Il Jardin Majorelle di Marrakech

Il pittore Jacques Majorelle (1886-1962) arrivò in Marocco nel 1919, durante il protettorato francese. Poco male se i suoi acquerelli non sono passati alla storia, perché la sua vera opera d’arte è il giardino che realizzò attorno alla bella villa cubista tra il moresco e l’art déco, costruita a Marrakech per lui nel 1931 dall’architetto Paul Sinoir. La sua idea era quella di creare un lussureggiante giardino tropicale sulle basi di un giardino islamico (l’ombra, i fiori, l’acqua), tanto fitto che i raggi del sole quasi non vi potessero filtrare. Al verde smeraldo della natura fanno da contrasto le architetture dell’uomo, le fontane rosso melograno, i vasi di ceramica giallo limone, i muri dipinti di quel blu così blu che ha addirittura preso il nome di chi lo dipinse, bleu Majorelle. “Un giardino impressionista”, “una cattedrale di forme e colori”… Lo aprì al pubblico nel 1947 e se ne prese cura fino alla sua morte, quando il giardino fu abbandonato. Lo comprarono nel 1980 Yves Saint Laurent e il suo compagno Pierre Bergé, restituendolo all’antico splendore. Questo fu il loro buen retiro; le ceneri dello stilista, morto nel 2008, sono state disperse nel roseto. Dal punto di vista botanico, il giardino accoglie più di trecento specie rare da tutto il mondo: palme, cactus, aloe, bambù, gelsomini, ninfee, fiori di loto posati sull’acqua fresca, bougainvilles rosa fucsia che si arrampicano lungo i pergolati. È un’oasi nel deserto, un luogo mistico, un’esplosione di colori brillanti, vita, allegria sgargiante, gli insetti che ronzano, qualche farfalla, gli uccellini che si intravedono tra i rami e che cantano senza sosta. Però bisogno arrivare presto, prima che cominci ad affollarsi e si dissolva la magia: il Jardin Majorelle è una delle attrazioni turistiche più visitate di tutto il Marocco.

A Venezia con Marialisa

San Giorgio Maggiore vista da Piazza San Marco
San Giorgio Maggiore vista da Piazza San Marco

Sono stata la prima volta a Venezia da bambina con la mamma, mi sembra fosse il 1998, quando i treni veloci si chiamavano ancora Pendolini. Mi colpirono soprattutto le prigioni (i Piombi, dove fu rinchiuso anche Giacomo Casanova, e i terribili Pozzi) e gli strumenti di tortura conservati nella Camera del Tormento di Palazzo Ducale. Poi mi ricordo moltissimi piccioni in piazza San Marco e la gente che se li faceva salire in testa per scattare foto ricordo di dubbio gusto. Effettivamente all’epoca ce n’erano molti di più rispetto a oggi, perché nel frattempo un’ordinanza comunale ha imposto il divieto di dar loro da mangiare. I venditori di mangime per piccione si sono dileguati e sono in compenso comparsi i venditori di bastoni estensibili da selfie, che adesso pare vadano per la maggiore… Piazza San Marco rimane zeppa di turisti in ogni stagione, ma le cupole dorate della Basilica riescono miracolosamente a farli zittire tutti d’un colpo.

Dieci anni dopo quella prima volta sono tornata a Venezia con Angelo: era novembre e stavamo al Lido, che in quel periodo era deserto. C’era la Biennale di architettura e abbiamo gironzolato tra i padiglioni; siamo andati a vedere gli artigiani a Murano e Burano; siamo diventati esperti delle tratte dei vaporetti. Mi ricordo che ero tornata a casa pensando che Venezia era bella ma un po’ triste e molto finta: troppi negozi di paccottiglia, troppa ressa, troppe trappole per turisti. L’altro giorno in libreria mi sono imbattuta in un pamphlet di Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, intitolato Se Venezia muore e pubblicato da Einaudi: rielaborando un discorso tenuto all’Ateneo Veneto nel 2012, denuncia l’impoverimento dovuto alla monocultura turistico-alberghiera che starebbe insidiosamente condannando Venezia a una morte lenta ma inevitabile – se non ne prenderemo coscienza.

Le città storiche sono insidiate dalla resa a una falsa modernità, dallo spopolamento, dall'oblio di sé. Di questa minaccia, e dei rimedi possibili, Venezia è supremo 
esempio. Dobbiamo ritrovarne l'anima, rivendicare il diritto alla città.
Venezia dal piazzale della Stazione

Venezia è un luogo unico al mondo, viene ricostruita pari pari in paesi lontani, innamorati di ogni dove l’hanno eletta città romantica per eccellenza (perfino i miei genitori, che ci sono andati in luna di miele negli anni Settanta). La sua storia è la storia d’Italia: i pittori, gli esploratori, gli scrittori… Dal 1987 fa parte dei siti inscritti nel Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. E tuttavia o forse proprio per questo i turisti arrivano in massa, i veneziani fuggono sulla terraferma, il made in china svaluta il lavoro degli artigiani e tradizioni secolari. La situazione è delicata: eppure, quest’anima antica di fierezza ed eleganza, mi sono accorta nell’ultimo viaggio che Venezia la mantiene e la conserva. Per ogni residente che si trasferisce a Mestre o Marghera c’è magari un ragazzo o una ragazza giovane che decide di venire a studiare a Ca’ Foscari e, una volta finita l’università, decide di fermarsi a vivere in questa città di cui si è follemente innamorato. Questa è anche la storia di Marialisa, che da Venezia non è più tornata. Ora lavora alle Gallerie dell’Accademia, che espongono tra le altre cose la Tempesta di Giorgione e conservano – nascosto però al pubblico – il celeberrimo Uomo Vitruviano di Leonardo. La mia amica odia Piazza San Marco (come tutti i veneziani, dice) perché ogni mattina è una lotta e gimcana tra gli assembramenti di turisti che si agitano cercando l’inquadratura perfetta. Poi però arriva al Ponte dell’Accademia, col sole rosa che sorge dietro alla Salute, e rallenta il passo per godersi quel momento magico.

Boicottiamo quindi (con affetto) Piazza San Marco, per seguire un itinerario un po’ sghembo e tuttavia molto riuscito 🙂

Una libreria particolare

La libreria Acqua Alta: libri, libri e ancora libri (un po' umidicci)
La libreria Acqua Alta: libri, libri e ancora libri (un po’ umidicci)

Nel sestiere Castello, in Calle Longa Santa Maria Formosa, c’è una libreria che si chiama Acqua Alta. L’ha aperta una decina di anni fa un signore di nome Luigi Frizzo, che insieme ai suoi gatti sornioni accoglie i visitatori con l’aria di chi è molto orgoglioso della sua tana. La libreria, che nel 2014 è stata inclusa dalla Bbc nella lista delle 10 librerie più belle del mondo, deve la sua unicità a quella della città in cui si trova: quando a Venezia c’è l’acqua alta, infatti, la libreria si allaga e il signor Luigi, con indosso gli stivaloni, si prodiga per spostare i libri dei ripiani più bassi al riparo dall’acqua. Impresa ardua, perché qui i libri sono in ogni angolo, ammucchiati (senza troppa logica) su scaffali, tavoli, mensole, addirittura dentro vasche da bagno, barili, canoe, e una gondola che si allunga maestosa nella prima sala della libreria. I libri si trasformano in mattoni per costruire muri e gradini che formano una scala nel terrazzino con vista sul canale. Mi è piaciuta perché da sempre sostengo l’estetica del mucchio, ma sinceramente mi si è stretto un po’ il cuore, a vedere tutti questi libri in balìa delle intemperie, calpestati, ammuffiti; a sentire quell’odore forte di umido e piscio di gatto che, diciamolo, un po’ stempera la poesia di questo luogo.

