La meravigliosa storia di Thor Heyerdahl

Esattamente cento anni fa, il 6 ottobre 1914, nasceva in Norvegia uno dei più grandi esploratori della storia contemporanea: Thor Heyerdahl. E’ conosciuto ai più per la traversata del Kon-Tiki, ma l’intera sua vita racconta una storia pazzesca, meravigliosa. Io mi sono innamorata di quest’uomo: e dire che fino a poco tempo fa non sapevo quasi niente né di lui, né del Kon-Tiki. Stamattina appena ho acceso il computer ho visto che Google gli ha dedicato un doodle, in occasione del suo centenario. Bene, il punto è che da qualche tempo coltivo di nascosto questo orticello di parole dove scrivo e vorrei scrivere dei miei viaggi e di altre cose, ma per un motivo o per l’altro non mi sono mai decisa a renderlo pubblico. Oggi mi è quasi venuto un colpo quando ho aperto Google e mi sono detta: ora o mai più! Primo, perché inaugurare ufficialmente questo blog a cento anni dalla nascita di un personaggio come Thor spero sia di buon auspicio; secondo, perché è da quando ho scoperto la sua storia che vorrei raccontarla e una volta tanto vorrei cogliere l’attimo fuggente così da fargli gli auguri come si deve e non in ritardo.

HEYERDAHL / KONTIKI
Il Kon-Tiki in mare nel 1947. © AP Photo

Sapevo che il centenario della nascita di Thor Heyerdahl cadeva quest’anno perché a maggio sono stata a Oslo e ho visitato il Kon-Tiki Museet, dove i francobolli celebrativi 1914-2014 andavano per la maggiore. Il 1914, putacaso, è anche l’anno in cui è nata mia nonna (anche lei un’avventuriera, a suo modo) e per questo mi è rimasto impresso. Prima, “Kon-Tiki” mi faceva venire in mente solo una maschera tribale tatuata sulla schiena di un amico cileno, uno stabilimento balneare in Liguria (i “Bagni Kon-Tiki” a Spotorno) e la cosiddetta Tiki culture, ovvero i cocktail con gli ombrellini colorati e tutte le cose kitsch che ci stanno intorno. La visita a quel museo in Norvegia mi ha fatto scoprire un mondo fatto di viaggi temerari, spedizioni verso l’ignoto, in barba a chi dice sempre “non si può fare, non è possibile!”. Thor Heyerdahl era uno che aveva preso in parola Ulisse, quando per bocca di Dante dice Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. Dato che su questa frase cerco di improntare – per quanto posso e riesco – la mia esistenza in questo grande mondo, Thor mi è stato subito simpatico. C’è una galleria, nel museo, che racconta la sua vita per immagini, a partire dall’infanzia: un bel bambino biondo che poi si trasforma in un bel ragazzo biondo, e così via. Ma la luce che ha negli occhi, sin dalla prima fotografia! E la storia del suo amore con Liv… è talmente bella che adesso ve la racconto.

Thor era ancora un ragazzo quando partì per il suo primo viaggio nella Polinesia francese. All’epoca studiava biologia e geografia all’Università di Oslo e il viaggio era stato organizzato in collaborazione con la facoltà di zoologia, che voleva mandarlo lì allo scopo di investigare la flora e la fauna dell’arcipelago. Era partito il 25 dicembre 1936, con la donna che aveva sposato la notte prima, la notte di Natale. Liv aveva 20 anni e Thor 22: insieme presero un treno che li portò a Marsiglia e da lì si imbarcarono su un cargo che attraversò l’Oceano Atlantico fino al canale di Panama e poi l’Oceano Pacifico fino a Tahiti. La coppia si stabilì su una minuscola isoletta vulcanica chiamata Fatu-Hiva, la più meridionale delle Isole Marchesi. Il luogo era selvaggio e incontaminato, loro giovani e innamorati… Una storia alla Laguna Blu insomma. Vissero – o sopravvissero – in modo totalmente autosufficiente per circa un anno, cibandosi di patate dolci e manghi succulenti, lontani dalle corruzioni della società moderna, mentre portavano avanti le loro ricerche scientifiche.

Thor e Liv
La luna di miele di Thor e Liv a Fatu Hiva. © 2014 Kon-Tiki museet.

In realtà, Fatu-Hiva non si rivelò essere quel paradiso terrestre che avevano vagheggiato (Thor ebbe poi a dire che il paradiso in terra non va ricercato in uno luogo geografico, ma dentro noi stessi) e, dopo aver cercato di fronteggiare da soli le febbri dovute a delle punture d’insetto, dovettero fare ritorno alla civiltà per sottoporsi a cure mediche. In ogni caso, il soggiorno a Fatu-Hiva fu decisivo per le successive ricerche di Thor: fu in questo periodo che cominciò a elaborare le sue teorie secondo le quali le prime genti della Polinesia erano arrivate in queste isole non da Ovest, come comunemente si pensava, ma dalle coste sudamericane in epoca precolombiana.  C’erano molti elementi che suffragavano questa tesi: correnti marine favorevoli, ritrovamenti nella giungla di statue antiche e incredibilmente simili alle effigi dei popoli dell’America meridionale, e infine la leggenda, narrata dal capovillaggio, del mitologico Tiki che in tempi immemori aveva guidato per mare dall’Est i suoi antenati, fino a queste terre.

Thor mise da parte le ricerche su fiori e piante e si dedicò anima e corpo a questa idea che condizionò il resto della sua vita: andò in America, studiò le tecniche di navigazione, immaginò come quei folli marinai avessero potuto compiere una tale traversata in mare aperto. Quando però nel 1940 presentò i risultati delle sue ricerche, gli esimi accademici lo presero per matto. Allora che fece Thor, per dimostrare che quel viaggio sarebbe stato possibile? Costruì una zattera di balsa, mangrovia e bambù, così come l’avrebbero potuta costruire 1500 anni prima; raggruppò un equipaggio accuratamente selezionato; e il 28 aprile 1947 salpò dal porto di Callao in Perù, deciso a raggiungere le coste polinesiane. Sulla vela svettava Kon-Tiki, il leggendario re del Sole il cui mito era comune alla civiltà inca e a quella polinesiana.

