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Jakarta, the Big Durian

Tutti conoscono The Big Apple, la grande mela, ovvero il nomignolo col quale √® soprannominata New York. Forse per√≤ non tutti sanno che in Oriente c‚Äô√® un‚Äôaltra citt√†-frutto sicuramente meno famosa e bella, ma a suo modo interessante. Si tratta di Jakarta, amichevolmente chiamata The Big Durian, come il frutto asiatico pi√Ļ controverso di sempre. Controverso perch√© non ci si riesce a mettere d‚Äôaccordo sul suo gusto, alcuni sostengono sia rivoltante, altri prelibato. Si dice che abbia l‚Äôodore dell‚Äôinferno (√® vietato portarlo in aereo, sui mezzi pubblici e nelle camere d‚Äôalbergo) e il sapore del paradiso‚Ķ personalmente lo trovo piuttosto disgustoso, ma in Asia stravedono per lui. Un‚Äôaltra teoria sostiene che Jakarta, come il durian, vada provata tre volte prima di apprezzarla. Fuor di metafora, Jakarta √® allo stesso tempo respingente e seduttiva, √® the place to be per ogni ragazzo indonesiano che vuole far fortuna ‚Äď vengono qua da ogni parte del paese e la citt√† cresce, si espande dissennatamente, in verticale con i grattacieli e in orizzontale con gli slums.

La povera Jakarta soffre del complesso della citt√† brutta ed √® finita, suo malgrado, in un circolo vizioso: i turisti non la visitano perch√© ha fama di essere brutta ed √® effettivamente brutta perch√©, essendoci pochi visitatori, l‚Äôamministrazione non ritiene prioritario investire sulle strutture turistiche. Ci sono poi dei problemi che vanno al di l√† del turismo e che creano disagio in primo luogo a chi a Jakarta vive: ad esempio il fatto che non ci sia una rete metropolitana rende davvero complicati gli spostamenti, in una citt√† da oltre 10 milioni di abitanti! Una delle questioni scottanti di Jakarta √® per l’appunto il traffico, perennemente congestionato; le automobili rimangono imbottigliate mentre sciami di motorini ronzano loro attorno, i temerari pedoni soccombono tra i fumi dei gas di scarico. Nei giorni in cui l‚Äôabbiamo visitata noi probabilmente c‚Äôera addirittura pi√Ļ traffico del solito perch√© quest‚Äôanno la citt√† ospitava la XVIII edizione degli Asian Games, le Olimpiadi d‚ÄôOriente. Sarebbe stato bello vedere qualche gara ma purtroppo non ci siamo organizzati per tempo. Spoiler: la Cina ha sbancato il medagliere.

Effettivamente la citt√† non abbonda di luoghi convenzionalmente belli, e molti turisti si limitano a visitarne i centri commerciali. Fatto sta che a noi i posti con una pessima fama incuriosiscono e abbiamo deciso di passare un paio di giorni a Jakarta per darle un‚Äôocchiata. Come da tradizione abbiamo cercato un free walking tour e ci siamo imbattuti in Huans di Jakarta Good Guide, che ci ha portati in giro per la citt√† vecchia, cio√® quel che resta dell‚Äôantica Batavia, capitale delle Indie Orientali. Jakarta ha infatti un passato coloniale: Batavia √® il nome che le avevano dato gli olandesi, che spadroneggiarono sull‚ÄôIndonesia per tre secoli e mezzo prima attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC) e poi direttamente tramite il governo coloniale. Anche il nome ‚ÄúIndonesia‚ÄĚ √® di derivazione coloniale ‚Äď il nome originario del Paese √® Nusantara, ovvero ‚Äúarcipelago‚ÄĚ in antico giavanese. Un nome che svela la variet√† e la complessit√† di una nazione composita, formata da oltre tredicimila isole, ognuna con una fortissima identit√† culturale (il significativo motto nazionale √® ‚Äúuniti nella diversit√†‚ÄĚ).

Huans e il suo gruppo offrono anche degli altri tour della citt√†: uno esplora il vero e proprio city center, ovvero la zona che si sviluppa intorno al National Monument in Merdeka square, fatta principalmente di grattacieli e business center. Dice la Lonely Planet che il monumento √® confidenzialmente chiamato dagli abitanti di J-town ‚Äúl‚Äôultima erezione di Sokarno‚ÄĚ, il primo presidente dell‚ÄôIndonesia indipendente. Un altro tour √® dedicato a Glodok, la Chinatown della capitale indonesiana, che pare sia anche zona di ottimo street food. La comunit√† cinese non ha avuto vita facile a Jakarta: durante le rivolte del 1998 i cinesi indonesiani hanno subito violenze terribili e fino all‚Äôanno 2000 era addirittura proibito loro dare nomi cinesi ai figli e festeggiare il capodanno cinese, la loro festa pi√Ļ importante. A oggi tutte le religioni praticate nel Paese godono di eguali diritti. La legge stabilisce che bisogna credere in un Dio, non importa qualche, basta che in qualcuno/qualcosa si creda. L‚Äôateismo, d‚Äôaltro canto, √® bandito.

