Rapsodia Boema, parte prima

San Giovanni Nepomuceno, Franz Kafka, Jan Hus, Jan Palach

Buongiorno Praga, finalmente ci conosciamo! Sei tra le poche grandi e famose città che mi mancano, nella buona vecchia Europa. Mi accogli con un clima relativamente mite, per la fine di gennaio, e un cielo grigiazzurro. Mi piaci da subito, città di libri. Ho letto tanto di te, dei tuoi abitanti, del tuo passato tumultuoso. Viene immediato un paragone con la Praga immaginata: forse le onnipresenti folle di turisti hanno succhiato via un po’ della tua anima? Cuore barocco, Apollinaire ti descrisse come una “nave dorata che naviga maestosamente sulla Moldava”. Dolorosamente bella e malinconica, elegante, costante come le acque brune del fiume che ti attraversa, anche se oggi i trenta santi del Ponte Carlo sono tutti anneriti: forse hanno perso un po’ del loro fascino, hanno bisogno di un restauro o quantomeno di una lustratina. Risplendono solo le effigi di San Giovanni Nepomuceno, protettore delle persone in pericolo di annegamento, e del suo cane, accarezzate in continuazione dai passanti per buona sorte. Narra la leggenda che San Giovanni da Nepomuk non volle rivelare i segreti della regina Giovanna di Baviera, di cui era il confessore: per questo gli fu tagliata la lingua e, messo in un sacco, fu lanciato nella Moldava.

Orientarsi a Praga è molto semplice, perfino per me: la città è divisa in due dal fiume e divisa in distretti, ognuno caratterizzato da uno stile molto riconoscibile. Sulla sponda occidentale si trovano Hradčany con il suo castello, che appollaiato in alto come un nido d’aquila sorveglia silenzioso la città, e le pittoresche vie di Malá Strana, il Piccolo Quartiere. La Città Vecchia e quella Nuova (Staré Město e Nové Město) si estendono invece sulla riva destra della Moldava. La Città Vecchia è intrigante e labirintica come una pagina di Franz Kafka, che qui nacque, visse e scrisse. Il suo rapporto con Praga fu ambivalente – la definì come una matrigna dai cui artigli non si può sfuggire – e complicato dalla duplice condizione di isolamento ed estraneità determinata dal suo essere ebreo e, allo stesso tempo, appartenente alla borghesia di lingua tedesca.

Iniziamo il nostro cammino da Staroměstské náměstí, la piazza della Città Vecchia, che profuma di Pražská šunka, il prosciutto affumicato che arrostisce nei banchetti. È molto bella, anche se purtroppo la sua attrazione principale, l’orologio astronomico, è attualmente in restauro. Accanto si trova Palazzo Kinský, edificio in stile rococò dove Franz Kafka frequentò il ginnasio dal 1893 al 1901. Sulla piazza incombono le guglie nere di Santa Maria di Týn, roccaforte hussita; e proprio qui sorge il memoriale a Jan Hus, pensatore e riformatore religioso boemo condannato per eresia e bruciato sul rogo nel 1415, considerato il precursore della Riforma protestante, essendo vissuto circa un secolo prima di Lutero, Calvino e Zwingli. Viene raffigurato circondato dai suoi seguaci, che furono costretti all’esilio. Ho scoperto che a Jan Hus si deve anche la prima riforma ortografica della lingua ceca: fu lui a introdurre punti ed accenti in luogo delle z (ancora in uso nella scrittura polacca) e le doppie vocali.

Le fiamme ricorreranno funestamente nella storia della città a cinque secoli e mezzo di distanza: nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969 “Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava, all’orizzonte del cielo di Praga…”. Jan Palach era uno studente di filosofia, aveva vent’anni: si versò addosso una tanica di benzina e si diede fuoco sulla scalinata del Museo Nazionale in piazza San Venceslao, per protestare contro l’occupazione sovietica del suo Paese e i carri armati che qualche mese prima avevano represso i moti democratici della Primavera di Praga (di cui quest’anno ricorre il cinquantenario). Nel suo tascapane, che tenne a debita distanza dalle fiamme, furono ritrovati i suoi appunti e quello che suona come un testamento politico:  «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa». Si firmò «la torcia n.1». Morì per le ustioni riportate, tre giorni dopo il rogo; disse ai medici d’aver preso a modello i monaci buddhisti del Vietnam e in particolare Thích Quảng Đức, che nel 1963 si era dato fuoco a Saigon per protesta contro le politiche di intolleranza religiosa nel Vietnam del Sud. Al funerale di Jan Palach, organizzato dall’associazione degli studenti di Boemia e di Moravia, accorsero oltre 600.000 persone da tutta la Cecoslovacchia. Da un articolo del 1999 di Bernardo Valli su Repubblica, ho appreso che sulla facciata di un teatro in città era stata scritta a grandi lettere una frase di Brecht: “Infelice quel popolo che non ha eroi. Ma infelice quel popolo che ha bisogno di eroi”. Nelle settimane successive almeno altri sette studenti, tra cui l’amico Jan Zajíc, si immolarono come torce umane, ma la censura di regime fece in modo che le loro morti passassero sotto silenzio.

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