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La rotta del Kon-Tiki. © 2014 Kon-Tiki museet.

Il viaggio durò 101 giorni, durante i quali la zattera percorse circa 8.000 chilometri attraverso l’oceano Pacifico. Si concluse all’atollo di Raroia nell’arcipelago di Tuamotu in modo un po’ rocambolesco, dato che il Kon-Tiki cozzò contro la barriera corallina e quasi si distrusse. L’equipaggio raggiunse l’isola e trascorse qualche giorno in solitudine finché dei pescatori non videro il relitto e li andarono a recuperare, ma quando arrivarono al villaggio ci furono feste e danze a non finire per festeggiare il buon esito della spedizione. Il viaggio ebbe una risonanza enorme e l’intero mondo accademico dovette ricredersi di fronte all’evidenza: gli scienziati più cocciuti, che continuavano a non credere possibile un’impresa del genere e ne mettevano in dubbio l’autenticità,  tacquero solo quando nel 1952 fu presentato al pubblico il film montato con il materiale girato durante la traversata – che vinse anche l’Oscar come miglior documentario.

La cosa bella è che Thor aveva uno spiccato senso per la posterità, e non ha mai mancato di fotografare/filmare/documentare i suoi viaggi e le sue spedizioni. Al museo sono esposte tantissime fotografie, appunti, schizzi (io ho trovato terribilmente eccitante perfino il diario in cui sono annotati i menu dell’equipaggio durante il viaggio). Questa era la sua Leica, sono rimasta mezz’ora a fissarla:

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“Ho fotografato cose che voi umani…”

Tornando agli scienziati saccenti, questi allora si misero a dire: ok, prendiamo pure per buona l’ipotesi che i marinai sudamericani siano stati in grado di affrontare l’oceano Pacifico con una zattera di balsa. Allora perché non ci sono tracce di un loro insediamento alle Galapagos, che sono in linea d’aria molto più vicine rispetto alla Polinesia? Thor, che con questi misteri ci andava a nozze, partì per le Galapagos per dimostrare ancora una volta la bontà delle sue intuizioni. Condusse le prime esplorazioni archeologiche in questa zona, le quali confermarono che in epoca precolombiana molti viaggi di questo tipo avevano avuto luogo. La mancanza di riserve d’acqua potabile all’infuori che nella stagione delle piogge, però, impedivano ai navigatori di insediarsi stabilmente alle isole Galapagos: ripiegarono allora, secondo Thor, su quella che noi oggi conosciamo come isola di Pasqua. Heyerdahl passò qui molto tempo in due diversi momenti (1955-1956 e 1986-1988, trent’anni più tardi), coincidenti con due imponenti spedizioni archeologiche che lo convinsero ulteriormente dei contatti tra le culture sudamericane e quelle polinesiane. Chissà quali erano i suoi pensieri di fronte agli immensi Moai, quelle statue dalle lunghe orecchie che si innalzano di fronte all’oceano, nell’isola più isolata di tutte.

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La Ra II, custodita al Kon-Tiki museet di Oslo.

Nel frattempo Thor si era appassionato alla faccenda della navigazione in epoca antica e si mise a pensare ad altre imbarcazioni ed altri mari. Più precisamente, alle navi costruite con giunchi e canne all’epoca dei faraoni, quando le civiltà del Mediterraneo fiorivano e commerciavano su tutte le rotte. Erano possili, con quelle barche, traversate oceaniche? Si poteva arrivare dal Marocco alle Barbados su un trabiccolo del genere? Ancora una volta pensò che non c’era che un modo per scoprirlo… La Ra partì nella primavera del 1969 dall’antico porto fenicio di Safi, in Marocco; navigò per otto settimane e 5.000 chilometri prima di affondare, con grande scorno dell’equipaggio. Dieci mesi dopo ci riprovarono, con la Ra II: questa volta però Thor aveva chiesto la consulenza e l’aiuto di quattro indiani Aymara provenienti da un villaggio sul lago Titicaca, in Sud America, che a 4.000 metri d’altezza sul livello del mare erano soliti navigare sulle acque tempestose del lago con imbarcazioni costruite con gli stessi metodi usate in Egitto e in Mesopotamia. Imbastirono una barca robusta e veloce, flessibile e resistente alle peggiori tempeste. La Ra II, salpata da Safi il 17 maggio 1970, approdò alle Barbados 57 giorni e 6.100 chilometri più tardi.

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Nell’Antico Egitto erano ghiotti di tarallini.

C’è un’altra cosa interessante. Thor Heyerdahl non era solo uno scienziato, un archeologo, un esploratore matto; era anche un umanista, un antropologo, un cittadino del mondo che voleva abbattere i confini del pensiero. Nel concepire la spedizione della Ra aveva immaginato una geografia senza frontiere, incarnata in un equipaggio che rappresentasse l’umanità intera: otto uomini di otto nazionalità diverse che collaborassero tra loro per un obiettivo comune, al di là delle diverse provenienze e credenze religiose e politiche. Magari poi a bordo litigavano in continuazione, ma l’idea è confortante. Veleggiavano sotto il vessillo delle Nazioni Unite.

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L’equipaggio della Ra II. Half way! © 2014 Kon-Tiki museet.

Un’altra spedizione molto importante fu quella del Tigris, attraverso cui Heyerdahl volle dimostrare l’ipotesi di un contatto tra le tre grandi civiltà del Mediterraneo, ovvero Mesopotamia, Egitto e Valle dell’Indo. Nei dipinti rupestri di tutte, comparivano le immagini di imbarcazioni simili per materiali e dimensioni. Il Tigris salpò nel 1977 all’incrocio dei fiumi sacri che formavano la Mesopotamia, il Tigri e l’Eufrate, e che oggi si trova in Iraq. Il  viaggio nell’Oceano indiano però non fu portato a termine, perché nell’aprile 1978, dopo cinque mesi di navigazione, l’equipaggio diede fuoco alla nave per protesta contro i commercianti di armi che alimentavano, per profitto, i conflitti in Medioriente. La guerra era tutto intorno – e aveva in spregio il senso stesso del viaggio di Thor e dei suoi uomini.