Ci siamo incontrati con Huans alla stazione di Kota, la pi√Ļ antica stazione ferroviaria della citt√†. Adesso serve principalmente le destinazioni poco distanti ed √® usata dai pendolari che si recano ogni mattina a Jakarta per lavorare. √ą stata costruita alla fine del XIX secolo da un architetto olandese combinando art d√©co ed elementi architettonici locali; ha ariosi soffitti a volta, dettagli in ceramica e in legno di teak. Da qui, attraverso un sottopassaggio, siamo sbucati di fronte al National Bank Museum ‚Äď se avete tempo di visitare un solo museo a Jakarta, scegliete questo. Il tema (la storia monetaria del Paese) √® particolare, ma molto interessante. Siamo poi saliti a bordo di un angkot, ovvero un pulmino da una dozzina di posti circa che va fermato lanciandosi in mezzo alla strada e che ti porta pi√Ļ o meno dove devi andare; e ci siamo diretti al vecchio porto di Sunda Kelapa, che adesso √® un po‚Äô malandato ma una volta era il cuore del traffico marittimo di Batavia. Un marinaio ci ha portato in giro attraverso il porto sulla sua barchetta ‚Äď √® stato molto emozionante aggirarsi tra le navi vuote nel silenzio di un giorno di festa. Abbiamo anche fatto una incursione su una grossa nave da carico turchese, chiss√† se il capitano sarebbe stato d‚Äôaccordo… Rientrati sulla barchetta abbiamo fiancheggiato giganteschi casermoni fantasma, baracche, ragazzini che ci sbracciavano per salutarci. Intorno al porto si sviluppa purtroppo una grande povert√† e i cumuli di spazzatura e plastica si fanno pi√Ļ grandi giorno dopo giorno. Versano in uno stato di semi abbandono anche il museo marittimo, ospitato negli antichi edifici coloniali, e la ‚Äútorre pendente‚ÄĚ di Jakarta, l‚Äôantica vedetta. Passiamo accanto a tre luoghi emblematici: un albergo di lusso caduto in rovina, un caff√® ristorante (bellissimo, negli spazi di una antico magazzino della VOC) fallito e l‚Äôantico ponte levatoio olandese, anch‚Äôesso male in arnese. C‚Äô√® da anni in programma la riqualificazione della zona: speriamo che prima o poi avvenga davvero.

La grande sorpresa è stata Taman Fatahillah: una piazza strapiena di gente, ragazzi e ragazze seduti in circolo a chiacchierare, che manco alle colonne di San Lorenzo un sabato sera d’inizio estate (con la differenza che qua non ci sono le birre e le ragazze sono quasi tutte velate). Era il centro dell’antica Batavia e ai suoi lati ci sono tanti bei palazzi come le Poste Centrali e il vecchio Municipio (oggi un museo storico). Un buon posto per osservare il via vai è il Cafè Batavia, con i suoi tavolini che danno sulla piazza.

Per cena, su suggerimento di Huans, ci siamo fermati al Restaurant Merdeka (il nome non √® particolarmente invitante, ma significa ‚Äúindipendenza‚ÄĚ in bahasa indonesia, e anche in malay ‚Äď moltissime piazze in Indonesia e Malesia portano questo nome). √ą un ristorante che propone cucina Padang, dell‚Äôisola di Sumatra: funziona che ti siedi a tavola e il cameriere comincia a portare un‚Äôinfinit√† di ciotole e ciotoline, addirittura impilandole le une sulle altre quando finisce lo spazio. I commensali scelgono cosa mangiare, rigorosamente senza posate; vengono poi addebitati sul conto solo i piattini effettivamente toccati. Il piatto pi√Ļ buono √® probabilmente il rendang, una specie di stracotto dal sugo scurissimo e speziato. Mi √® piaciuto anche il temp√® fritto (sono fagioli di soia fermentati, in pratica un panetto di penicillina).

Per tornare verso il centro abbiamo preso l‚Äôautobus della TransJakarta che taglia verticalmente la citt√† fino al Blok M. √ą curioso perch√© le fermate sono delle specie di gabbiotti sopraelevati nel mezzo delle strade. Alcuni autobus sono ladies only.

