Singapore Sling

Singapore è un’altra idea di Asia: ordinata, rigorosa, pulita. Non c’è nulla fuori posto e la gente si dispone disciplinatamente in fila persino in attesa della metropolitana. A Singapore ti senti un po’ in soggezione, con tutti quei divieti: vietato fumare e gettare la cenere per terra, vietato bere e mangiare sui mezzi pubblici, vietato attraversare la strada al di fuori delle strisce pedonali, vietate le gomme da masticare perché sporcano le strade, vietati gli assembramenti, vietate le effusioni in pubblico, vietato intralciare il passaggio sulle scale mobili (dove si tiene la sinistra). L’impressione è che ci sia un temibile gendarme pronto a sbucare da dietro un angolo per comminare multe salatissime o distribuire scappellotti.

Una cosa che mi ha colpito molto di Singapore è il silenzio irreale: il Financial District alla sera pare il set di un film di fantascienza in cui tutti gli attori di sono allontanati per la pausa caffè. Guardi in su cercando le punte dei grattacieli, e le finestre illuminate si confondono con le stelle. Senti le cicale che ronzano a un volume tale che viene da chiedersi se siano vere o se siano registrazioni diffuse da altoparlanti nascosti. Alla giungla urbana dei grattacieli si contrappone la giungla vera e propria, quella primaria, antichissima, intorno alla quale si è sviluppata la città degli uomini. Siamo ai tropici e la vegetazione è rigogliosa, verdissima, le liane si avviluppano lungo i tronchi slanciati di alberi di cui non conosco il nome, le strade hanno il profumo dei delicati fiori bianchi del frangipane.

I lussureggianti Botanic Gardens rappresentano il cuore verde di Singapore. Sono immensi e bellissimi; ospitano una moltitudine di piante e una porzione originale di foresta pluviale tropicale. L’attrazione principale è il National Orchid Garden, che contiene la maggiore collezione di orchidee al mondo – oltre 1000 specie e 2000 ibridi. Nel 2015 i Botanic Gardens di Singapore sono stati inscritti nella lista dei Patrimoni dell’Umanità Unesco; sono gli unici giardini tropicali e il terzo giardino al mondo (insieme all’Orto Botanico di Padova e ai Kew Gardens di Londra) a farne parte. Qui abbiamo pedinato coppie di sposini impegnati in sofisticati servizi fotografici matrimoniali alla ricerca della posa perfetta; inseguito varani enormi; annusato fiori multicolori; osservato perplessi frotte di ragazzini correre appresso ai Pokemon – pare ce ne fossero molti nascosti tra le buganvillee.

Gli altri famosi giardini di Singapore sono i Gardens by the Bay, all’estremità meridionale della città; sono aperti tutti i giorni dalle cinque del mattino alle due di notte e l’ingresso è libero. Qua sorge anche un bosco molto particolare, fatto di alberi che non sono alberi: in tutto 18, di cui 16 raccolti in una zona che si chiama Supertree Grove. Questi super alberi di altezze diverse (tra i 25 e i 50 metri) hanno un’anima di cemento e acciaio e, all’esterno, pannelli viventi di terra e fiori che li ricoprono come un mantello. In tutto, sui loro tronchi si possono contare circa 163.000 piante appartenenti a 200 specie diverse; ogni super albero rappresenta e custodisce un ecosistema autosufficiente e sostenibile. Di notte i super alberi si illuminano sfruttando l’energia del sole che hanno accumulato durante il giorno; tra i loro rami si svolgono giochi ipnotici di luce e colore. Sembra uno di quei documentari sugli abissi marini, dove tutto è nero e le meduse illuminano il buio a intermittenza con luci bianche, viola, blu e verdi. Penso che è bellissimo, futuristico, esagerato; mi sdraio come per vedere le stelle cadenti a San Lorenzo e lo sguardo si perde, le loro chiome esercitano su di me un’attrazione potente e ambigua. Saranno così gli alberi del futuro, quando le foreste vere saranno state tutte disboscate, quando gli alberi di legno e foglie non esisteranno più?

Singapore è multiculturale e multilingue, contiene tanti microcosmi: Chinatown, l’operosa comunità cinese e il culto fetish del dente del Buddha; Little India, le curry house e le donne in sari; Arab Street e i cupoloni della sua moschea; le shop house restaurate e un po’ posticce di Clarke Quay. Il distretto coloniale e il leggendario Raffles Hotel, intitolato a Sir Stamford Raffles, il fondatore di Singapore. Dal suo bar – dove fu inventato il Singapore Sling – passarono  Ernest Hemingway, Somerset Maugham, Herman Hesse e Rudyard Kipling. Sempre qui, pare, fu uccisa nel 1902 l’ultima tigre di Singapore.

Anche se la Singapore di oggi non è più la Singapore britannica di Sir Raffles, gli influssi e l’eredità di quell’Occidente spregiudicato si ritrovano oggi tra i corridoi delle esclusive università  di economia e management, negli uffici delle multinazionali, delle banche, delle società finanziarie; e nei centri commerciali, templi del consumismo globale. Alcuni sono sfacciati e sfarzosi – lusso italiano e francese, diamanti e gioielli, marmi e riflessi dorati. Altri sono più caciaroni e divertenti: come Mustafa, l’enorme mall di Little India perennemente brulicante di avventori, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Vende di tutto, ma la parte migliore  è il suo labirintico supermercato, traboccante di prelibatezze e orrori alimentari provenienti da ogni angolo d’Asia.