Ci furono altri viaggi ed esplorazioni: le Maldive, il Peru, la Russia… Una vita così, come si fa a raccontarla in uno spazio così ristretto? Alla fine sono sempre i confini a fregarci. E allora mi sembra pertinente questa sua bellissima frase, che lo racconta in modo fulmineo ed esatto:

“Borders? I have never seen one. But I have heard they exist in the minds of some people”.

Buon compleanno, Thor 🙂

Impressioni d’Asia

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Pronuncio la parola Asia, scandendo bene ogni lettera. La bocca si scioglie al pensiero di frutti colorati e succosi, nel naso litigano odori pungenti, nelle orecchie lo strombazzare dei motorini e il rumore del mare in una conchiglia. Negli occhi, immagini di piante verdissime e strade sciacquate dalla pioggia monsonica. Ha ancora un senso l’esotismo oggi, nel mondo globale, o è diventato un concetto vuoto buono soltanto per i depliant delle agenzie di viaggio, pieni di promesse e desideri più o meno facili da soddisfare? Sono curiosa di scoprirlo, di vedere se quest’Oriente tanto fantasticato è come me lo immagino, quanto è lontano da ciò a cui sono abituata. Il mio mondo è quello della buona vecchia Europa, delle sue città sonnacchiose e piene di storia, di chiese e di modi tanto diversi dal Baltico al Mediterraneo, ma spesso così simili. Cosa c’è oltre?

Non avevo mai preso un volo intercontinentale. Mi piace prendere l’aereo, l’idea di essere così veloce, così in alto. Mi piace il momento del decollo, guardare le persone e le case e le macchine farsi sempre più minuscole finché non si distinguono più e non rimangono che le geometrie dei campi gialli e verdi, le autostrade sottilissime, i confini fluidi delle città. Siamo partiti dalla Malpensa in un caldo giorno di luglio, con una di quelle compagnie aeree arabe famose per le bellissime hostess con la veletta che passa sotto il mento.

Abbiamo fatto un lungo scalo a Muscat, la capitale dell’Oman. Abbiamo passato la notte in aeroporto, Angelo per terra in un angolo e io rannicchiata sul divanetto di un fast-food halal, dove abbiamo visto donne coperte da capo a piedi mangiare hamburger da sotto il velo. All’alba abbiamo preso il secondo volo: mi hanno fatto impressione i deserti iracheni, le distese di sabbia, l’urbanistica lineare delle città antiche. Poco dopo mi sono addormentata, svegliandomi solo per fare merenda con datteri e yogurt; poi mi sono riappisolata e, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovata lontana da casa, novantuno meridiani più avanti, in un paese il cui alfabeto è un ghirigoro, nella città che dell’esotismo è l’emblema stesso: Bangkok.

Pioveva a dirotto, quando siamo arrivati, era buio e faceva caldissimo; siamo saliti su un taxi freddo, che dopo quasi un’ora ci ha lasciati al margine di una via piena di luci colorate e fumi che salivano dalle bancarelle ai due lati della strada. Questa via si chiama Khaosan road, ed è qui e nelle vie limitrofe che migliaia di viaggiatori con lo zaino sulle spalle si riversano ogni giorno e ogni notte, catapultati da ogni dove nel cuore pulsante dell’Asia. Qui si può comprare una patente nuova o un tesserino da giornalista, bere fruitshake al mango, mangiare un insetto fritto (in realtà tutti si fermano a guardare, ma nessuno osa l’assaggio, e le venditrici hanno capito che il vero affare è chiedere un dollaro a fotografia), ti vengono offerte droghe e donne. I bar pompano musica commerciale, le bancarelle vendono tutte le stesse canottiere con stampate sopra le marche di birra locale e gli stessi pantaloni larghi di tela con gli elefanti, e nelle strade pare di vedere solo branchi di ragazzi e ragazze che indossano quelle magliette e quei pantaloni. Qualche vecchio hippie coi capelli grigi e i tatuaggi sbiaditi osserva la vita che scorre da una seggiolina viola di plastica, forse rimpiangendo il tempo in cui in questo posto ancora non erano arrivati McDonald e le luci al neon.

Tanti parlano di Khaosan road come di un ghetto per turisti, di un luogo troppo poco autentico, ma Bangkok è anche questo, è il suo immaginario, è la lusinga dei sensi. Lo vedi che è finta, con tutte quelle lucine colorate che danno idea di festività pagana, con i guidatori di tuk tuk che promettono di scarrozzarti in giro per la città con pochi spiccioli e poi ti fanno perdere ore tra un negozio e l’altro perché ricevono dai commercianti un buono per la benzina per ogni turista che portano. Ma è vero: il ghetto protegge dalla città vera. Ti avventuri fuori e scopri che c’è un mondo nuovo, sporco, caldo da impazzire – un caldo umido che si appiccica alla pelle, che non fa guarire le piccole ferite e che bagna la maglietta. Caldo e sporco e polveroso, polveri sottili che bruciano il naso, mezzi motorizzati di ogni tipo che non vogliono a nessun costo lasciarti il passo nelle strade, architetture dorate che si intravedono dietro gli accrocchi di cavi elettrici che sfidano ogni legge dell’elettrotecnica e del buon senso. Cieli immobili e lattiginosi che d’un tratto s’anneriscono e si squarciano in piogge che diventano torrenti lungo le vie e che sembrano pulire e punire i peccati di questa città, colpevole di contenere troppa vita dentro di lei.