L’ultima tappa della serata è stato un elegante sky bar all’ultimo piano di un grattacielo bello alto: un posto davvero figo (si chiama Skye). La vista pazzesca, i cocktail molto buoni. La fauna eterogenea e a tratti inquietante: turisti con Birkenstock e braghe corte (noi), qualche esponente della Jakarta bene, businessmen cinesi sbronzi, giovani fanciulle asiatiche accompagnate a panzoni occidentali. Meglio rivolgere lo sguardo verso le ipnotiche mille luci della città verticale e ubriacarsi di vertigine.

Scendendo a velocit√† supersonica dal cinquantaseiesimo piano della BCA Tower abbiamo scambiato in ascensore due chiacchiere con un gruppo di alticci expat australiani e americani: dopo averci dimostrato la loro conoscenza dell‚Äôitaliano a suon di bestemmie, ci hanno giurato che la vita a Jakarta, soprattutto quella notturna, √® tutta da scoprire. Sempre la Lonely descrive Jakarta come citt√† di movida sfrenata e club underground ‚Äď non sappiamo quanto ci√≤ corrisponda al vero, ma ci fidiamo (sicuramente non si beve molto, dato che √® pur sempre la capitale di un Paese islamico).

Concludendo, confermo che il gusto di questo grande durian non è così male, dopo tutto. Jakarta non è bella, anzi è sporca, trafficata e confusionaria, ma nasconde angoli di grande dolcezza. Visitandola, anche di sfuggita come abbiamo fatto noi, si ha modo di squarciare il velo della società indonesiana e forse capire un pochino meglio questo popolo.

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Kuala Lumpur: di templi, temporali e torri

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Riprendiamo il trenino e ci catapultiamo per la seconda volta nel cuore pulsante di Kuala Lumpur, Chinatown. Il quartiere √® un superbo esempio del calderone malese di religioni e culture: qua si possono trovare nella stessa via, l’uno di fronte all’altro, un tempio cinese¬†e un tempio ind√Ļ. Il primo¬†√® il¬†Kuan Ti Temple, un piccolo¬†santuario cinese¬†affollato di¬†fedeli che pregano e porgono agli dei offerte rituali.¬†Il secondo √® lo¬†Sri Mahamariamman Temple, edificato nel 1873 dagli immigrati Tamil giunti a Kuala Lumpur per lavorare nelle piantagioni di caucci√Ļ e palma da olio o costruire la ferrovia. √ą colorato e inghirlandato: i cornicioni della scintillante torre d’ingresso traboccano di idoli danzanti, all’interno sono riprodotte scene del Ramayana.¬†Da qua, durante la sanguinolenta festivit√† ind√Ļ del¬†Thaipusam, parte il carro d’oro che ¬†sfila per le vie della citt√† trasportando¬†l’effige del dio Murugan fino alle grotte di Batu.

Siamo a caccia di souvenir in Jalan Petaling quando ci sorprende il temporale. Ci rifugiamo nel ristorante cinese col tendone dall’aspetto pi√Ļ resistente, sperando che regga i metri cubi d’acqua che lo stanno riempiendo. Dalla nostra postazione guardiamo i venditori, per nulla turbati, attrezzarsi per proteggere la loro mercanzia; la gente corre nelle due direzioni cercando di sfuggire alla pioggia violenta, i turisti tedeschi estraggono dai marsupi provvidenziali impermeabili usa e getta di plastica colorata. Ne approfittiamo per fare merenda con involtini primavera e anatra laccata, aspettando che spiova.

Potremmo aspettare per ore, quindi a un certo punto decidiamo di affrontare il diluvio e ci mettiamo a correre sciacquettando nelle pozze. Ovviamente smette di piovere non appena¬†raggiungiamo la nostra destinazione, la vecchia stazione ferroviaria, collegata alla fermata della KTM. Dalle vetrate della stazione vediamo i tozzi minareti rosa e le cupole a cipolla della¬†Masjid Jamek, una delle pi√Ļ belle¬†moschee di Kuala Lumpur. Fu innalzata¬†proprio nel bel mezzo dell’antica confluenza fangosa¬†tra i fiumi Klang e Gombak, dove a met√† Ottocento i primi cercatori di stagno avevano ¬†costruito le loro capanne. Sia¬†la moschea che¬†la stazione portano l’impronta di Arthur Benison Hubback, l’architetto di Liverpool¬†che le progett√≤ misturando lo stile islamico dell’India settentrionale alle influenze coloniali britanniche. Salutiamo il cielo che si squarcia, mentre scendiamo nella pancia di KL.

