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Kuala Lumpur: di templi, temporali e torri

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Riprendiamo il trenino e ci catapultiamo per la seconda volta nel cuore pulsante di Kuala Lumpur, Chinatown. Il quartiere è un superbo esempio del calderone malese di religioni e culture: qua si possono trovare nella stessa via, l’uno di fronte all’altro, un tempio cinese e un tempio indù. Il primo è il Kuan Ti Temple, un piccolo santuario cinese affollato di fedeli che pregano e porgono agli dei offerte rituali. Il secondo è lo Sri Mahamariamman Temple, edificato nel 1873 dagli immigrati Tamil giunti a Kuala Lumpur per lavorare nelle piantagioni di caucciù e palma da olio o costruire la ferrovia. È colorato e inghirlandato: i cornicioni della scintillante torre d’ingresso traboccano di idoli danzanti, all’interno sono riprodotte scene del Ramayana. Da qua, durante la sanguinolenta festività indù del Thaipusam, parte il carro d’oro che  sfila per le vie della città trasportando l’effige del dio Murugan fino alle grotte di Batu.

Siamo a caccia di souvenir in Jalan Petaling quando ci sorprende il temporale. Ci rifugiamo nel ristorante cinese col tendone dall’aspetto più resistente, sperando che regga i metri cubi d’acqua che lo stanno riempiendo. Dalla nostra postazione guardiamo i venditori, per nulla turbati, attrezzarsi per proteggere la loro mercanzia; la gente corre nelle due direzioni cercando di sfuggire alla pioggia violenta, i turisti tedeschi estraggono dai marsupi provvidenziali impermeabili usa e getta di plastica colorata. Ne approfittiamo per fare merenda con involtini primavera e anatra laccata, aspettando che spiova.

Potremmo aspettare per ore, quindi a un certo punto decidiamo di affrontare il diluvio e ci mettiamo a correre sciacquettando nelle pozze. Ovviamente smette di piovere non appena raggiungiamo la nostra destinazione, la vecchia stazione ferroviaria, collegata alla fermata della KTM. Dalle vetrate della stazione vediamo i tozzi minareti rosa e le cupole a cipolla della Masjid Jamek, una delle più belle moschee di Kuala Lumpur. Fu innalzata proprio nel bel mezzo dell’antica confluenza fangosa tra i fiumi Klang e Gombak, dove a metà Ottocento i primi cercatori di stagno avevano  costruito le loro capanne. Sia la moschea che la stazione portano l’impronta di Arthur Benison Hubback, l’architetto di Liverpool che le progettò misturando lo stile islamico dell’India settentrionale alle influenze coloniali britanniche. Salutiamo il cielo che si squarcia, mentre scendiamo nella pancia di KL.

L’ultimo sole della giornata l’abbiamo lasciato per loro, le imponenti torri Petronas. Innalzate tra il 1995 e il 1998, hanno detenuto il primato degli edifici più alti del mondo fino al 2004. Usciamo dalla metropolitana e ci si parano davanti, le accompagniamo con lo sguardo e sembra che non finiscano più. Per avere la vista migliore bisogna allontanarsi un po’ e raggiungere il piazzale antistante, dove un furbo ometto vende delle lenti curve da posizionare sopra il cellulare per scattare foto dall’effetto occhio di pesce e inquadrare così le torri in tutta la loro grandiosità. Vedi persone che saltano, si piegano, si accovacciano alla ricerca della foto ricordo perfetta – lo schermo del telefonino è piccolo e le torri non ci stanno tutte dentro. Anche noi veniamo colti dal raptus e cominciamo a scattare, scattare, mentre i colori mutano, la luce si affievolisce e il cielo da grigio si fa prima blu e poi nero. Man mano che i minuti passano le torri gemelle dalla base a otto punte (che è al tempo stesso un riferimento all’architettura islamica e di buon auspicio secondo la numerologia cinese) sono sempre più spettacolari e ipnotiche, soprattutto quando alle luci del giorno si sostituiscono le gialle luci elettriche, che contrastano lo scuro della sera. Potremmo stare a fissarle per ore – purtroppo o per fortuna, siamo di nuovo in ritardo per il nostro appuntamento.

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Petronas Towers

Leonard ci aspetta al tavolo di un ristorante indiano a Bangsar, un quartiere appena fuori dal centro di KL dove si concentrano una miriade di locali più o meno alla moda. Al posto dei piatti delle larghe foglie di banano, sulle quali un anziano cameriere baffuto posiziona con grazia badilate di curry di granchio e varie poltiglie di colori diversi. Il curry è buono e piccante, da mangiarsi rigorosamente con le mani; impacciati facciamo del nostro meglio per perfezionare la tecnica della pallotta (con le cinque dita raccogliere un mucchietto di cibo, col pollice spingerlo delicatamente in bocca).