Il mio Portogallo

Lisboa

Mio, aggettivo possessivo, sta spudoratamente a indicare una sensazione di proprietà, possedimento, per la serie “è mio e guai a chi me lo tocca”. Alcune volte non è un bel sentimento: se riferito a un oggetto, può indicare un attaccamento spesso malsano alle cose materiali; se riferito a una persona, può indicare gelosia e sospetto. Altre volte, indica semplicemente un’adesione affettuosa, candida, una vicinanza e una comunanza. Messo accanto a un Paese intero, che vuol dire quell’aggettivo? Vuol dire un richiamo che non so spiegare, un sorriso scemo quando sento qualcuno parlare in portoghese sull’autobus a Milano, l’immagine di cieli pazzescamente azzurri. Il fastidio quando qualcuno lo critica, un altro sorriso scemo alla vista di un umile lupino, ore passate a decifrare le metafore nascoste nelle canzoni di Rui Veloso. Fatto sta che io di questo Paese vado pazza. Sono stata la prima volta in Portogallo nel febbraio del 2008, per un weekend lungo a Lisbona e dintorni: non ha fatto altro che piovere, ininterrottamente, per quattro giorni. Nubi nere, sanpietrini bagnati e scivolosi, alto rischio di finire sotto al tram 28 in una di quelle vie dell’Alfama talmente strette che o passi tu, o passa lui. Eppure io di quella città mi sono innamorata, nonostante il vento freddo e le calze sempre fradicie.

Poi due anni dopo sono finita in Estonia e, strano ma vero, in Estonia c’erano un sacco di portoghesi, con alcuni dei quali ho stretto delle amicizie destinate a durare. Quando parlavano fitto fitto tra di loro in portoghese però non capivo una parola, e la cosa mi indispettiva assai. Mi affascinava moltissimo quella loro lingua piena di shh e di suoni nasali (cão, pão, mão!), allora mi sono impuntata e ho deciso che l’avrei imparata. Sono partita con i numeri da uno a dieci, le parolacce e le drinking songs (i grandi classici dell’erasmus), poi piano piano ho iniziato a formulare le prime frasi, anche se i miei amici mi prendevano in giro per l’accento brasiliano. Tornata in Italia ho continuato a studiare con l’Assimil, che è un metodo fantastico per imparare le lingue, se si ha la costanza di arrivare fino alla fine del libro, ovvero fino al centesimo dialogo surreale.

Sono iniziati i miei pellegrinaggi portoghesi e ho scoperto le strade di Porto, le tradizioni studentesche di Coimbra, le colline del Ribatejo e le onde dell’Algarve. Ogni volta che tornavo mi trovavo talmente bene che sono finita a passare tre mesi nella piovosa Viseu, a bere i vini del Dão e del Douro, a mangiare zuppe e tostas mistas; in quel periodo ho visto le processioni pasquali di Braga e i canali di Aveiro, bevuto la puzzolente e a quanto pare molto salutare acqua termale di Chaves, salito gli innumerevoli scalini del Bom Jesus do Monte. Questa estate sono tornata per l’ennesima volta, per un road trip da Porto in giù, passando per Batalha, Tomar, Nazaré, Abrantes, Obidos, Zambujeira do Mar, il Parque do Sudoeste Alentejano e Costa Vicentina, Sagres e Cabo São Vicente, le acque blu dell’Algarve, infine risalendo per l’Alentejo interior (Alcoutim, Mértola, Serpa, Monsaraz, Evora e i siti megalitici…) fino a Lisbona e Cascais. Oggi parlo portoghese, mais ou menos, ma i suoi suoni continuano a affascinarmi come la prima volta che l’ho ascoltato. Vorrei raccontarlo tutto questo mio Portogallo, un po’ per averlo sempre con me, un po’ come riconoscimento per avermi fatto quel regalo impegnativo e bellissimo che è la saudade.

Lisbona

Post scriptum. I biografi dicono che Antonio Tabucchi si imbattè per la prima volta nella lingua portoghese a Parigi negli anni Sessanta, quando scoprì su una bancarella nei pressi della Gare de Lyon un libriccino che conteneva la traduzione francese della poesia Tabacaria firmata con il nome di Alvaro de Campos, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa. Inizia così:

Não sou nada / Nunca serei nada / Não posso querer ser nada / À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo. [Non sono niente / Non sarò mai niente / Non posso voler essere niente / A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo]

Magari si era fermato per caso a quella bancarella, perché era arrivato alla stazione con troppo anticipo. Come che sia, fu leggendo quelle righe che si appassionò alla lingua e alla letteratura portoghese e, soprattutto, a Fernando Pessoa, di cui è stato il massimo conoscitore in Italia nonché traduttore dell’opera omnia. Menomale che a quella bancarella ci si è fermato: io devo molto a Tabucchi, perché penso che la lettura dei suoi libri abbia contribuito a formare l’idea che dentro di me ho del Portogallo e la sostanza letteraria di questa saudade che ha anche il profumo dell’omelette alle erbe aromatiche  di cui è ghiotto Pereira.

Maarjamägi, Tallinn, Estonia

Quando le temperature si aggirano sui meno 20 gradi, il mar Baltico si ghiaccia. Queste foto sono state scattate sul lungomare di Pirita, qualche chilometro a nord est di Tallinn, che si intravede sullo sfondo (a sinistra i grattacieli della città nuova e a destra le cupole della città vecchia). Facevamo questa strada per raggiungere Sarapuu e per un mese, ogni giorno, mi sono beata dal finestrino dell’autobus di quel sole che esplodeva in una palla di fuoco, proprio all’ora in cui tornavamo da lezione. Mi hanno raccontato che in Estonia nei mesi più freddi vengono costruite delle vere e proprie autostrade sul ghiaccio, per raggiungere in macchina le isolette più vicine alla costa. Quando ho fatto il primo passo sul mare ghiacciato mi sono sentita come Neil Armstrong quando ha messo piede sulla Luna… non a caso il moonwalk su una lastra di ghiaccio viene da dio 🙂

Miragaia e Ribeira, Porto, Portogallo

A chegada é apenas mais um ponto de partida. Ovvero, l’arrivo non è che un altro punto di partenza: per me Porto è questo, un luogo di arrivi e partenze verso altre destinazioni dove qualcuno o qualcosa mi aspettava. Ho preso tanti voli per e da questa città, conosco bene la strada che porta dall’aeroporto alla stazione dei treni e a quella dei pullmann. Al Francisco Sá Carneiro ho passato ore e ore (una volta ci ho pure mangiato una francesinha per disperazione). Poi è successo che Ginevra, linda menina, ci è andata a studiare e lavorare come archeologa. Mi ha ospitato nella sua splendida casetta piena di luce a Miragaia e mi ha portato in giro a scoprire la sua nuova città, tra un copinho di Porto branco e l’altro.