L’ultimo sole della giornata l’abbiamo lasciato per loro, le imponenti torri Petronas. Innalzate tra il 1995 e il 1998, hanno detenuto il primato degli edifici pi√Ļ alti del mondo fino al 2004. Usciamo dalla metropolitana e ci si parano davanti, le accompagniamo con lo sguardo e sembra che non finiscano pi√Ļ. Per avere la vista migliore bisogna allontanarsi un po’ e raggiungere il piazzale antistante, dove un furbo ometto vende delle lenti curve da posizionare sopra il cellulare¬†per scattare foto dall’effetto occhio di pesce e inquadrare cos√¨ le torri in tutta la loro grandiosit√†. Vedi persone che saltano, si piegano, si accovacciano alla ricerca della foto ricordo perfetta – lo schermo del telefonino √® piccolo e le torri non ci stanno tutte dentro. Anche noi veniamo colti dal raptus e cominciamo a scattare, scattare, mentre i colori mutano, la luce si affievolisce e il cielo da grigio si fa prima blu e poi nero. Man mano che i minuti passano le torri gemelle dalla base a otto punte¬†(che √® al tempo stesso un riferimento all’architettura islamica e di buon auspicio secondo la numerologia cinese) sono sempre pi√Ļ spettacolari e ipnotiche, soprattutto quando alle luci del giorno si sostituiscono le gialle luci elettriche, che contrastano lo scuro della sera. Potremmo stare a fissarle per ore – purtroppo o per fortuna, siamo di nuovo in ritardo per il nostro appuntamento.

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Petronas Towers

Leonard ci aspetta al tavolo di un ristorante indiano a Bangsar, un quartiere appena fuori dal centro di KL dove si concentrano una miriade di locali pi√Ļ o meno alla moda. Al posto dei piatti delle larghe foglie di banano, sulle quali un anziano cameriere baffuto posiziona con grazia badilate di curry di granchio e varie poltiglie di colori diversi. Il curry √® buono e piccante, da mangiarsi rigorosamente con le mani; impacciati facciamo del nostro meglio per perfezionare la tecnica della pallotta (con le cinque dita raccogliere un mucchietto di cibo, col pollice spingerlo delicatamente in bocca).

Parliamo di noi, dei nostri mestieri, dei nostri Paesi: Leonard ci racconta del Borneo, dov’√® nato e cresciuto, e della vita a Kuala Lumpur, dov’√® arrivato per frequentare l’universit√†. Ci racconta che la Malesia √® uno dei Paesi che investe di pi√Ļ nella ricerca scientifica – il suo laboratorio ha appena acquistato attrezzature per decine di migliaia di euro. La scuola riflette la multiculturalit√† del tessuto sociale malese e le lezioni sono impartite in malese, cinese mandarino e indiano tamil. A causa del lungo periodo coloniale britannico, anche l’inglese √® largamente compreso e parlato, e tutti i ragazzini delle scuole private lo usano tra loro come lingua veicolare. Ne esistono¬†una versione ufficiale, il Malaysian English, e il Manglish, un creolo parlato per le strade contaminato da elementi malesi, cinesi e indiani, e dotato di fonetica, lessico e grammatica propri.

A pancia piena usciamo dal ristorante, facciamo lo slalom tra ragazzini chini sui loro cellulari a giocare a Pok√©mon Go, andiamo a mangiare un gelato¬†(la gelataia ci fa assaggiare¬†il gusto durian, ma come previsto il sapore √® orrendo; viriamo¬†sul pi√Ļ sicuro fiordilatte), infine rientriamo alla base¬†su una lussuosa macchina nera – pare che Uber da queste parti vada per la maggiore.¬†A casa ci raggiunge¬†Guillaume, un amico francese di Leonard che insegna matematica a Manila, di passaggio a KL.¬†Ci racconta storie buffe sulle Filippine e dei suoi viaggi. Mi immagino come possa essere la sua vita, in un mondo cos√¨ lontano e diverso da quello in cui √® cresciuto. Incontri e scontri di persone e culture, storie che si intrecciano, confronti fatti di idee, parole ed esperienze: per me, la parte pi√Ļ affascinante¬†di ogni viaggio.¬†Un’altra notte, un’altra alba, e si va… Conservando Kuala Lumpur nel taschino dei ricordi belli.

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A spasso per KL

Kuala Lumpur: di pozze, scimmie e pipistrelli

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Street art, Kuala Lumpur

Lo sgangherato pulmino raggiunge la grigia periferia di Kuala Lumpur sotto la pioggia battente e fulminea delle quattro del pomeriggio. Vediamo le famose torri in lontananza e tutti i turisti si affacciano dai finestrini per fotografarle, ma le punte sono immerse nella foschia e subito scompaiono dietro ad altri grattacieli. Quando il pulmino ci lascia nei pressi di un albergo a Chinatown ha appena smesso di piovere: la cappa si ricompone mischiandosi con i fumi densi che salgono dalle griglie e dai pentoloni che ribollono in strada, il fetore dei frutti di durian spappolati sui marciapiedi ci pizzica il naso. Schiviamo le pozze di acqua sporca inebriati dalle puzze di questa città confusionaria, che sa di Asia e petroldollari; il cui nome ho poi scoperto significare, in modo piuttosto appropriato, confluenza fangosa.