Andar per cicchetti e una sorpresa gastronomica

Mangiarbene a Venezia
Mangiarbene a Venezia

Che fa uno a Venezia quando gli vien fame? Va in un bacaro, ordina un’ombra e la accompagna con un paio di cicheti. Il mio fidato dizionario etimologico (aka Wikipedia) propone le seguenti spiegazioni per queste bellissime parole del dialetto veneziano: bàcaro, l’osteria/enoteca, deriva da Bacco, dio del vino, o dal detto “far bacara” ovvero “festeggiare”; bacari erano anche i vignaioli che vendevano il loro vino in Piazza San Marco, in bicchieri che venivano chiamati ombre perché, per proteggerli dal sole, i venditori spostavano i barili lungo il tragitto segnato dall’ombra del campanile. Cicchetto invece viene da “ciccus”, piccola quantità in latino, e rivela l’antica storia di questi stuzzichini che accompagnano le bevute. I cicheti vengono venduti al pezzo, come le tapas spagnole, e volendo ci si può fare un pranzo intero. Più spesso, però, se ne scelgono un paio, giusto per non bere a stomaco vuoto – anche se al quarto spritz le certezze vacillano…  Infatti noi dopo i primi due ciccheti al baccalà mantecato al Bottegon (già Schiavi) di San Trovaso – che ci hanno, come si suol dire, aperto la voragine – ci siam fatti un panino con la soppressa e uno con la porchetta. Dio benedica la soppressa, che ha segnato il nostro weekend veneziano: menzione d’onore a quella cotta nell’aceto con radicchio marinato, polenta e noci che abbiamo mangiato sabato sera Al Portego (ottima osteria con ottima selezione musicale!). La domenica, invece, Marialisa ci ha portato a mangiare in Campo Santa Margherita, in un piccolo ristorante take away che si chiama Orient Experience – altrimenti conosciuto come “l’afghano”. Venezia porta d’Oriente e tradizione di accoglienza, popoli e culture che si sedimentano l’uno sull’altro, la carne saporita dell’agnello, i ceci croccanti, lo yogurt che avvolge la bocca.

Gli orecchini di Mrs Peggy G.

Manzoni, Kandinsky, Brancusi Manzoni, Kandinsky, Brancusi

Se vi piacciono l’arte moderna e contemporanea, la collezione Peggy Guggenheim vi farà impazzire. Peggy la miliardaria è stata una delle figure più importanti della storia dell’arte del Novecento, per il suo ruolo di collezionista, mentore e amica dei più grandi artisti del secolo breve. Nacque nel 1898 a New York da Florette Seligman, figlia di banchieri, e Benjamin Guggenheim, che morirà nel 1912 nel naufragio del Titanic: è quello che nel film, nel momento di panico totale, scende dal grandioso scalone del transatlantico con tuba e smoking accanto al suo valletto e pronuncia la leggendaria frase “Abbiamo indossato il nostro abito migliore e siamo pronti ad affondare da gentiluomini. Ma gradiremmo un brandy!”. Poco più che ventenne, Peggy arrivò a Parigi, dove frequentando i circoli bohémien delle avanguardie europee conobbe artisti come Costantin Brancusi, Marcel Duchamp e Man Ray. Ebbe una vita sentimentale turbolenta, segnata da alcuni grandi amori (Laurence Vail, squattrinato artista dada, primo marito e padre dei due suoi figli; John Holms, eroe di guerra col blocco dello scrittore; Max Ernst, secondo marito e pioniere del Surrealismo) e molti flirt – pure con Samuel Beckett. Nel 1937 aprì la sua prima galleria d’arte, a Londra (fu lei a esporre per la prima volta Kandinsky in Inghilterra); poi cominciò a collezionare opere di artisti più o meno emergenti come Picabia, Braques, Mondrian, Léger, Dalì, Picasso, finché non fu costretta ad abbandonare la Francia occupata. Tornata negli Stati Uniti inaugurò nel 1942 a New York la galleria/museo Art of this century, indossando per la serata inaugurale un orecchino di Yves Tanguy e uno di Alexander Calder, a dimostrazione della sua “imparzialità tra l’arte astratta e quella surrealista”. Prese sotto la sua ala protettrice il giovane Jackson Pollock, di cui nel novembre 1943 espose la prima personale; attorno a Peggy e alla sua galleria si sviluppò il grande movimento dell’espressionismo astratto americano con Rothko, Klein, De Kooning. Nel 1947  tornò in Europa e nel 1948 acquistò Palazzo Venier dei Leoni, un antico edificio sul Canal grande dove negli anni Venti aveva abitato un’altra donna dalla storia straordinaria, l’eccentrica marchesa Teresa Casati. Peggy Guggenheim si trasferì qui insieme alla sua collezione, che aprirà al pubblico nel 1951 e verrà in varie occasioni esposta all’estero. Passerà a Venezia il resto della sua vita, continuando a supportare i suoi artisti e a collezionare opere che sono oggi entrate nel canone dei classici moderni – oltre agli artisti già citati, De Chirico, Mirò, Klee, Magritte, Giacometti, Manzoni. Cubismo, astrattismo, surrealismo, futurismo, pittura metafisica: la collezione, che adesso è gestita dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim (lo zio ricco…), rappresenta una delle più complete raccolte in Italia del modernismo europeo ed americano della prima metà del XX secolo. Alla collezione permanente di Peggy si aggiungono la collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, la collezione Gianni Mattioli (che include alcuni capolavori del futurismo italiano, tra cui Boccioni, Carrà, Depero) e il Patsy R. and Raymond D. Nasher Sculpture Garden. Se cercate bene, tra le sculture del giardino trovate una lapide: qui riposano infatti le ceneri di Peggy, che volle essere seppellita accanto ai suoi “beloved babies”: non i suoi artisti stavolta, ma i suoi quattordici cagnolini!

Dinosauri e cerbiatti a due teste

Il museo di Storia naturale di Venezia ha sede dal 1923 nel palazzo detto Fontego dei Turchi, che dal 1621 al 1838 fu utilizzato dai mercanti turchi come sede dei loro commerci. Restaurato da poco, oggi conserva tra le varie collezioni naturalistiche e scientifiche più di due milioni di pezzi. E’ molto bello e vale davvero la pena di una visita, non fosse altro che per l’incredibile scheletro di dinosauro che svetta nella prima sala: si tratta del calco di un Ouranosaurus nigeriensis, scoperto nel 1965 nel deserto del Niger durante una spedizione capitanata dagli archeologi Giancarlo Ligabue e Philippe Taquet. Occhio poi a non inciampare nelle fauci del terribile Sarcosuchus imperator, un giga coccodrillo vissuto circa 112 milioni di anni fa. Il percorso museale prosegue con una collezione pazzesca di minerali, rocce e fossili, per poi arrivare a una serie di sale dedicate ad alcuni uomini molto diversi tra loro, ma accomunati da viaggi lontani e spirito d’avventura. Uno di loro è l’esploratore Giovanni Miani, che donò a Venezia nel 1862 i materiali etnologici da lui raccolti nel corso delle sue spedizioni alla ricerca delle sorgenti del Nilo (per la cronaca, non ci arrivò mai), accompagnati da manoscritti, disegni e il suo diario autografo. Un altro è il già citato Ligabue, a cui si devono una miriade di reperti divisi tra le sezioni di paleontologia, paleoantropologia ed etnologia. Ma la collezione più incredibile di tutte è quella del conte Giuseppe De Reali, che raccoglie su pareti lugubremente rosse i trofei accumulati durante le sue spedizioni di caccia grossa in Africa Orientale e in Congo tra 1898 e 1929. E’ raccapricciante, perché molte delle teste appese in queste sale appartenevano ad animali oggi estinti, e le foto d’epoca che lo ritraggono accanto agli esemplari appena uccisi – con moglie grassoccia vestita di bianco al suo fianco – mi hanno fatto davvero rabbrividire.

