvegese: si festeggia la Costituzione, firmata il 17 maggio 1814, che dichiarò la Norvegia nazione indipendente. In modo totalmente casuale, l’anno scorso ci siamo trovati a sfilare per le strade di Oslo in occasione del bicentenario.

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Storie di Londra

Per me Londra è una città mosaico, perché ogni volta che ci torno aggiungo un pezzettino, che a volte si sovrappone e a volte si incastra agli altri. Tutti questi pezzettini insieme vanno a formare una mappa dei ricordi complessa e contraddittoria, fatta di esperienze vissute a età diverse e con occhi ogni volta nuovi. Poi tanti amici e amiche hanno cominciato a trasferirsi a Londra, chi per studio chi per lavoro. Molti sono tornati, alcuni sono rimasti, alcuni sono andati, tornati e ripartiti. Io nel frattempo leggevo i romanzi di Zadie Smith e l’immaginario della sua Londra meticcia andava a intrecciarsi ai racconti dei miei amici. Continua a leggere

Le sorprese di Budapest

Budapest, il Parlamento

Questa è la storia di una sorpresa: un biglietto aereo con destinazione segreta, che tale è rimasta finché non siamo atterrati. Ho fatto l’imbarco e tutto il volo con la musica a palla nelle orecchie e lo sguardo basso per evitare annunci e cartelli, con Angelo che mi rigirava come una trottola per farmi perdere l’orientamento e i passeggeri che probabilmente mi guardavano ridacchiando. Un diabolico e meraviglioso regalo di compleanno..!

Budapest è una città elegante e bellissima, appoggiata com’è sulle rive del Danubio. Sulle sponde occidentali si posano le colline tranquille di Buda e Obuda, dominate da una statua simboleggiante la libertà che regge tra le mani la palma della vittoria (o, secondo alcuni, un gigantesco apribottiglie). Su quelle orientali si accoccola Pest la vivace. Otto lunghi ponti di colori diversi collegano una riva all’altra, mentre sotto il grande fiume scorre poderoso.  Continua a leggere