Leggere Baudelaire a Marrakech

Étonnants voyageurs ! quelles nobles histoires / Nous lisons dans vos yeux profonds comme les mers! / Montrez-nous les écrins de vos riches mémoires, / Ces bijoux merveilleux, faits d’astres et d’éthers. // Nous voulons voyager sans vapeur et sans voile! / Faites, pour égayer l’ennui de nos prisons, / Passer sur nos esprits, tendus comme une toile, / Vos souvenirs avec leurs cadres d’horizons. // Dites, qu’avez-vous vu?

A Marrakech, nella zona nord della medina e a pochi passi dalla Medersa Ali Ben Youssef, c’è la piccola Maison de la Photographie. È stata allestita in un riad e, a rotazione, propone mostre fotografiche su vari temi. Quando siamo andate noi, il tema della mostra era Étonnants voyageurs, dal titolo di una poesia di Charles Baudelaire.

“La prima epoca dei viaggi in Marocco risale all’Ottocento, fino al 1910 circa: è a Tangeri che si ritrovano gli europei in viaggio. Diplomatici e militari, commercianti e avventurieri, missionari e archelogi, pittori e scrittori. Cosa vedevano dunque coloro i cui occhi, secondo Baudelaire, sono profondi come i mari? La mervaviglia, le meraviglie: luci, colori, gli uomini, le donne, musiche e danze, architetture… le muse. […] I ritratti sono onnipresenti: ma noi cerchiamo sempre, noi viaggiatori delle nostre vite, di scrutare nel mare immenso dello sguardo degli altri, la questione fondamentale. Questi fotografi hanno anche scritto dei testi, che spesso accompagnano le fotografie in mostra: nel leggerli, si percepisce meglio la modernità fotografica. L’immagine è libera di significare altro, altrimenti, a differenza  dei testi che appaiono obsoleti e rimandano a uno sguardo dal passato. L’immagine rivela la sua forza iconica e potente, sempre aperta alla reinterpretazione. Étonnants voyageurs è un tentativo di illustrare le visioni, le pose, di quelli che sono arrivati in questo Paese alla ricerca del senso sultimo della vita. Al di là dell’infinita varietà degli esseri, del tempo e dello spazio, i nostri occhi incontrano gli occhi di coloro che, come noi, hanno camminato con il volto nel vento, si sono impiastricciati le dita di miele, hanno colto fichi profumati, hanno dormito sotto gli ulivi secolari, hanno amato, e sono morti”.

Sul tetto terrazzato della Maison c’era il wifi e Chiara ha cercato sul suo telefono la traduzione italiana di Étonnants voyageurs; l’ha letta tutta d’un fiato, mentre io l’ascoltavo. È una poesia lunga e possente, che parte leggera e si concluse angosciosa.

Charles Baudelaire tradotto da Antonio Prete
(Da: Zibaldoni, anno quinto, III serie, 9 maggio 2006.)

Le Voyage (Il viaggio)

         A Maxim du Camp

I

Pour l’enfant, amoureux de cartes et d’estampes,
L’univers est égal à son vaste appétit.
Ah ! que le monde est grand à la clarté des lampes!
Aux yeux du souvenir que le monde est petit!

Un matin nous partons, le cerveau plein de flamme,
Le coeur gros de rancune et de désirs amers,
Et nous allons, suivant le rythme de la lame,
Berçant notre infini sur le fini des mers:

Les uns, joyeux de fuir une patrie infâme;
D’autres, l’horreur de leurs berceaux, et quelques-uns,
Astrologues noyés dans les yeux d’une femme,
La Circé tyrannique aux dangereux parfums.

Pour n’être pas changés en bêtes, ils s’enivrent
D’espace et de lumière et de cieux embrasés;
La glace qui les mord, les soleils qui les cuivrent,
Effacent lentement la marque des baisers.

Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent
Pour partir ; coeurs légers, semblables aux ballons,
De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,
Et sans savoir pourquoi, disent toujours : Allons!

Ceux-là, dont les désirs ont la forme des nues,
Et qui rêvent, ainsi qu’un conscrit le canon,
De vastes voluptés, changeantes, inconnues,
Et dont l’esprit humain n’a jamais su le nom!

I

Per il ragazzo che ama scrutare carte e stampe
l’universo è a misura del suo sogno profondo.
Il mondo è sconfinato al lume delle lampade!
Agli occhi del ricordo com’è piccolo il mondo!

Un mattino, i pensieri in fiamme, noi partiamo:
ci pungono rancori, e desideri amari.
Ma andiamo: persi nel ritmo dell’onda, culliamo
questo nostro infinito sul finito dei mari.

Gli uni una patria infame fuggono, altri i natali
orribili, altri, astrologhi che hanno fatto naufragio
negli occhi di una donna, della Circe fatale
fuggon la tirannia e il profumo malvagio.

Per non esser mutati in bestie, ecco l’ebbrezza
di spazi e luci e cieli infocati di braci.
Il sole che li strugge, il gelo che li sferza
lentamente cancellano le ferite dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire:
cuori leggeri, come palloni in alto vanno,
il loro corso mai vorrebbero smarrire,
dicono sempre “andiamo!”, ed il perché non sanno.

I loro desideri hanno forma di nuvole.
Come il coscritto sogna il cannone, essi anelano
a voluttà immense, sconosciute e mutevoli,
dal nome che a nessuno davvero si disvela.

II

Nous imitons, horreur ! la toupie et la boule
Dans leur valse et leurs bonds ; même dans nos sommeils
La Curiosité nous tourmente et nous roule,
Comme un Ange cruel qui fouette des soleils.

Singulière fortune où le but se déplace,
Et, n’étant nulle part, peut être n’importe où!
Où l’Homme, dont jamais l’espérance n’est lasse,
Pour trouver le repos court toujours comme un fou!

Notre âme est un trois-mâts cherchant son Icarie;
Une voix retentit sur le pont : « Ouvre l’oeil! »
Une voix de la hune, ardente et folle, crie:
« Amour… gloire… bonheur ! » Enfer ! c’est un écueil!