Parliamo di noi, dei nostri mestieri, dei nostri Paesi: Leonard ci racconta del Borneo, dov’è nato e cresciuto, e della vita a Kuala Lumpur, dov’è arrivato per frequentare l’università. Ci racconta che la Malesia è uno dei Paesi che investe di più nella ricerca scientifica – il suo laboratorio ha appena acquistato attrezzature per decine di migliaia di euro. La scuola riflette la multiculturalità del tessuto sociale malese e le lezioni sono impartite in malese, cinese mandarino e indiano tamil. A causa del lungo periodo coloniale britannico, anche l’inglese è largamente compreso e parlato, e tutti i ragazzini delle scuole private lo usano tra loro come lingua veicolare. Ne esistono una versione ufficiale, il Malaysian English, e il Manglish, un creolo parlato per le strade contaminato da elementi malesi, cinesi e indiani, e dotato di fonetica, lessico e grammatica propri.

A pancia piena usciamo dal ristorante, facciamo lo slalom tra ragazzini chini sui loro cellulari a giocare a Pokémon Go, andiamo a mangiare un gelato (la gelataia ci fa assaggiare il gusto durian, ma come previsto il sapore è orrendo; viriamo sul più sicuro fiordilatte), infine rientriamo alla base su una lussuosa macchina nera – pare che Uber da queste parti vada per la maggiore. A casa ci raggiunge Guillaume, un amico francese di Leonard che insegna matematica a Manila, di passaggio a KL. Ci racconta storie buffe sulle Filippine e dei suoi viaggi. Mi immagino come possa essere la sua vita, in un mondo così lontano e diverso da quello in cui è cresciuto. Incontri e scontri di persone e culture, storie che si intrecciano, confronti fatti di idee, parole ed esperienze: per me, la parte più affascinante di ogni viaggio. Un’altra notte, un’altra alba, e si va… Conservando Kuala Lumpur nel taschino dei ricordi belli.

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A spasso per KL

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Kuala Lumpur: di pozze, scimmie e pipistrelli

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Street art, Kuala Lumpur

Lo sgangherato pulmino raggiunge la grigia periferia di Kuala Lumpur sotto la pioggia battente e fulminea delle quattro del pomeriggio. Vediamo le famose torri in lontananza e tutti i turisti si affacciano dai finestrini per fotografarle, ma le punte sono immerse nella foschia e subito scompaiono dietro ad altri grattacieli. Quando il pulmino ci lascia nei pressi di un albergo a Chinatown ha appena smesso di piovere: la cappa si ricompone mischiandosi con i fumi densi che salgono dalle griglie e dai pentoloni che ribollono in strada, il fetore dei frutti di durian spappolati sui marciapiedi ci pizzica il naso. Schiviamo le pozze di acqua sporca inebriati dalle puzze di questa città confusionaria, che sa di Asia e petroldollari; il cui nome ho poi scoperto significare, in modo piuttosto appropriato, confluenza fangosa.

Dato che mancano ancora un paio d’ore al nostro appuntamento con Leonard usciamo di soppiatto dal quartiere e ci avviamo verso Bukit Nanas, la collina dove sorge l’altissima torre della televisione, chiamata Menara KL in malese e KL Tower in inglese. La strada è lunga e le nostre schiene sudano sotto il peso degli zaini, ma vogliamo guardare la città dall’alto. Arriviamo ai piedi della collina e boccheggianti iniziamo l’ascesa, finché gradino dopo gradino raggiungiamo la base della torre. Dopo tutta questa fatica ci aspetta una piccola delusione: il biglietto per salire in cima alla torre costa uno sproposito, e rinunciamo.

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Menara KL

Tanto si è fatto tardi e dobbiamo raggiungere Leonard, che ci ospiterà questa e la prossima notte. Abita dalle parti dell’Università, dove lavora come ricercatore nel campo delle fibre ottiche. Prendiamo la metro e poi un taxi – il colto tassista indiano ci coinvolge in un pericolosissimo discorso sulle religioni, sostenendo la presenza di Gesù nel pantheon delle divinità induiste e raccontandoci di un santone del suo paese sopravvissuto sette anni senza mangiare né bere. Non appena comincia a parlare del papa, sviamo il discorso sul calcio, che è sempre un ottimo argomento di conversazione; ovviamente il tassista ne sa più di me e comincia a elencare tutti i bomber dell’Inter che fu.