Dato che mancano ancora un paio d’ore al nostro appuntamento con Leonard¬†usciamo di soppiatto dal quartiere e ci avviamo verso¬†Bukit Nanas, la collina dove sorge l’altissima torre della televisione, chiamata Menara KL in malese e KL Tower in inglese. La strada √® lunga e le nostre schiene sudano sotto il peso degli zaini, ma vogliamo¬†guardare la citt√† dall’alto. Arriviamo ai piedi della collina¬†e¬†boccheggianti iniziamo l’ascesa, finch√© gradino dopo gradino raggiungiamo la base della torre. Dopo tutta questa fatica ci aspetta una piccola delusione: il biglietto per salire in cima alla torre costa uno sproposito, e rinunciamo.

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Menara KL

Tanto si √® fatto tardi e dobbiamo raggiungere Leonard, che ci ospiter√† questa e la prossima notte. Abita dalle parti dell’Universit√†, dove lavora come ricercatore nel campo delle fibre ottiche. Prendiamo la metro e poi un taxi – il colto tassista indiano ci coinvolge in un pericolosissimo discorso sulle religioni, sostenendo la presenza di Ges√Ļ nel pantheon delle divinit√† induiste e raccontandoci di un santone del suo paese sopravvissuto sette anni senza mangiare n√© bere. Non appena comincia a parlare del papa, sviamo il discorso sul calcio, che √® sempre un ottimo argomento di conversazione; ovviamente il tassista ne sa pi√Ļ di me e comincia a elencare tutti i bomber dell’Inter che fu.

Ed ecco che la corsa finisce, di fronte a un complesso residenziale fatto di grattacieli altissimi. Superiamo la guardiola blindata con qualche diffidenza da parte dei portinai e decifriamo l’indirizzo del nostro ospite, zeppo di numeri e sigle; finalmente giungiamo a destinazione. Campanello, saluti e presentazioni – scopriamo che Leonard condivide l’appartamento con un gatto a cui piace pencolare dal davanzale e un misterioso inquilino che non esce mai dalla sua camera da letto. Abbandoniamo gli zaini alla merc√© del gatto¬†dalle tendenze suicide e usciamo a mangiare qualcosa in fondo alla strada in un ristorante all’aperto dove Leonard √® cliente abituale. Mangiare fuori in Malesia √® talmente economico che lui non cucina mai. Parlotta con la sua amica cameriera, che poco dopo ci riempie il tavolo di specialit√† malesi, ed √® tutto buonissimo.¬†La¬†serata passa veloce tra chiacchiere annaffiate da bicchieroni di t√® freddo al lime; finch√© ai primi sbadigli decidiamo di rientrare¬†verso casa.¬†Siamo all’ultimo piano del palazzo e la vista dal balcone √® bella da mozzare il fiato: davanti a noi le mille luci dei grattacieli di KL e una luna lattiginosa che ci d√† la buonanotte.

La mattina dopo ci svegliamo presto, perch√© abbiamo un solo giorno da passare a Kuala Lumpur e vogliamo fare tantissime cose – alcune le faremo, altre no. Stretti nell’autobus con le studentesse in divisa ci dirigiamo verso la stazione di KL Sentral, da dove prendiamo il trenino per le famose Batu Caves. Si tratta di un complesso di templi innalzati all’interno di incredibili grotte calcaree, adibite a luogo di culto induista a partire dal 1890 circa. Domina la scena l’enorme statua dorata di Lord Murugan, dio guerriero: con i suoi 42 metri, √® la pi√Ļ alta statua al mondo a lui dedicata. Credevo fosse pi√Ļ antica, ma √® stata edificata solo nel 2006.¬†Fanno compagnia al dio¬†decine e decine di scimmiette fameliche, che sorvegliano le folle di fedeli e turisti lungo la ripida scalinata e fin dentro le grotte. La maggior parte della colonia √® tranquilla, ma assistiamo¬†a un paio di agguati a tradimento, quindi meglio starne alla larga. In ogni caso la salita √® molto suggestiva e, una volta raggiunte le grotte, si rimane incantati dalla magnificenza del luogo e dalla sua spiritualit√† – solo leggermente incrinata dalle urla belluine delle scimmie che attaccano i bambini e dai banchetti di souvenir che vendono riproduzioni in tutte le taglie della statua d’oro e carillon musicali dai colori fluo raffiguranti le varie divinit√† induiste. A causa della sempre maggiore affluenza (che raggiunge il suo apice durante la festa del Thaipusam in gennaio) hanno deciso di allargare la scalinata e al momento ci sono i lavori in corso, a cui tutti possono contribuire, portando per un pezzo o fino in cima un secchiello pieno di sabbia. I muratori ringraziano e speriamo che anche Lord Murugan apprezzi il gesto!