Chaque îlot signalé par l’homme de vigie
Est un Eldorado promis par le Destin;
L’Imagination qui dresse son orgie
Ne trouve qu’un récif aux clartés du matin.

Ô le pauvre amoureux des pays chimériques!
Faut-il le mettre aux fers, le jeter à la mer,
Ce matelot ivrogne, inventeur d’Amériques
Dont le mirage rend le gouffre plus amer?

Tel le vieux vagabond, piétinant dans la boue,
Rêve, le nez en l’air, de brillants paradis;
Son oeil ensorcelé découvre une Capoue
Partout où la chandelle illumine un taudis.

II

Imitiamo la trottola che danzando si svolge,
la palla che rimbalza, e persino dormendo,
lei, la Curiosità, ci tormenta e rivolge
come Angelo che in alto sferzi i soli tremendo.

È una sorte ben strana: la meta si disloca,
può essere dovunque, eppure mai si mostra.
L’Uomo, la cui speranza non diviene mai fioca,
chiede riposo e folle gira come una giostra.

È l’anima un naviglio che cerca la sua Icaria.
“Attenzione !” si sente gridare dalla soglia
del ponte, e dalla coffa un grido incendia l’aria:
“Gloria… piacere… amore…!”. Dannazione! uno scoglio!

Ogni isola avvistata da quello ch’è di scolta
pare un verde Eldorado promesso dal Destino,
la Fantasia che già nell’orgia era disciolta
scorge soltanto un banco al lume del mattino.

Povero innamorato di regioni chimeriche!
Ti metteranno ai ferri, ti getteranno in mare,
ubriaco marinaio, inventore d’Americhe,
il cui miraggio rende gli abissi più amari?

Così il vecchio barbone, se la melma calpesta,
sogna, col naso all’aria, paradisiaci cieli,
con lo sguardo stregato una Capua egli avvista
ovunque una candela un tugurio riveli.

III

Étonnants voyageurs ! quelles nobles histoires
Nous lisons dans vos yeux profonds comme les mers!
Montrez-nous les écrins de vos riches mémoires,
Ces bijoux merveilleux, faits d’astres et d’éthers.

Nous voulons voyager sans vapeur et sans voile!
Faites, pour égayer l’ennui de nos prisons,
Passer sur nos esprits, tendus comme une toile,
Vos souvenirs avec leurs cadres d’horizons.

Dites, qu’avez-vous vu?

III

Viaggiatori mirabili! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi, profondi come mari!
Mostrateci gli scrigni delle vostre memorie,
gioielli d’astri e d’etere, meravigliosi e rari.

Vogliamo navigare senza vapore e vela.
Per ridurre la noia d’una vita murata,
offrite ai nostri spiriti, tesi come una tela,
tutti i vostri ricordi da orizzonti cerchiati.

Dite: che avete visto?

IV

« Nous avons vu des astres
Et des flots ; nous avons vu des sables aussi;
Et, malgré bien des chocs et d’imprévus désastres,
Nous nous sommes souvent ennuyés, comme ici.

La gloire du soleil sur la mer violette,
La gloire des cités dans le soleil couchant,
Allumaient dans nos coeurs une ardeur inquiète
De plonger dans un ciel au reflet alléchant.

Les plus riches cités, les plus beaux paysages,
Jamais ne contenaient l’attrait mystérieux
De ceux que le hasard fait avec les nuages.
Et toujours le désir nous rendait soucieux!

– La jouissance ajoute au désir de la force.
Désir, vieil arbre à qui le plaisir sert d’engrais,
Cependant que grossit et durcit ton écorce,
Tes branches veulent voir le soleil de plus près!

Grandiras-tu toujours, grand arbre plus vivace
Que le cyprès? – Pourtant nous avons, avec soin,
Cueilli quelques croquis pour votre album vorace,
Frères qui trouvez beau tout ce qui vient de loin!

Nous avons salué des idoles à trompe;
Des trônes constellés de joyaux lumineux;
Des palais ouvragés dont la féerique pompe
Serait pour vos banquiers un rêve ruineux;

Des costumes qui sont pour les yeux une ivresse;
Des femmes dont les dents et les ongles sont teints,
Et des jongleurs savants que le serpent caresse.»

IV

“Abbiamo visto astri,
e poi alti marosi, e deserti, ma sì,
nonostante gli choc, gli improvvisi disastri,
ci siamo anche annoiati, e spesso, come qui.

Sopra il viola del mare la gloria alta del sole,
la gloria delle mura quando il sole è cadente,
nell’anima accendevano un inquieto ardore
d’affondare in un cielo dal riflesso splendente.

Ricchissime città, paesaggi incantevoli,
non raggiungono mai il fascino segreto
dei paesi che il caso disegna con le nuvole.
E il desiderio sempre ci rendeva inquieti.

Il godimento dà al desiderio forza.
Desiderio, vecchio albero, il piacere è concime,
più sul tronco si fa dura e forte la scorza,
più sfiorano i tuoi rami il celeste confine.

Crescerai sempre, grande albero, più vivace
del cipresso? Comunque, con molta cura abbiamo
preso schizzi da dare al vostro album vorace,
fratelli che apprezzate ciò che vien da lontano.

Abbiamo visto idoli dal volto elefantesco,
troni ingemmati con intarsio luminoso,
palazzi lavorati con cesello fiabesco:
per il vostro banchiere un sogno rovinoso.

Costumi che a guardarli t’infondono un’ebbrezza,
donne che si dipingono sia le unghie che i denti,
esperti giocolieri che il serpente carezza”.

V

Et puis, et puis encore?

V

E poi, e poi ancora?

VI

« Ô cerveaux enfantins!