Ed ecco che la corsa finisce, di fronte a un complesso residenziale fatto di grattacieli altissimi. Superiamo la guardiola blindata con qualche diffidenza da parte dei portinai e decifriamo l’indirizzo del nostro ospite, zeppo di numeri e sigle; finalmente giungiamo a destinazione. Campanello, saluti e presentazioni – scopriamo che Leonard condivide l’appartamento con un gatto a cui piace pencolare dal davanzale e un misterioso inquilino che non esce mai dalla sua camera da letto. Abbandoniamo gli zaini alla mercé del gatto dalle tendenze suicide e usciamo a mangiare qualcosa in fondo alla strada in un ristorante all’aperto dove Leonard è cliente abituale. Mangiare fuori in Malesia è talmente economico che lui non cucina mai. Parlotta con la sua amica cameriera, che poco dopo ci riempie il tavolo di specialità malesi, ed è tutto buonissimo. La serata passa veloce tra chiacchiere annaffiate da bicchieroni di tè freddo al lime; finché ai primi sbadigli decidiamo di rientrare verso casa. Siamo all’ultimo piano del palazzo e la vista dal balcone è bella da mozzare il fiato: davanti a noi le mille luci dei grattacieli di KL e una luna lattiginosa che ci dà la buonanotte.

La mattina dopo ci svegliamo presto, perché abbiamo un solo giorno da passare a Kuala Lumpur e vogliamo fare tantissime cose – alcune le faremo, altre no. Stretti nell’autobus con le studentesse in divisa ci dirigiamo verso la stazione di KL Sentral, da dove prendiamo il trenino per le famose Batu Caves. Si tratta di un complesso di templi innalzati all’interno di incredibili grotte calcaree, adibite a luogo di culto induista a partire dal 1890 circa. Domina la scena l’enorme statua dorata di Lord Murugan, dio guerriero: con i suoi 42 metri, è la più alta statua al mondo a lui dedicata. Credevo fosse più antica, ma è stata edificata solo nel 2006. Fanno compagnia al dio decine e decine di scimmiette fameliche, che sorvegliano le folle di fedeli e turisti lungo la ripida scalinata e fin dentro le grotte. La maggior parte della colonia è tranquilla, ma assistiamo a un paio di agguati a tradimento, quindi meglio starne alla larga. In ogni caso la salita è molto suggestiva e, una volta raggiunte le grotte, si rimane incantati dalla magnificenza del luogo e dalla sua spiritualità – solo leggermente incrinata dalle urla belluine delle scimmie che attaccano i bambini e dai banchetti di souvenir che vendono riproduzioni in tutte le taglie della statua d’oro e carillon musicali dai colori fluo raffiguranti le varie divinità induiste. A causa della sempre maggiore affluenza (che raggiunge il suo apice durante la festa del Thaipusam in gennaio) hanno deciso di allargare la scalinata e al momento ci sono i lavori in corso, a cui tutti possono contribuire, portando per un pezzo o fino in cima un secchiello pieno di sabbia. I muratori ringraziano e speriamo che anche Lord Murugan apprezzi il gesto!

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Batu Caves

Poco sotto le grotte sacre si trovano delle altre caverne, denominate Dark Caves. Sono di tutt’altro tipo: l’esperienza non è mistica, ma speleologica. Muniti di caschetti e torce da testa ci inoltriamo nel buio alla scoperta di un affascinante ecosistema che ruota intorno alla cacca di pipistrello (il cosiddetto guano). La visita si snoda lungo un percorso che attraversa cinque ambienti diversi e si conclude in una spettacolare camera, attraversata da raggi di luce verticale che sbucano da una fessura sul cielo, a decine di metri di altezza. Il sito è protetto dalla Malaysian Nature Society e le visite sono guidate da ragazzi del luogo appassionati e competenti, molti dei quali sono studenti di geologia e scienze naturali: è una esperienza istruttiva e interessante. La caverna ospita una antica comunità di animali, vecchia oltre cento milioni di anni; tra le molte creature misteriose che si nascondono tra i suoi anfratti c’è il rarissimo ragno endemico Liphistius batuensis. Tra pinnacoli, colonne di pietra e incredibili formazioni calcaree, si fa esperienza del buio più buio – un’oscurità densa, il cui silenzio è interrotto solo dallo sgocciolio regolare dell’acqua che cola dalle stalattiti.

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Dark Caves