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Batu Caves

Poco sotto le grotte sacre si trovano delle altre caverne, denominate Dark Caves. Sono di tutt’altro tipo: l’esperienza non √® mistica, ma speleologica. Muniti di caschetti e torce da testa ci inoltriamo nel buio alla scoperta di un affascinante ecosistema che ruota¬†intorno alla cacca di pipistrello (il cosiddetto guano). La visita si snoda lungo un percorso che attraversa cinque ambienti diversi e si conclude in una spettacolare camera, attraversata da raggi di luce verticale che sbucano da una fessura sul cielo, a decine di metri di altezza.¬†Il sito √® protetto dalla Malaysian Nature Society e le visite sono guidate da ragazzi del luogo¬†appassionati e competenti, molti dei quali sono studenti di geologia e scienze naturali: √® una esperienza istruttiva e interessante. La caverna ospita una antica comunit√† di animali, vecchia oltre cento milioni di anni; tra le molte creature misteriose che si nascondono tra i suoi anfratti c’√® il rarissimo ragno endemico¬†Liphistius batuensis. Tra pinnacoli, colonne di pietra e incredibili formazioni calcaree, si fa¬†esperienza del buio pi√Ļ buio – un’oscurit√† densa, il cui silenzio √® interrotto solo dallo sgocciolio regolare dell’acqua che cola dalle stalattiti.

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Dark Caves

Singapore Sling

Singapore √® un’altra idea di Asia: ordinata, rigorosa, pulita. Non c’√® nulla fuori posto e la gente si dispone disciplinatamente in fila persino in attesa della metropolitana.¬†A Singapore ti senti un po’ in soggezione, con tutti quei divieti: vietato fumare e gettare la cenere per terra, vietato bere e mangiare sui mezzi pubblici, vietato attraversare la strada al di fuori delle strisce pedonali, vietate le gomme da masticare perch√© sporcano le strade, vietati gli assembramenti, vietate le effusioni in pubblico, vietato intralciare il passaggio sulle scale mobili (dove si tiene la sinistra). L’impressione √® che ci sia un temibile gendarme¬†pronto a sbucare da dietro un angolo per comminare multe salatissime o distribuire scappellotti.

Una cosa che mi ha colpito molto di Singapore è il silenzio irreale: il Financial District alla sera pare il set di un film di fantascienza in cui tutti gli attori di sono allontanati per la pausa caffè. Guardi in su cercando le punte dei grattacieli, e le finestre illuminate si confondono con le stelle. Senti le cicale che ronzano a un volume tale che viene da chiedersi se siano vere o se siano registrazioni diffuse da altoparlanti nascosti. Alla giungla urbana dei grattacieli si contrappone la giungla vera e propria, quella primaria, antichissima, intorno alla quale si è sviluppata la città degli uomini. Siamo ai tropici e la vegetazione è rigogliosa, verdissima, le liane si avviluppano lungo i tronchi slanciati di alberi di cui non conosco il nome, le strade hanno il profumo dei delicati fiori bianchi del frangipane.

I lussureggianti Botanic Gardens rappresentano il cuore verde di Singapore. Sono immensi e bellissimi; ospitano una moltitudine di piante e una porzione originale di foresta pluviale tropicale. L’attrazione principale √® il National Orchid Garden, che contiene la maggiore collezione di orchidee al mondo – oltre 1000 specie e 2000 ibridi. Nel 2015 i Botanic Gardens di Singapore sono stati inscritti nella lista dei Patrimoni dell’Umanit√† Unesco; sono gli unici giardini tropicali e il terzo giardino¬†al mondo (insieme all’Orto Botanico di Padova e ai Kew Gardens di Londra) a farne parte.¬†Qui abbiamo pedinato coppie di sposini impegnati in¬†sofisticati servizi fotografici matrimoniali alla ricerca della posa perfetta; inseguito varani enormi; annusato fiori multicolori; osservato perplessi frotte di ragazzini correre appresso ai Pokemon – pare ce ne fossero molti nascosti tra le buganvillee.