C'è a chi piace collezionare teste d'elefante: i trofei di Giuseppe de Reali
C’è a chi piace collezionare teste d’elefante: i trofei di Giuseppe de Reali

Del resto, impulso primario del collezionista è proprio quello di poter possedere, ed eventualmente esporre agli occhi increduli degli ospiti e dei visitatori, una pletora di cose straordinarie nel senso letterale del termine, e cioè nuove, diverse, preferibilmente dal sapore esotico, lontano, mitico. Una vera e propria Wunderkammer, nella tradizione di quelle camere delle meraviglie che affondano le proprie radici nel Medioevo, raggiungono la massima popolarità nel Cinquecento e nei barocchismi seicenteschi, e nel Settecento illuminato da Linneo e le sue classificazioni scientifiche costituiscono il nocciolo da cui si svilupperà il concetto di museo modernamente inteso. Non a caso il padiglione più propriamente museologico del Museo di Storia naturale è introdotto dalla ricostruzione di una Wunderkammer, in cui fanno bella mostra di sé naturalia e artificialia da rimanere a bocca aperta, come una tsantsa (testa umana privata del cranio e rimpicciolita alle dimensioni di un pugno, preparate con grande abilità dagli indios cacciatori di teste dell’alta Amazzonia, allo scopo di vendicare una persona e placarne lo spirito tormentato), un cerbiatto e un vitellino a due teste, e addirittura due basilischi, creature fantastiche costruite componendo pezzi di vari animali.

Testine rimpicciolite, cerbiatti bicefali e basilischi
Testine rimpicciolite, cerbiatti bicefali e basilischi

Ed ecco che, usciti da questa bizzarra stanza, si apre ariosa la storia naturale analiticamente illustrata e spiegata, i misteri dell’evoluzione vengono svelati e le infinite strade della vita sulla terra raccontate con chiarezza e precisione. Stupiscono le collezioni zoologiche, in particolare quelle entomologiche, ornitologiche e malacologiche (i molluschi); in ambito botanico sono affascinanti gli antichi erbari, l’algarium, la raccolta micologica (il Museo di Storia naturale di Venezia ospita la più grande e meglio conservata raccolta di funghi in Italia!). Degne di nota anche la collezione di antichi strumenti scientifici e la collezione anatomica, la cui star è lo scheletro alto più di due metri dell’ultimo campanaro di San Marco, vissuto a metà Ottocento. Pare che stia al suo posto fino a qualche minuto prima di mezzanotte, ora in cui sale sul campanile per dare i rintocchi alla campana più grande…

La casa di Aldo Manuzio in Rio Terà Secondo: una chicca per bibliofili

La casa di Aldo Pio Manuzio, Aldus Pius Manutius (Bassiano, 1449 – Venezia, 6 febbraio 1515), editore, tipografo e umanista
La casa di Aldo Pio Manuzio, Aldus Pius Manutius (Bassiano, 1449 – Venezia, 6 febbraio 1515), editore, tipografo e umanista

Aldo Manuzio era un vero figo: considerato il primo editore in senso moderno, ha apportato alla storia del libro e dei sistemi editoriali una serie di innovazioni che hanno attraversato i secoli fino ad oggi. Snocciolandone alcune: si deve a lui l’idea di stampare i libri in ottavo, cioè in un formato più piccolo e maneggevole (sono gli antenati dei nostri tascabili). Ha utilizzato per la prima volta il corsivo, che in inglese si chiama italics proprio per la sua origine italiana; ha dato definitiva sistemazione alle norme di punteggiatura; ha inventato il punto e virgola! Pubblicò circa 130 edizioni in latino, greco e volgare, una sorta di biblioteca perfetta dell’Umanesimo. Uno dei suoi capolavori è l’Hypnerotomachia Poliphili (La battaglia amorosa di Polifilo in sogno) di Francesco Colonna, pubblicato nel 1499 e ritenuto il libro stampato più bello del Rinascimento italiano, grazie alle finissime xilografie che lo illustrano.

Un (breve) giro in gondola

Poiché una volta si entrava nelle case direttamente dai canali, Venezia assume un aspetto completamente diverso vista dall’acqua; di alcuni edifici, infatti, noi non vediamo che il retro, dato che la facciata è quella rivolta sui canali. La gondola, simbolo incontrastato della città, è stata per secoli il mezzo più adatto per spostarsi lungo le vie d’acqua della città. Poi sono arrivati i vaporetti e i taxi e le gondole sono diventate un’attrazione turistica, anche piuttosto cara… Non tutte però! A  Venezia può capitare di finire di fronte al posto in cui si vuole arrivare, ma non poterlo raggiungere perché c’è un canale di mezzo: quindi o si cammina fino al ponte più vicino, o si attraversa il canale in gondola. L’attraversamento costa 0.70 centesimi per i residenti e 2 euro per i turisti. Chi vuole spacciarsi per veneziano dovrebbe: arrivare con le monete contate; dissimulare l’emozione di trovarsi su una gondola; non fare quelli che “oddio cado oddio cado!”; evitare di scattare fotografie col gondoliere. 2 euro per un minuto scarso di navigazione è tanto, ma alla fine li abbiamo pagati, dato che abbiamo infranto tutte le regole… diciamo che l’abbiamo considerata una tassa sul selfie 😛

Selfie on the gondola!
Selfie on the gondola!

Insomma questa volta Venezia mi è sembrata più vera e più viva, forse perché ho fatto più attenzione ai dettagli, perché ho ascoltato le voci squillanti dei suoi abitanti mentre ci affrettavamo lungo le calli. Grazie Marialisa, per averci spiegato le sfumature del polivalente “ghe sboro!” e per averci mostrato la tua Venezia 🙂

Ciao Pisa!
Ciao Pisa!

Trieste tra le pagine: Slataper, Svevo, Joyce, Saba

Canottieri_Trieste
Canottieri a Trieste, visti dal Molo Audace

Trieste è un luogo particolare. Una città di frontiera, che le vicende storiche hanno isolato a lungo dal resto d’Italia, punto d’incontro tra lingue e culture diverse, sospesa tra il mito mitteleuropeo e quello di una letteratura unica, inquieta, malinconicamente enracinée. Sono molti i personaggi che hanno reso Trieste luogo fortissimamente letterario: incontriamo Scipio Slataper, caduto sul Podgora nel 1915 a soli ventisette anni, che cammina di notte per i vicoli della città vecchia, annoiato e a disagio mentre visioni postribolari si succedono davanti ai suoi occhi di ragazzo, o all’alba lungo i moli, osservando il frenetico svegliarsi del porto e dei suoi lavoranti: Il sole strabocca aranciato sul retto filo grigio dei magazzini. Il sole è chiaro sul mare e nella città. Sulle rive Trieste si sveglia piena di moto e colori (da Il mio carso, 1912).

Tramonto_Trieste
Il sole, mentre strabocca aranciato…

È un lungo elenco che inizia come una favola a raccontare la Trieste di Svevo:

 C’era una volta un’imperialregia città austroungarica fornita di:

- 200.000 e rotti abitanti, fra cui slavi, tedeschi, greci, albanesi, inglesi, armeni,   ungheresi, italiani aborigeni e italiani regnicoli, levantini in genere;
- 5498 ebrei, sale della terra;
- qualche migliaio di banche e compagnie d’assicurazione;
- uno sterminio di ditte commerciali;
- quattro porti con relative navi, fumo, puzza e inquinamento;
- cinque cimiteri di cinque religioni diverse;
- chiese cattoliche, greco-orientali, serbo-orientali, protestanti, sinagoghe, taverne,  caffè concerto, tabarin, postriboli, biblioteca, associazioni letterarie, musei, 
  teatri, scuole in tre lingue;
- liberali, conservatori, irredentisti di parte slava e di parte italiana, socialisti,   qualunquisti;
- un agguerrito ufficio della K. und K. Polizei per sorvegliare tutta questa gente;
- un segretissimo distaccamento dell’Evidenz Bureau (controspionaggio imperiale) 
  per meglio controllare il tutto;
- un arciduca morto ammazzato come Imperatore del Messico, rarità assoluta;
- un insegnante di inglese alla Berlitz School che si chiamava James Joyce.