Pour ne pas oublier la chose capitale,
Nous avons vu partout, et sans l’avoir cherché,
Du haut jusques en bas de l’échelle fatale,
Le spectacle ennuyeux de l’immortel péché:

La femme, esclave vile, orgueilleuse et stupide,
Sans rire s’adorant et s’aimant sans dégoût;
L’homme, tyran goulu, paillard, dur et cupide,
Esclave de l’esclave et ruisseau dans l’égout;

Le bourreau qui jouit, le martyr qui sanglote;
La fête qu’assaisonne et parfume le sang;
Le poison du pouvoir énervant le despote,
Et le peuple amoureux du fouet abrutissant;

Plusieurs religions semblables à la nôtre,
Toutes escaladant le ciel ; la Sainteté,
Comme en un lit de plume un délicat se vautre,
Dans les clous et le crin cherchant la volupté;

L’Humanité bavarde, ivre de son génie,
Et, folle maintenant comme elle était jadis,
Criant à Dieu, dans sa furibonde agonie:
“Ô mon semblable, ô mon maître, je te maudis!”

Et les moins sots, hardis amants de la Démence,
Fuyant le grand troupeau parqué par le Destin,
Et se réfugiant dans l’opium immense!
– Tel est du globe entier l’éternel bulletin.»

VI

“O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa capitale
dappertutto abbiam visto, senza averlo cercato,
lungo tutti i gradini della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato:

la donna, schiava vile, stupida ed orgogliosa,
senza ironia amarsi, senz’ombra di vergogna;
l’uomo, tiranno cupido, ghiotto, duro, vizioso,
schiavo della sua schiava, rivoletto di fogna;

e il singulto del martire, del boia l’allegrezza,
la festa che fa sapido il sangue e profumato,
l’amaro del potere che ogni despota spezza,
il popolo che gode se abbrutito e frustato;

più d’una religione che alla nostra è parente
dar la scalata al cielo; e poi la Santità,
come sopra le piume del letto un gaudente,
con i chiodi e i cilici cercar la voluttà;

l’Umanità, ubriaca del suo genio, boriosa,
anche ora come un tempo, folle levare un grido
a Dio rivolta, in una agonia furiosa:
‘Mio signore, mio simile, ecco, ti maledico!’;

e i meno sciocchi, fieri amanti di Demenza,
sottrarsi al grande gregge raccolto dal Destino,
rifugiarsi nell’oppio, dentro la sua potenza.
– Questo è del globo intero l’eterno bollettino”.

VII

Amer savoir, celui qu’on tire du voyage!
Le monde, monotone et petit, aujourd’hui,
Hier, demain, toujours, nous fait voir notre image:
Une oasis d’horreur dans un désert d’ennui!

Faut-il partir ? rester ? Si tu peux rester, reste;
Pars, s’il le faut. L’un court, et l’autre se tapit
Pour tromper l’ennemi vigilant et funeste,
Le Temps ! Il est, hélas ! des coureurs sans répit,

Comme le Juif errant et comme les apôtres,
À qui rien ne suffit, ni wagon ni vaisseau,
Pour fuir ce rétiaire infâme : il en est d’autres
Qui savent le tuer sans quitter leur berceau.

Lorsque enfin il mettra le pied sur notre échine,
Nous pourrons espérer et crier : En avant!
De même qu’autrefois nous partions pour la Chine,
Les yeux fixés au large et les cheveux au vent,

Nous nous embarquerons sur la mer des Ténèbres
Avec le coeur joyeux d’un jeune passager.
Entendez-vous ces voix, charmantes et funèbres,
Qui chantent : « Par ici ! vous qui voulez manger

Le Lotus parfumé ! c’est ici qu’on vendange
Les fruits miraculeux dont votre coeur a faim;
Venez vous enivrer de la douceur étrange
De cette après-midi qui n’a jamais de fin!»

À l’accent familier nous devinons le spectre;
Nos Pylades là-bas tendent leurs bras vers nous.
« Pour rafraîchir ton coeur nage vers ton Électre!»
Dit celle dont jadis nous baisions les genoux.

VII

Ma è un sapere amaro quel che si trae dai viaggi!
Il mondo è eguale e piccolo, così in tutte le ore,
oggi, ieri, domani, rinvia la nostra immagine:
nel deserto di noia un’oasi di orrore!

Partire? O restare? Resta, se puoi restare,
parti, se devi. Uno va, l’altro si rintana
per ingannare il Tempo, avversario fatale
e vigile. C’è chi mai posa, e s’allontana,

come l’Ebreo errante, o l’Apostolo, al quale
non basta certo il treno e neppure il vascello
per sfuggire all’infame reziario; c’è chi assale
invece il tempo senza uscire dal cancello.

Quando poi la sua zampa sentiremo vicina
al dorso, grideremo “avanti!” con speranza.
Come un tempo ci accadde di partir per la Cina,
con i capelli al vento, lo sguardo in lontananza,

ci imbarcheremo un giorno sul mare delle Tenebre,
avendo il cuor leggero d’un giovane viandante.
Sentite queste voci affascinanti e funebri
che cantano: “Di qui, voi, voi che siete amanti

del Loto profumato: qui si può vendemmiare
il frutto misterioso che il desiderio affina.
Venite, e la dolcezza gustate singolare
di questo pomeriggio che mai non declina”.

Rivela un noto spettro il familiare accento;
laggiù ciascuno ha un Pilade che l’invoca e l’adocchia:
“Alla tua Elettra vieni se vuoi un lenimento!”,
dice quella cui un tempo baciammo le ginocchia.

VIII

Ô Mort, vieux capitaine, il est temps! levons l’ancre!
Ce pays nous ennuie, ô Mort! Appareillons!
Si le ciel et la mer sont noirs comme de l’encre,
Nos coeurs que tu connais sont remplis de rayons!

Verse-nous ton poison pour qu’il nous réconforte!
Nous voulons, tant ce feu nous brûle le cerveau,
Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu’importe?
Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau!

VIII

Su, Morte, capitano, è tempo di salpare!
Via l’ancora, m’annoia troppo questo paese.
Se neri come inchiostro sono il cielo ed il mare,
le nostre menti, sai, di luce sono accese.

Versaci il tuo veleno: esso ci riconforta!
Vogliamo, tanto forte ci brucia dentro un fuoco,
andar giù nell’abisso: Cielo o Inferno, che importa?
Fino in fondo all’Ignoto per incontrare il nuovo!