Gli altri famosi giardini di Singapore sono i¬†Gardens by the Bay, all’estremit√† meridionale della citt√†; sono aperti tutti i giorni dalle cinque del mattino alle due di notte e l’ingresso √® libero. Qua sorge anche un bosco molto particolare, fatto di alberi che non sono alberi: in tutto 18, di cui 16 raccolti in una zona che si chiama Supertree Grove. Questi super alberi di altezze diverse (tra i 25 e i 50 metri) hanno un’anima di cemento e acciaio e, all’esterno, pannelli viventi di terra e fiori che li ricoprono come un mantello. In tutto, sui loro tronchi si possono contare circa 163.000 piante appartenenti a 200 specie diverse; ogni super albero rappresenta e custodisce un ecosistema autosufficiente e sostenibile.¬†Di notte i super alberi si illuminano sfruttando l’energia del sole che hanno accumulato durante il giorno; tra i loro rami si svolgono giochi ipnotici di luce e colore. Sembra uno di quei¬†documentari sugli abissi marini, dove tutto √® nero e le meduse illuminano il buio a intermittenza con luci bianche, viola, blu e verdi. Penso che √® bellissimo, futuristico, esagerato; mi sdraio come per vedere le stelle cadenti a San Lorenzo e lo sguardo si perde, le loro chiome esercitano su di me un’attrazione potente e ambigua. Saranno cos√¨ gli alberi del futuro, quando le foreste vere saranno state tutte disboscate, quando gli alberi di legno e foglie non esisteranno pi√Ļ?

Singapore √® multiculturale e multilingue, contiene tanti microcosmi:¬†Chinatown,¬†l’operosa comunit√† cinese e il culto fetish del dente del Buddha; Little India, le curry house e le donne in sari; Arab Street e¬†i cupoloni della sua¬†moschea; le shop house restaurate e un po’ posticce di Clarke Quay. Il distretto coloniale e il leggendario Raffles Hotel, intitolato a Sir Stamford Raffles, il fondatore di Singapore. Dal suo¬†bar – dove fu inventato il Singapore Sling – passarono¬† Ernest Hemingway, Somerset Maugham, Herman Hesse e Rudyard Kipling. Sempre qui, pare, fu uccisa nel 1902 l’ultima tigre di Singapore.

Anche se la Singapore di oggi non √® pi√Ļ la Singapore britannica di Sir Raffles, gli influssi e l’eredit√† di quell’Occidente spregiudicato si ritrovano oggi¬†tra i corridoi delle esclusive universit√† ¬†di economia e management, negli uffici delle multinazionali, delle banche, delle societ√† finanziarie; e nei centri commerciali, templi del consumismo globale. Alcuni sono sfacciati e sfarzosi – lusso italiano e francese, diamanti e gioielli, marmi e riflessi dorati. Altri sono pi√Ļ caciaroni e divertenti: come Mustafa, l’enorme mall di¬†Little India perennemente brulicante di avventori, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette.¬†Vende di tutto,¬†ma la parte migliore ¬†√® il suo labirintico supermercato, traboccante di prelibatezze e orrori alimentari¬†provenienti da ogni angolo d’Asia.

Singapore, isola e citt√†-stato,¬†ricorda vagamente la forma di un diamante. In una delle sue punte si trova quello che in pochi anni ne √® diventato il simbolo, soppiantando il povero Merlion, una creatura mitologica dalla testa di leone e il corpo di pesce, la cui statua √® posta alla foce del fiume Singapore. Peccato perch√© Merlion era una mascotte simpatica: fu disegnata nel 1964 da un membro del Comitato Souvenir del Singapore Tourism Board (che tuttora ne regola l’utilizzo a fini commerciali) che voleva rappresentare allo stesso tempo le origini marinare della citt√†, quando ancora era un villaggio di pescatori e si chiamava Temasek, citt√† del mare, e il leggendario leone che avrebbe accolto il principe Sang Nila Utama dell’impero Sri Vijaya al suo arrivo nell’undicesimo secolo in quella che avrebbe poi da questo episodio preso il nome di Singapura, ovvero citt√† del leone.

La sua mitografia assume una sfumatura epica in¬†“Ulysses by the Merlion”, ode scritta nel 1979 dall’esimio poeta Edwin Thumboo, il quale innalza la strana bestia a icona nazionale e personificazione di Singapore. Dato che tutti¬†i poeti venuti dopo di lui¬†hanno dovuto fare i conti con questa ingombrante elegia, pare che la letteratura singaporiana contemporanea sia piena di Merlion e anti-Merlion; si ironizza sul fatto che Singapore abbia come simbolo e icona un artificioso souvenir.¬†Leggo inoltre che oggi nello slang locale e addirittura in gergo ospedaliero il termine Merlion viene usato al posto del verbo vomitare, con riferimento alla fontana d’acqua che sgorga costantemente dalla bocca della statua. Povero Merlion!