In siffatto strabiliante panorama non poteva mancare uno sconcertante caso 
clinico-letterario di doppia personalità. Stiamo parlando naturalmente di 
Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo (…).[1]

In questa città che sembra un romanzo nasce e vive l’autore della Coscienza di Zeno. Scarse o volutamente falsate le notazioni topografiche in Una vita, più precise quelle di Senilità (Emilio ed Angelina amarono in tutte le vie suburbane di Trieste. Dopo i primi appuntamenti, abbandonarono Sant’Andrea che era troppo frequentato, e per qualche tempo preferirono la strada d’Opicina fiancheggiata da ippocastani folti, larga, solitaria, una salita lenta quasi insensibile).

Poi, nel 1905, l’incontro con James Joyce, le lezioni d’inglese, l’amicizia, il sodalizio letterario. Anche l’arrivo di Joyce a Trieste è romanzesco; lo scrittore

è arrivato a Trieste una bella mattina di due anni prima, dopo aver sbagliato fermata 
ed essere sceso a Lubiana alle quattro del mattino (inoltre lascia la moglie alla 
stazione, va in cerca di via S. Niccolò dove c’è la Berlitz School, si imbatte in una 
rissa di marinai inglesi, si intromette per far da paciere, arriva l’imperialregia 
polizia e impacchetta tutti, mentre la moglie lo aspetta imperterrita sulla 
panchina).[2]

Nel 1923 venne pubblicato La coscienza di Zeno; piacque a Montale, il successo tanto aspettato arrivò (anche se molte critiche furono mosse allo stile del romanzo), e Svevo fu ripagato di tutte le precedenti delusioni letterarie.

Trieste_Piazza Unità d'Italia
Trieste, Piazza Unità d’Italia

Trieste è stata raccontata anche dai poeti: quella di Saba è oggetto di un amore conflittuale, spesso desolata («la topografia della Trieste sabiana è una mappa della tristezza»[3]) e di tanto in tanto, di luogo in luogo, serena: via del Monte è la via dei santi affetti / ma la via della gioia e dell’amore / è  sempre via Domenico Rossetti. Via della Pietà, invece, accennava all’aspetto una sventura / sì lunga e stretta come una barella. Ma leggere Saba solamente in chiave triestina è limitativo; più che la città di Trieste, ha cantato la Città: i personaggi universali che si aggirano per i suoi vicoli (…prostituta e marinaio, il vecchio / che bestemmia, la femmina che bega, / il dragone che siede alla bottega / del friggitore, / la tumultuante giovane impazzita / d’amore) sono umili, ma vicini per questo alle cose più grandi e profonde: sono tutte creature della vita / e del dolore; / s’agita in esse, come in me, il Signore.

Tramonto_Trieste
Il tramonto dal Molo Audace

Un articolo di Corrado Stajano, apparso su «Tempo» illustrato il 23 novembre 1969, racconta un suo viaggio nel capoluogo friulano a cinquant’anni dall’annessione. Il giornalista vi trova risentimento, tristezza, e fantasmi asburgici; la città cosmopolita del passato non c’è più, gli uomini di cultura sono partiti, è difficile parlare di eredità mitteleuropea. Ma il mito dello scrittore è immacolato, tutti scrivono a Trieste. Il ritratto di Stajano è abbastanza desolante, ma più che mai dalle sue parole emerge un luogo fortissimamente letterario, impregnato delle rappresentazioni che negli anni ne hanno dato poeti e romanzieri.

E oggi, che ne è di Trieste? Nel mio ricordo una città elegante, un tramonto sul mare arancione, i caffè in cui insieme all’espresso arriva un bicchierino di cioccolata calda, il bollito misto da Pepi – con la senape e il rafano grattugiato che sgrassa la bocca, e un boccale di Dreher. Niente bora, ma il soffio persistente delle parole che l’hanno raccontata.

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Trieste, la statua delle Sartine

Questo post rielabora un brano della mia tesi di laurea, dedicata all’analisi dei Luoghi letterari di Giampaolo Dossena.

[1] Giampaolo Dossena, Luoghi letterari. Paesaggi, opere e personaggi, Sylvestre Bonnard, Milano 2003, p. 650-651.

[2] Ivi, p. 653.

[3] Ivi, p. 656.

Tre luoghi macabri a Milano, Evora e Napoli

Particolare della Capela dos Ossos, Evora (Portogallo)
Particolare della Capela dos Ossos, Evora (Portogallo)

Memento mori! Queste sono le storie di tre luoghi macabri che io ho trovato molto suggestivi per la loro atmosfera spettrale ma soprattutto per la mole di esistenza che vi si respira. Voglio dire, per chi ha sempre provato una forte attrazione per le vite degli altri e in particolare gli sconosciuti, per le loro vite possibili e parallele, trovarsi al cospetto delle spoglie mortali di chi ha concluso la sua vicenda mondana secoli fa mette in soggezione e allo stesso tempo dà il tormento di voler sapere chi erano quelle persone, che mestiere facevano, come sono morte. Ah, il soffio dell’eternità! 

Chiesa di San Bernardino alle Ossa, Milano

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Di Milano si dice spesso che i suoi gioielli più preziosi sono anche i più nascosti. Penso che San Bernardino rientri nella categoria, perché che io sappia non è tanto famosa e si mantiene tutto sommato fuori dai circuiti turistici classici. Forse perché da fuori non sembra neanche una chiesa, ma più un palazzo signorile. Si trova tra il Verziere e via Brolo, accanto alla più maestosa basilica di Santo Stefano Protomartire, a due passi dall’Università Statale. Sapevo della sua esistenza ma non ci avevo mai messo piede fino all’altra mattina: sono passata intorno alle otto e mezza, prima di andare in ufficio. Stavano celebrando la messa e nessuno ha fatto caso a me. Mi sono infilata nel corridoio a destra, seguendo le indicazioni per l’ossario, e mi sono ritrovata in questa cappella a pianta quadrata dalla volta affrescata con un barocchissimo Trionfo di anime in un volo di angeli. Su tutti e quattro i lati, fregi rococò e nicchie piene zeppe di ossa e teschi, disposti in modo tale da formare motivi decorativi e croci. Croci fatte di teschi su mura di teschi. L’impatto è stato forte, perché ero sola in questo luogo elegante e triste, con le note dell’organo che arrivavano da lontano.

L’ossario originario risale al 1210 e fu costruito per raccogliere i resti dei lebbrosi morti nell’ospedale del Brolo, nei cui pressi vennero poste nel 1269 le fondamenta della chiesa primitiva. Nel 1642 crollò il campanile di Santo Stefano e distrusse chiesa e ossario, che vennero ricostruiti nello stile dell’epoca; l’ossario fu completato nel 1695. A lungo si è pensato che gli scheletri conservati qui appartenessero ai martiri cristiani uccisi dagli eretici ariani all’epoca di Sant’Ambrogio; in realtà, le ossa provengono dalle spoglie dei pazienti dell’antico ospedale del Brolo, dalle salme traslate qui alla chiusura dei cimiteri cittadini, da condannati a morte e carcerati, da qualche nobile milanese e dagli appartenenti alla confraternita dei Disciplini che sin dal XIII secolo aveva in questo sito la loro sede (e il cui patrono era appunto San Bernardino. L’altra confraternita della chiesa era quella dei furmagiàtt, i produttori di formaggio, che qui pregavano con la protezione di San Lucio..!)