Singapore, isola e città-stato, ricorda vagamente la forma di un diamante. In una delle sue punte si trova quello che in pochi anni ne è diventato il simbolo, soppiantando il povero Merlion, una creatura mitologica dalla testa di leone e il corpo di pesce, la cui statua è posta alla foce del fiume Singapore. Peccato perché Merlion era una mascotte simpatica: fu disegnata nel 1964 da un membro del Comitato Souvenir del Singapore Tourism Board (che tuttora ne regola l’utilizzo a fini commerciali) che voleva rappresentare allo stesso tempo le origini marinare della città, quando ancora era un villaggio di pescatori e si chiamava Temasek, città del mare, e il leggendario leone che avrebbe accolto il principe Sang Nila Utama dell’impero Sri Vijaya al suo arrivo nell’undicesimo secolo in quella che avrebbe poi da questo episodio preso il nome di Singapura, ovvero città del leone.

La sua mitografia assume una sfumatura epica in “Ulysses by the Merlion”, ode scritta nel 1979 dall’esimio poeta Edwin Thumboo, il quale innalza la strana bestia a icona nazionale e personificazione di Singapore. Dato che tutti i poeti venuti dopo di lui hanno dovuto fare i conti con questa ingombrante elegia, pare che la letteratura singaporiana contemporanea sia piena di Merlion e anti-Merlion; si ironizza sul fatto che Singapore abbia come simbolo e icona un artificioso souvenir. Leggo inoltre che oggi nello slang locale e addirittura in gergo ospedaliero il termine Merlion viene usato al posto del verbo vomitare, con riferimento alla fontana d’acqua che sgorga costantemente dalla bocca della statua. Povero Merlion!

Come che sia, Merlion ormai non se lo fila più nessuno, dato che è stato messo in ombra dal più appariscente Marina Bay Sands, l’enorme hotel casinò che dal 2010 domina la baia. Forse ce l’avete presente: è un enorme complesso formato da tre grattacieli uniti tra loro da una specie di tavola da surf lunga 340 metri, famosa per la sua infinity pool, una piscina a sfioro con vista sui grattacieli (a uso esclusivo degli ospiti). A meno che non vogliate spendere svariate centinaia di euro per pernottare nell’albergo, un modo alternativo per salire in cima è bere qualcosa in uno dei bar dello Skypark – noi abbiamo preso due Asahi al bar della torre di mezzo. A ripensarci quei dieci dollari li potevamo anche risparmiare: sì, la vista è bella, ma tra noi al bar e il panorama c’era di mezzo questa benedetta piscina, invasa da qualche decina di cinesi a mollo che si contendevano l’angolo migliore armati di bastoni da selfie e qualche altra decina che andava su e giù in accappatoio e ciabatte. Secondo me, la vista più bella è quella sul retro, che dà sul porto; vedi le barche e i portacontainer addormentati nell’acqua nera, qualche gru in controluce, la foresta brillante dei super alberi, le strade ad alto scorrimento. C’era la luna piena quella sera, sembrava un faro.

Postilla mangereccia • Cose buone che abbiamo mangiato a Singapore.

  • L’offerta culinaria di Singapore rispecchia il suo carattere multietnico: si trova davvero di tutto, dal cibo locale alla cucina asiatica e internazionale. I ristoranti veri e propri sono generalmente cari, ma nei numerosissimi food court e hawker centre è possibile mangiare molto bene e a buon prezzo. Quasi ogni centro commerciale ha il proprio food court – ce n’è uno anche all’interno del Marina Bay Sands, molto fornito e relativamente economico. Scegli un banchetto, ordini, paghi, e poi con il tuo vassoio raggiungi un tavolino cercando di non far strabordare dalla ciotola la tua zuppa ustionante.
  • Non tutte le food court sono uguali e alcune sono davvero hardcore, come quella del Chinatown complex. A Little India c’è invece il favoloso Tekka Food Centre, dove abbiamo mangiato un succulento pollo tandoori e una notevole quantità di roti prata inzuppati in curry di lenticchie e salse agliose. Segnalo infine il bel mercato di Lau Pa Sat, nascosto in mezzo ai grattacieli del Financial District e caratterizzato da una pianta ottagonale e un’elegante architettura vittoriana; lungo l’adiacente Boon Tat Street si trovano decine di banchetti che grigliano senza sosta ottimi spiedini satay di carne e di pesce.
  • Sempre a Little India c’è un ristorante buonissimo che si chiama Sakunthala’s: qui abbiamo mangiato uno spettacolare granchio piccante al curry, servito su foglie di banano con salsine varie in cui pucciare il soffice naan e i croccanti pappadums.
  • Voglia di gelato? A Singapore si mangia nel panino! I venditori ambulanti tirano fuori dal loro carretto la panetta di gelato, ne tagliano una fetta quadrata con il coltello e la infilano tra due cialde di wafer o nel pane bianco. Per i coraggiosi, c’è anche il gusto durian 🙂

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