Come che sia, Merlion ormai non se lo fila pi√Ļ nessuno, dato che √® stato messo in ombra dal pi√Ļ appariscente Marina Bay Sands, l’enorme hotel casin√≤ che dal 2010 domina la baia. Forse ce l’avete presente: √® un enorme complesso formato da tre grattacieli uniti tra loro da una specie di tavola da surf lunga 340 metri, famosa per la sua infinity pool, una piscina a sfioro con vista sui grattacieli (a uso esclusivo degli ospiti). A meno che non vogliate spendere svariate centinaia di euro per pernottare nell’albergo, un modo alternativo per salire in cima √® bere qualcosa in uno dei bar dello Skypark – noi abbiamo preso due Asahi al bar della torre di mezzo.¬†A ripensarci quei dieci dollari li potevamo anche risparmiare: s√¨, la vista √® bella, ma tra noi al bar e il panorama¬†c’era di mezzo questa benedetta piscina, invasa da qualche decina di cinesi a mollo che si contendevano l’angolo migliore¬†armati di bastoni da selfie e qualche altra decina che andava su e gi√Ļ in accappatoio e ciabatte. Secondo me, la vista pi√Ļ bella √® quella sul retro, che d√† sul porto; vedi le barche e i portacontainer addormentati nell’acqua nera, qualche gru in controluce, la foresta brillante dei super alberi, le strade ad alto scorrimento. C’era la luna piena quella sera,¬†sembrava un faro.

Postilla mangereccia ‚Äʬ†Cose buone che abbiamo mangiato¬†a Singapore.

  • L’offerta culinaria di Singapore rispecchia il suo carattere multietnico: si trova davvero di tutto, dal cibo locale alla cucina asiatica e internazionale. I ristoranti veri e propri sono generalmente cari, ma nei numerosissimi food court e hawker centre √® possibile mangiare molto bene e a buon prezzo. Quasi ogni centro commerciale ha il proprio food court –¬†ce n’√® uno anche all’interno del Marina Bay Sands, molto fornito e relativamente economico. Scegli un banchetto, ordini, paghi, e poi con il tuo vassoio raggiungi un tavolino cercando di non far strabordare dalla ciotola la tua zuppa ustionante.
  • Non tutte le food court sono uguali e alcune sono davvero hardcore, come quella del Chinatown complex. A¬†Little India c’√® invece il favoloso Tekka Food Centre, dove abbiamo mangiato un succulento pollo tandoori e una notevole quantit√† di roti prata inzuppati in curry di lenticchie e salse agliose.¬†Segnalo infine il bel mercato di Lau Pa Sat, nascosto in mezzo ai grattacieli del Financial District e caratterizzato da una pianta ottagonale e un’elegante architettura vittoriana; lungo l’adiacente¬†Boon Tat Street si trovano decine di banchetti che grigliano senza sosta ottimi spiedini satay di carne e di pesce.
  • Sempre a Little India c’√® un ristorante buonissimo che si chiama¬†Sakunthala’s: qui abbiamo mangiato uno spettacolare granchio piccante al curry, servito su foglie di banano con¬†salsine varie in cui pucciare il soffice naan e i croccanti pappadums.
  • Voglia di gelato? A Singapore si mangia nel panino! I venditori ambulanti tirano fuori dal loro carretto¬†la panetta di gelato, ne tagliano una fetta quadrata¬†con il coltello e la infilano¬†tra due cialde di wafer o nel pane bianco. Per i coraggiosi, c’√® anche il gusto durian ūüôā

Impressioni d’Asia

Pronuncio la parola Asia, scandendo bene ogni lettera. La bocca si scioglie al pensiero di frutti colorati e succosi, nel naso litigano odori pungenti, nelle orecchie lo strombazzare dei motorini e il rumore del mare in una conchiglia. Negli occhi, immagini di piante verdissime e strade sciacquate dalla pioggia monsonica. Ha ancora un senso l‚Äôesotismo oggi, nel mondo globale, o √® diventato un concetto vuoto buono soltanto per i depliant delle agenzie di viaggio, pieni di promesse e desideri pi√Ļ o meno facili da soddisfare? Sono curiosa di scoprirlo, di vedere se quest‚ÄôOriente tanto fantasticato √® come me lo immagino, quanto √® lontano da ci√≤ a cui sono abituata. Il mio mondo √® quello della buona vecchia Europa, delle sue citt√† sonnacchiose e piene di storia, di chiese e di modi tanto diversi dal Baltico al Mediterraneo, ma spesso cos√¨ simili. Cosa c‚Äô√® oltre?

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Non avevo mai preso un volo intercontinentale. Mi piace prendere l‚Äôaereo, l‚Äôidea di essere cos√¨ veloce, cos√¨ in alto. Mi piace il momento del decollo, guardare le persone e le case e le macchine farsi sempre pi√Ļ minuscole finch√© non si distinguono pi√Ļ e non rimangono che le geometrie dei campi gialli e verdi, le autostrade sottilissime, i confini fluidi delle citt√†. Siamo partiti dalla Malpensa in un caldo giorno di luglio, con una di quelle compagnie aeree arabe famose per le bellissime hostess con la veletta che passa sotto il mento. Continua a leggere