Narra una leggenda che tra i resti conservati nell’ossario ci siano anche quelli di una ragazzina, che la notte dei morti, il due novembre, si risveglia per trascinare con sé i suoi compagni d’eternità in una danza macabra festosa e rumorosa: dicono che gli scheletri danzanti si facciano sentire fin fuori dalla chiesa.

Pare anche che di qui sia passato, nel 1738, Giovanni V re del Portogallo: fu talmente colpito dall’ossario di San Bernardino che volle costruirne uno uguale a Evora, nel suo Paese (così ho letto da qualche parte, ma la datazione è discordante: all’epoca della visita di Giovanni la Capela dos Ossos di Evora atterriva i visitatori già da un paio di secoli. E’ verosimile però che in seguito al viaggio milanese ne abbia ordinato la ristrutturazione, in modo da renderla ancora più spaventosa).

Capela dos Ossos, Evora (Portogallo)

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Evora, capitale dell’Alentejo e città-museo patrimonio dell’Unesco, custodisce molti tesori. La Capela dos Ossos è uno di essi, e si trova all’interno nell’Igreja di San Francisco, una maestosa cattedrale in stile gotico manuelino. L’idea di costruire una cappella le cui mura fossero letteralmente ricoperte da ossa umane venne a tre monaci francescani in tempo di Controriforma, con l’intento palesemente didascalico di indurre chi vi si trovasse alla contemplazione e alla riflessione sulla caducità e transitorietà della vita in terra. Con un certo umorismo nero, dato che all’entrata della cappella troneggia la frase “Nós ossos que aqui estamos pelos vossos esperamos”, ovvero, “Noi ossa che qua stiamo le vostre aspettiamo”. Si contano all’incirca 5.000 tra teschi e ossa varie, provenienti da vari cimiteri monastici e chiese della zona. Quando l’ho visitata io, lo scorso agosto, c’erano due ragazzi appollaiati su delle scale che restauravano una delle pareti, pulendo amorevolmente con dei pennellini le orbite dei poveri resti.

Su una delle pareti sono appesi due scheletri essiccati, uno di un uomo e uno di un bambino. Dice la leggenda che gli scheletri appartengano al figlio e al marito di una donna che fu a tal punto maltrattata in vita da lanciar loro una maledizione: mai avrebbero potuto trovare pace nel regno dei morti. Secondo una versione, al momento del funerale, la terra si indurì tanto da non permettere di scavare una fossa nel cimitero; secondo un’altra, i becchini si rifiutarono di seppellire l’uomo e il bambino per paura che il terreno tutto intorno marcisse. Allora li appesero lì, in bella vista, dove tuttora spaventano gli avventori della cappella.

Cimitero delle Fontanelle, Napoli

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Alle Fontanelle sono andata proprio nel giorno dei morti, l’anno scorso. È uno dei luoghi che più in assoluto ha colpito il mio immaginario: per l’estensione in altezza e in lunghezza, per il suono dei miei passi che risuonavano nel silenzio di tomba, per la geometrica e tuttavia caotica precisione della disposizione degli innumerevoli teschi. Si estende per circa tremila metri quadrati, lungo gallerie scavate nella roccia e alte 10-15 metri che proseguono a perdita d’occhio, incrociandosi l’una con l’altra. Vengono stimati circa quarantamila resti, disposti lungo le pareti in modo più o meno regolare. E’ un luogo buio, illuminato da qualche lumicino, umido, incredibile.

Il cimitero delle Fontanelle si trova nel rione Sanità, in un’antica cava di tufo che cominciò a essere utilizzata come deposito di cadaveri ai tempi della terribile peste del 1656 che uccise a Napoli più di trecentomila persone. Qui venivano ammucchiati i corpi di chi non poteva permettersi una degna sepoltura: i poveri, i negletti, i senza famiglia (in realtà, pare che qui finissero anche le persone abbienti, che i becchini fingevano di tumulare nei cimiteri e trasportavano poi alle Fontanelle di notte in un sacco). Agli appestati si aggiunsero le salme traslate dalle chiese cittadini dopo la bonifica voluta da Gioacchino Murat e coloro che furono colpiti dall’epidemia di colera del 1836. Nel frattempo, intorno ai resti del camposanto si era venuto a creare un culto pagano di dimensioni preoccupanti, al punto che nel 1969 l’allora Cardinale di Napoli Corrado Ursi ne decretò la chiusura, sperando così di porre fine alla macabra devozione del popolo alle anime pezzentelle. In pratica, chi non aveva morti né santi a cui votarsi adottava nel vero e proprio senso della parola un teschietto, lo andava a trovare, lo lucidava, gli portava fiori e omaggi: in cambio delle preghiere, l’anima sarebbe apparsa in sogno al devoto, e gli avrebbe esaudito la grazia o svelato – perché no – quali numeri giocare al lotto. Se i numeri uscivano o la grazia arrivava il teschio veniva posto al riparo in una teca; se invece la cappuzzella non faceva il suo dovere tornava nel mucchio e il devoto ne sceglieva un’altra. Uno dei segni della grazia ricevuta era il sudore delle testoline, che altro non era che condensa da umidità: se poggiando la mano essa non si bagnava, veniva interpretato  come un cattivo presagio.

Una delle cappuzzelle più famose è quella del Capitano, a cui leggenda vuole fosse devotissima una fanciulla che in lui aveva riposto la preghiera di trovare marito. Quando poi la ragazza andò in sposa, il giorno del matrimonio apparve in chiesa un invitato misterioso vestito da soldato spagnolo che le fece l’occhiolino. Il marito ingelosito gli diede un pugno sul grugno: l’indomani, il teschio del Capitano aveva un’orbita completamente nera. Secondo un’altra versione, il promesso sposo dileggiava la sposa per le morbose attenzioni che dedicava a quelle vecchie ossa e osò addirittura per sfregio infilare un bastone nella cavità dell’occhio del teschio, mentre scherzosamente lo invitava alle sue nozze. Quel giorno apparve effettivamente un uomo sconosciuto: invitato a dire chi era, tolse il mantello e si rivelò in tutta la sua mortifera apparenza. Gli sposini morirono sul colpo.

Le anime delle Fontanelle hanno riposato nell’oblio fino al 2010, quando il cimitero è stato riaperto. Ogni teschio, ogni osso racconta una storia, la propria; la vicenda umana che si cela dietro ognuno di questi resti rappresenta per noi un mistero affascinante, destinato a rimanere tale.

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La meravigliosa storia di Thor Heyerdahl

Esattamente cento anni fa, il 6 ottobre 1914, nasceva in Norvegia uno dei più grandi esploratori della storia contemporanea: Thor Heyerdahl. E’ conosciuto ai più per la traversata del Kon-Tiki, ma l’intera sua vita racconta una storia pazzesca, meravigliosa. Io mi sono innamorata di quest’uomo: e dire che fino a poco tempo fa non sapevo quasi niente né di lui, né del Kon-Tiki. Stamattina appena ho acceso il computer ho visto che Google gli ha dedicato un doodle, in occasione del suo centenario. Bene, il punto è che da qualche tempo coltivo di nascosto questo orticello di parole dove scrivo e vorrei scrivere dei miei viaggi e di altre cose, ma per un motivo o per l’altro non mi sono mai decisa a renderlo pubblico. Oggi mi è quasi venuto un colpo quando ho aperto Google e mi sono detta: ora o mai più! Primo, perché inaugurare ufficialmente questo blog a cento anni dalla nascita di un personaggio come Thor spero sia di buon auspicio; secondo, perché è da quando ho scoperto la sua storia che vorrei raccontarla e una volta tanto vorrei cogliere l’attimo fuggente così da fargli gli auguri come si deve e non in ritardo.