Più che un blog, una macedonia

green-vegetables

Come Giona che si ritrovò nel ventre della balena (e Astolfo, e il barone di Münchhausen, e il buon Pinocchio) mi ritrovo in un luogo sconosciuto, allo stesso tempo caotico e intrigante, in cui mi muovo a tentoni. Ma non si sta poi così male nelle viscere di questo mostro marino, una volta che ci si abitua alla penombra: mi accuccio in un angolo confortevole e comincio a raccontare.

La parola blog non mi piace, trovo che abbia un suono brutto. Anche senza considerare quella chiusura così aggressiva e tronca in -g- dura, quel -bl- iniziale mi fa pensare ai gorgogli di un uomo che sta per affogare, alle pernacchie, a una reazione un po’ schifata. La prima associazione è con la parola blob: che nel nostro lessico è innanzitutto un programma televisivo, ma che in inglese designa una massa informe, infida, implacabile.

E’ un fluido mortale in un horror fantascientifico del 1958 con Steve McQueen (The Blob, di Irvin Yeaworth), è l’orrida tapioca propinata a Calvin per pranzo che prende vita e lo smangiucchia sputacchiandone le ossa.

La parola blob è entrata nel vocabolario italiano nel 1989: Dall’omonima trasmissione televisiva di Rai 3, pasticcio, cosa strana o persona goffa e ridicola che suscitano ilarità e divertimento (dal Sabatini Coletti). Ecco, pasticcio invece è una parola che mi piace, che mi ispira cose tenere, dolci e ghiotte: pasticcio di piccione, pasticcino, pasticcione. Ho una particolare simpatia per le parole alterate, per i suffissi accrescitivi e diminutivi, e non per niente il nome di questo blob/blog è un diminutivo esso stesso, per i motivi che spiegherò da qualche altra parte. Ampliando ulteriormente il discorso ho una passione smisurata per le parole, il che è anche probabilmente la ragione per cui sto scrivendo queste righe. Mi piacciono le parole perché sono segni che stanno a significare le cose del mondo, concrete o astratte che siano, e attraverso esse lo raccontiamo.

Torniamo alla parola da cui siamo partiti, blog. Cacofonia del fonema -bl- a parte, nasconde altro dentro di sé: è una parola composta, costruita a partire da altre due parole che si sono contratte e fuse insieme per definire qualcosa di nuovo (una parola Frankenstein, insomma). Il suo cuore e la sua ragion d’essere stanno nelle ultime tre lettere, log: una parola antica e bella che significa diario di bordo, resoconto, registro. I naviganti vi annotavano gli avvenimenti della giornata, la forza del vento e delle onde, le miglia percorse, le avversità incontrate e superate, l’avvistamento di una balena (che magari nascondeva al suo interno Giona, o Astolfo, o il barone di Münchhausen, o il buon Pinocchio). Poi la parola log si è scontrata con la modernità del web e ne è nato un figlio illegittimo, orfano delle prime due lettere, che a sua volta ha dato vita ad altre parole (ancor più brutte) come blogger, bloggare, e così via. Web + log = blog. Non fosse altro che per l’assonanza, è la stessa identica storia della parola smog, che unisce in sé le parole smoke e fog, fumo e nebbia: venne creata negli anni della rivoluzione industriale per definire qualcosa che prima non esisteva, l’inquinamento atmosferico provocato dalle ciminiere delle fabbriche che bruciavano carbone, i cui fumi e miasmi si mescolavano alla proverbiale nebbiolina londinese creando una cappa puzzolente e molto poco salutare. In linguistica si chiamano neologismi sincratici o, con una definizione più poetica, parole portmanteau (che era una grande valigia da viaggio a due scompartimenti; il conio si deve a Lewis Carroll). L’italiano usa invece l’estivo concetto di parola macedonia, dovuto alla fantasia frutticola del grande Bruno Migliorini. Tra parentesi, ho conosciuto un ragazzo macedone qualche tempo fa. Era molto divertito dal fatto che ogni italiano che incontrava gli facesse notare che il nome del suo Paese designasse in Italia un’insalata di frutta. Non voglio immaginare il dramma di un inglese che si ritrova a festeggiare in Turchia il Giorno del Ringraziamento.

Per concludere, questo è sì, tecnicamente, un blog; ma data la mia antipatia filologica per questa parola, la userò il meno possibile. Non è neanche un diario (altra parola che spalanca un universo di immagini, dalla romanza adolescenziale ai mémoires). Non che le definizioni mi stiano strette, anzi, trovo che spesso aiutino a fare ordine e spesso ho sofferto confrontandomi con la loro inapplicabilità. Però nella metafora della macedonia mi ci ritrovo e la tengo per buona, per il momento.

P.s. L’etimologia non è una scienza esatta, ma offre spesso spiegazioni affascinanti e, spesso, storicamente attendibili: ovvero, c’è un motivo per cui nella lingua inglese il tacchino ha lo stesso nome della Turchia (turkey). La storia risale ai tempo in cui Istanbul si chiamava ancora Costantinopoli e la perla del Bosforo era il porto da cui i commercianti partivano per portare in Europa le esotiche mercanzie dell’Africa e dell’Estremo Oriente. Tra esse c’era una pollastra nordafricana, molto pregiata e prelibata: quella che noi che noi chiamiamo faraona e che in inglese sarebbe Guinea fowl, ma che prese il nome di Turkey cock appunto perché arrivava tramite i mercanti turchi. Quando i coloni del Nuovo Mondo scoprirono che quelle terre inesplorate brulicavano di volatili che assomigliavano molto a quelli con cui banchettavano in Inghilterra, presero a chiamare questi animali con lo stesso nome, Turkey cocks, poi abbreviato in turkey. La confusione aumentò quando i mercanti portoghesi nel Cinquecento cominciarono a importare in Europa spezie dall’India, faraone dall’Africa e tacchini dalle Americhe: l’equivoco geografico-linguistico si propagò in lungo e in largo e il tacchino giramondo diventò indiano per i turchi e i francesi (dove è chiamato rispettivamente hindi e dinde, ovvero d’India). Ah, e peruviano per i portoghesi (peru).

Per una spiegazione storicamente ineccepibile, potete leggere la versione completa della storia alla voce Turkey di The Language of Food.