HEYERDAHL / KONTIKI
Il Kon-Tiki in mare nel 1947. © AP Photo

Sapevo che il centenario della nascita di Thor Heyerdahl cadeva quest’anno perché a maggio sono stata a Oslo e ho visitato il Kon-Tiki Museet, dove i francobolli celebrativi 1914-2014 andavano per la maggiore. Il 1914, putacaso, è anche l’anno in cui è nata mia nonna (anche lei un’avventuriera, a suo modo) e per questo mi è rimasto impresso. Prima, “Kon-Tiki” mi faceva venire in mente solo una maschera tribale tatuata sulla schiena di un amico cileno, uno stabilimento balneare in Liguria (i “Bagni Kon-Tiki” a Spotorno) e la cosiddetta Tiki culture, ovvero i cocktail con gli ombrellini colorati e tutte le cose kitsch che ci stanno intorno. La visita a quel museo in Norvegia mi ha fatto scoprire un mondo fatto di viaggi temerari, spedizioni verso l’ignoto, in barba a chi dice sempre “non si può fare, non è possibile!”. Thor Heyerdahl era uno che aveva preso in parola Ulisse, quando per bocca di Dante dice Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. Dato che su questa frase cerco di improntare – per quanto posso e riesco – la mia esistenza in questo grande mondo, Thor mi è stato subito simpatico. C’è una galleria, nel museo, che racconta la sua vita per immagini, a partire dall’infanzia: un bel bambino biondo che poi si trasforma in un bel ragazzo biondo, e così via. Ma la luce che ha negli occhi, sin dalla prima fotografia! E la storia del suo amore con Liv… è talmente bella che adesso ve la racconto.

Thor era ancora un ragazzo quando partì per il suo primo viaggio nella Polinesia francese. All’epoca studiava biologia e geografia all’Università di Oslo e il viaggio era stato organizzato in collaborazione con la facoltà di zoologia, che voleva mandarlo lì allo scopo di investigare la flora e la fauna dell’arcipelago. Era partito il 25 dicembre 1936, con la donna che aveva sposato la notte prima, la notte di Natale. Liv aveva 20 anni e Thor 22: insieme presero un treno che li portò a Marsiglia e da lì si imbarcarono su un cargo che attraversò l’Oceano Atlantico fino al canale di Panama e poi l’Oceano Pacifico fino a Tahiti. La coppia si stabilì su una minuscola isoletta vulcanica chiamata Fatu-Hiva, la più meridionale delle Isole Marchesi. Il luogo era selvaggio e incontaminato, loro giovani e innamorati… Una storia alla Laguna Blu insomma. Vissero – o sopravvissero – in modo totalmente autosufficiente per circa un anno, cibandosi di patate dolci e manghi succulenti, lontani dalle corruzioni della società moderna, mentre portavano avanti le loro ricerche scientifiche.

Thor e Liv
La luna di miele di Thor e Liv a Fatu Hiva. © 2014 Kon-Tiki museet.

In realtà, Fatu-Hiva non si rivelò essere quel paradiso terrestre che avevano vagheggiato (Thor ebbe poi a dire che il paradiso in terra non va ricercato in uno luogo geografico, ma dentro noi stessi) e, dopo aver cercato di fronteggiare da soli le febbri dovute a delle punture d’insetto, dovettero fare ritorno alla civiltà per sottoporsi a cure mediche. In ogni caso, il soggiorno a Fatu-Hiva fu decisivo per le successive ricerche di Thor: fu in questo periodo che cominciò a elaborare le sue teorie secondo le quali le prime genti della Polinesia erano arrivate in queste isole non da Ovest, come comunemente si pensava, ma dalle coste sudamericane in epoca precolombiana.  C’erano molti elementi che suffragavano questa tesi: correnti marine favorevoli, ritrovamenti nella giungla di statue antiche e incredibilmente simili alle effigi dei popoli dell’America meridionale, e infine la leggenda, narrata dal capovillaggio, del mitologico Tiki che in tempi immemori aveva guidato per mare dall’Est i suoi antenati, fino a queste terre.

Thor mise da parte le ricerche su fiori e piante e si dedicò anima e corpo a questa idea che condizionò il resto della sua vita: andò in America, studiò le tecniche di navigazione, immaginò come quei folli marinai avessero potuto compiere una tale traversata in mare aperto. Quando però nel 1940 presentò i risultati delle sue ricerche, gli esimi accademici lo presero per matto. Allora che fece Thor, per dimostrare che quel viaggio sarebbe stato possibile? Costruì una zattera di balsa, mangrovia e bambù, così come l’avrebbero potuta costruire 1500 anni prima; raggruppò un equipaggio accuratamente selezionato; e il 28 aprile 1947 salpò dal porto di Callao in Perù, deciso a raggiungere le coste polinesiane. Sulla vela svettava Kon-Tiki, il leggendario re del Sole il cui mito era comune alla civiltà inca e a quella polinesiana.

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La rotta del Kon-Tiki. © 2014 Kon-Tiki museet.

Il viaggio durò 101 giorni, durante i quali la zattera percorse circa 8.000 chilometri attraverso l’oceano Pacifico. Si concluse all’atollo di Raroia nell’arcipelago di Tuamotu in modo un po’ rocambolesco, dato che il Kon-Tiki cozzò contro la barriera corallina e quasi si distrusse. L’equipaggio raggiunse l’isola e trascorse qualche giorno in solitudine finché dei pescatori non videro il relitto e li andarono a recuperare, ma quando arrivarono al villaggio ci furono feste e danze a non finire per festeggiare il buon esito della spedizione. Il viaggio ebbe una risonanza enorme e l’intero mondo accademico dovette ricredersi di fronte all’evidenza: gli scienziati più cocciuti, che continuavano a non credere possibile un’impresa del genere e ne mettevano in dubbio l’autenticità,  tacquero solo quando nel 1952 fu presentato al pubblico il film montato con il materiale girato durante la traversata – che vinse anche l’Oscar come miglior documentario.

La cosa bella è che Thor aveva uno spiccato senso per la posterità, e non ha mai mancato di fotografare/filmare/documentare i suoi viaggi e le sue spedizioni. Al museo sono esposte tantissime fotografie, appunti, schizzi (io ho trovato terribilmente eccitante perfino il diario in cui sono annotati i menu dell’equipaggio durante il viaggio). Questa era la sua Leica, sono rimasta mezz’ora a fissarla:

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“Ho fotografato cose che voi umani…”

Tornando agli scienziati saccenti, questi allora si misero a dire: ok, prendiamo pure per buona l’ipotesi che i marinai sudamericani siano stati in grado di affrontare l’oceano Pacifico con una zattera di balsa. Allora perché non ci sono tracce di un loro insediamento alle Galapagos, che sono in linea d’aria molto più vicine rispetto alla Polinesia? Thor, che con questi misteri ci andava a nozze, partì per le Galapagos per dimostrare ancora una volta la bontà delle sue intuizioni. Condusse le prime esplorazioni archeologiche in questa zona, le quali confermarono che in epoca precolombiana molti viaggi di questo tipo avevano avuto luogo. La mancanza di riserve d’acqua potabile all’infuori che nella stagione delle piogge, però, impedivano ai navigatori di insediarsi stabilmente alle isole Galapagos: ripiegarono allora, secondo Thor, su quella che noi oggi conosciamo come isola di Pasqua. Heyerdahl passò qui molto tempo in due diversi momenti (1955-1956 e 1986-1988, trent’anni più tardi), coincidenti con due imponenti spedizioni archeologiche che lo convinsero ulteriormente dei contatti tra le culture sudamericane e quelle polinesiane. Chissà quali erano i suoi pensieri di fronte agli immensi Moai, quelle statue dalle lunghe orecchie che si innalzano di fronte all’oceano, nell’isola più isolata di tutte.

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La Ra II, custodita al Kon-Tiki museet di Oslo.

Nel frattempo Thor si era appassionato alla faccenda della navigazione in epoca antica e si mise a pensare ad altre imbarcazioni ed altri mari. Più precisamente, alle navi costruite con giunchi e canne all’epoca dei faraoni, quando le civiltà del Mediterraneo fiorivano e commerciavano su tutte le rotte. Erano possili, con quelle barche, traversate oceaniche? Si poteva arrivare dal Marocco alle Barbados su un trabiccolo del genere? Ancora una volta pensò che non c’era che un modo per scoprirlo… La Ra partì nella primavera del 1969 dall’antico porto fenicio di Safi, in Marocco; navigò per otto settimane e 5.000 chilometri prima di affondare, con grande scorno dell’equipaggio. Dieci mesi dopo ci riprovarono, con la Ra II: questa volta però Thor aveva chiesto la consulenza e l’aiuto di quattro indiani Aymara provenienti da un villaggio sul lago Titicaca, in Sud America, che a 4.000 metri d’altezza sul livello del mare erano soliti navigare sulle acque tempestose del lago con imbarcazioni costruite con gli stessi metodi usate in Egitto e in Mesopotamia. Imbastirono una barca robusta e veloce, flessibile e resistente alle peggiori tempeste. La Ra II, salpata da Safi il 17 maggio 1970, approdò alle Barbados 57 giorni e 6.100 chilometri più tardi.

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Nell’Antico Egitto erano ghiotti di tarallini.

C’è un’altra cosa interessante. Thor Heyerdahl non era solo uno scienziato, un archeologo, un esploratore matto; era anche un umanista, un antropologo, un cittadino del mondo che voleva abbattere i confini del pensiero. Nel concepire la spedizione della Ra aveva immaginato una geografia senza frontiere, incarnata in un equipaggio che rappresentasse l’umanità intera: otto uomini di otto nazionalità diverse che collaborassero tra loro per un obiettivo comune, al di là delle diverse provenienze e credenze religiose e politiche. Magari poi a bordo litigavano in continuazione, ma l’idea è confortante. Veleggiavano sotto il vessillo delle Nazioni Unite.

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L’equipaggio della Ra II. Half way! © 2014 Kon-Tiki museet.

Un’altra spedizione molto importante fu quella del Tigris, attraverso cui Heyerdahl volle dimostrare l’ipotesi di un contatto tra le tre grandi civiltà del Mediterraneo, ovvero Mesopotamia, Egitto e Valle dell’Indo. Nei dipinti rupestri di tutte, comparivano le immagini di imbarcazioni simili per materiali e dimensioni. Il Tigris salpò nel 1977 all’incrocio dei fiumi sacri che formavano la Mesopotamia, il Tigri e l’Eufrate, e che oggi si trova in Iraq. Il  viaggio nell’Oceano indiano però non fu portato a termine, perché nell’aprile 1978, dopo cinque mesi di navigazione, l’equipaggio diede fuoco alla nave per protesta contro i commercianti di armi che alimentavano, per profitto, i conflitti in Medioriente. La guerra era tutto intorno – e aveva in spregio il senso stesso del viaggio di Thor e dei suoi uomini.

Ci furono altri viaggi ed esplorazioni: le Maldive, il Peru, la Russia… Una vita così, come si fa a raccontarla in uno spazio così ristretto? Alla fine sono sempre i confini a fregarci. E allora mi sembra pertinente questa sua bellissima frase, che lo racconta in modo fulmineo ed esatto:

“Borders? I have never seen one. But I have heard they exist in the minds of some people”.

Buon compleanno, Thor 🙂

Impressioni d’Asia

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Pronuncio la parola Asia, scandendo bene ogni lettera. La bocca si scioglie al pensiero di frutti colorati e succosi, nel naso litigano odori pungenti, nelle orecchie lo strombazzare dei motorini e il rumore del mare in una conchiglia. Negli occhi, immagini di piante verdissime e strade sciacquate dalla pioggia monsonica. Ha ancora un senso l’esotismo oggi, nel mondo globale, o è diventato un concetto vuoto buono soltanto per i depliant delle agenzie di viaggio, pieni di promesse e desideri più o meno facili da soddisfare? Sono curiosa di scoprirlo, di vedere se quest’Oriente tanto fantasticato è come me lo immagino, quanto è lontano da ciò a cui sono abituata. Il mio mondo è quello della buona vecchia Europa, delle sue città sonnacchiose e piene di storia, di chiese e di modi tanto diversi dal Baltico al Mediterraneo, ma spesso così simili. Cosa c’è oltre?

Non avevo mai preso un volo intercontinentale. Mi piace prendere l’aereo, l’idea di essere così veloce, così in alto. Mi piace il momento del decollo, guardare le persone e le case e le macchine farsi sempre più minuscole finché non si distinguono più e non rimangono che le geometrie dei campi gialli e verdi, le autostrade sottilissime, i confini fluidi delle città. Siamo partiti dalla Malpensa in un caldo giorno di luglio, con una di quelle compagnie aeree arabe famose per le bellissime hostess con la veletta che passa sotto il mento.

Abbiamo fatto un lungo scalo a Muscat, la capitale dell’Oman. Abbiamo passato la notte in aeroporto, Angelo per terra in un angolo e io rannicchiata sul divanetto di un fast-food halal, dove abbiamo visto donne coperte da capo a piedi mangiare hamburger da sotto il velo. All’alba abbiamo preso il secondo volo: mi hanno fatto impressione i deserti iracheni, le distese di sabbia, l’urbanistica lineare delle città antiche. Poco dopo mi sono addormentata, svegliandomi solo per fare merenda con datteri e yogurt; poi mi sono riappisolata e, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovata lontana da casa, novantuno meridiani più avanti, in un paese il cui alfabeto è un ghirigoro, nella città che dell’esotismo è l’emblema stesso: Bangkok.

Pioveva a dirotto, quando siamo arrivati, era buio e faceva caldissimo; siamo saliti su un taxi freddo, che dopo quasi un’ora ci ha lasciati al margine di una via piena di luci colorate e fumi che salivano dalle bancarelle ai due lati della strada. Questa via si chiama Khaosan road, ed è qui e nelle vie limitrofe che migliaia di viaggiatori con lo zaino sulle spalle si riversano ogni giorno e ogni notte, catapultati da ogni dove nel cuore pulsante dell’Asia. Qui si può comprare una patente nuova o un tesserino da giornalista, bere fruitshake al mango, mangiare un insetto fritto (in realtà tutti si fermano a guardare, ma nessuno osa l’assaggio, e le venditrici hanno capito che il vero affare è chiedere un dollaro a fotografia), ti vengono offerte droghe e donne. I bar pompano musica commerciale, le bancarelle vendono tutte le stesse canottiere con stampate sopra le marche di birra locale e gli stessi pantaloni larghi di tela con gli elefanti, e nelle strade pare di vedere solo branchi di ragazzi e ragazze che indossano quelle magliette e quei pantaloni. Qualche vecchio hippie coi capelli grigi e i tatuaggi sbiaditi osserva la vita che scorre da una seggiolina viola di plastica, forse rimpiangendo il tempo in cui in questo posto ancora non erano arrivati McDonald e le luci al neon.

Tanti parlano di Khaosan road come di un ghetto per turisti, di un luogo troppo poco autentico, ma Bangkok è anche questo, è il suo immaginario, è la lusinga dei sensi. Lo vedi che è finta, con tutte quelle lucine colorate che danno idea di festività pagana, con i guidatori di tuk tuk che promettono di scarrozzarti in giro per la città con pochi spiccioli e poi ti fanno perdere ore tra un negozio e l’altro perché ricevono dai commercianti un buono per la benzina per ogni turista che portano. Ma è vero: il ghetto protegge dalla città vera. Ti avventuri fuori e scopri che c’è un mondo nuovo, sporco, caldo da impazzire – un caldo umido che si appiccica alla pelle, che non fa guarire le piccole ferite e che bagna la maglietta. Caldo e sporco e polveroso, polveri sottili che bruciano il naso, mezzi motorizzati di ogni tipo che non vogliono a nessun costo lasciarti il passo nelle strade, architetture dorate che si intravedono dietro gli accrocchi di cavi elettrici che sfidano ogni legge dell’elettrotecnica e del buon senso. Cieli immobili e lattiginosi che d’un tratto s’anneriscono e si squarciano in piogge che diventano torrenti lungo le vie e che sembrano pulire e punire i peccati di questa città, colpevole di contenere troppa vita dentro di lei.

Il mio Portogallo

Lisboa

Mio, aggettivo possessivo, sta spudoratamente a indicare una sensazione di proprietà, possedimento, per la serie “è mio e guai a chi me lo tocca”. Alcune volte non è un bel sentimento: se riferito a un oggetto, può indicare un attaccamento spesso malsano alle cose materiali; se riferito a una persona, può indicare gelosia e sospetto. Altre volte, indica semplicemente un’adesione affettuosa, candida, una vicinanza e una comunanza. Messo accanto a un Paese intero, che vuol dire quell’aggettivo? Vuol dire un richiamo che non so spiegare, un sorriso scemo quando sento qualcuno parlare in portoghese sull’autobus a Milano, l’immagine di cieli pazzescamente azzurri. Il fastidio quando qualcuno lo critica, un altro sorriso scemo alla vista di un umile lupino, ore passate a decifrare le metafore nascoste nelle canzoni di Rui Veloso. Fatto sta che io di questo Paese vado pazza. Sono stata la prima volta in Portogallo nel febbraio del 2008, per un weekend lungo a Lisbona e dintorni: non ha fatto altro che piovere, ininterrottamente, per quattro giorni. Nubi nere, sanpietrini bagnati e scivolosi, alto rischio di finire sotto al tram 28 in una di quelle vie dell’Alfama talmente strette che o passi tu, o passa lui. Eppure io di quella città mi sono innamorata, nonostante il vento freddo e le calze sempre fradicie.

Poi due anni dopo sono finita in Estonia e, strano ma vero, in Estonia c’erano un sacco di portoghesi, con alcuni dei quali ho stretto delle amicizie destinate a durare. Quando parlavano fitto fitto tra di loro in portoghese però non capivo una parola, e la cosa mi indispettiva assai. Mi affascinava moltissimo quella loro lingua piena di shh e di suoni nasali (cão, pão, mão!), allora mi sono impuntata e ho deciso che l’avrei imparata. Sono partita con i numeri da uno a dieci, le parolacce e le drinking songs (i grandi classici dell’erasmus), poi piano piano ho iniziato a formulare le prime frasi, anche se i miei amici mi prendevano in giro per l’accento brasiliano. Tornata in Italia ho continuato a studiare con l’Assimil, che è un metodo fantastico per imparare le lingue, se si ha la costanza di arrivare fino alla fine del libro, ovvero fino al centesimo dialogo surreale.

Sono iniziati i miei pellegrinaggi portoghesi e ho scoperto le strade di Porto, le tradizioni studentesche di Coimbra, le colline del Ribatejo e le onde dell’Algarve. Ogni volta che tornavo mi trovavo talmente bene che sono finita a passare tre mesi nella piovosa Viseu, a bere i vini del Dão e del Douro, a mangiare zuppe e tostas mistas; in quel periodo ho visto le processioni pasquali di Braga e i canali di Aveiro, bevuto la puzzolente e a quanto pare molto salutare acqua termale di Chaves, salito gli innumerevoli scalini del Bom Jesus do Monte. Questa estate sono tornata per l’ennesima volta, per un road trip da Porto in giù, passando per Batalha, Tomar, Nazaré, Abrantes, Obidos, Zambujeira do Mar, il Parque do Sudoeste Alentejano e Costa Vicentina, Sagres e Cabo São Vicente, le acque blu dell’Algarve, infine risalendo per l’Alentejo interior (Alcoutim, Mértola, Serpa, Monsaraz, Evora e i siti megalitici…) fino a Lisbona e Cascais. Oggi parlo portoghese, mais ou menos, ma i suoi suoni continuano a affascinarmi come la prima volta che l’ho ascoltato. Vorrei raccontarlo tutto questo mio Portogallo, un po’ per averlo sempre con me, un po’ come riconoscimento per avermi fatto quel regalo impegnativo e bellissimo che è la saudade.

Lisbona

Post scriptum. I biografi dicono che Antonio Tabucchi si imbattè per la prima volta nella lingua portoghese a Parigi negli anni Sessanta, quando scoprì su una bancarella nei pressi della Gare de Lyon un libriccino che conteneva la traduzione francese della poesia Tabacaria firmata con il nome di Alvaro de Campos, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa. Inizia così:

Não sou nada / Nunca serei nada / Não posso querer ser nada / À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo. [Non sono niente / Non sarò mai niente / Non posso voler essere niente / A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo]

Magari si era fermato per caso a quella bancarella, perché era arrivato alla stazione con troppo anticipo. Come che sia, fu leggendo quelle righe che si appassionò alla lingua e alla letteratura portoghese e, soprattutto, a Fernando Pessoa, di cui è stato il massimo conoscitore in Italia nonché traduttore dell’opera omnia. Menomale che a quella bancarella ci si è fermato: io devo molto a Tabucchi, perché penso che la lettura dei suoi libri abbia contribuito a formare l’idea che dentro di me ho del Portogallo e la sostanza letteraria di questa saudade che ha anche il profumo dell’omelette alle erbe aromatiche  di cui è ghiotto Pereira.

Maarjamägi, Tallinn, Estonia

Quando le temperature si aggirano sui meno 20 gradi, il mar Baltico si ghiaccia. Queste foto sono state scattate sul lungomare di Pirita, qualche chilometro a nord est di Tallinn, che si intravede sullo sfondo (a sinistra i grattacieli della città nuova e a destra le cupole della città vecchia). Facevamo questa strada per raggiungere Sarapuu e per un mese, ogni giorno, mi sono beata dal finestrino dell’autobus di quel sole che esplodeva in una palla di fuoco, proprio all’ora in cui tornavamo da lezione. Mi hanno raccontato che in Estonia nei mesi più freddi vengono costruite delle vere e proprie autostrade sul ghiaccio, per raggiungere in macchina le isolette più vicine alla costa. Quando ho fatto il primo passo sul mare ghiacciato mi sono sentita come Neil Armstrong quando ha messo piede sulla Luna… non a caso il moonwalk su una lastra di ghiaccio viene da dio 🙂

Miragaia e Ribeira, Porto, Portogallo

A chegada é apenas mais um ponto de partida. Ovvero, l’arrivo non è che un altro punto di partenza: per me Porto è questo, un luogo di arrivi e partenze verso altre destinazioni dove qualcuno o qualcosa mi aspettava. Ho preso tanti voli per e da questa città, conosco bene la strada che porta dall’aeroporto alla stazione dei treni e a quella dei pullmann. Al Francisco Sá Carneiro ho passato ore e ore (una volta ci ho pure mangiato una francesinha per disperazione). Poi è successo che Ginevra, linda menina, ci è andata a studiare e lavorare come archeologa. Mi ha ospitato nella sua splendida casetta piena di luce a Miragaia e mi ha portato in giro a scoprire la sua nuova città, tra un copinho di Porto branco e l’altro.

Leggere Baudelaire a Marrakech

Étonnants voyageurs ! quelles nobles histoires / Nous lisons dans vos yeux profonds comme les mers! / Montrez-nous les écrins de vos riches mémoires, / Ces bijoux merveilleux, faits d’astres et d’éthers. // Nous voulons voyager sans vapeur et sans voile! / Faites, pour égayer l’ennui de nos prisons, / Passer sur nos esprits, tendus comme une toile, / Vos souvenirs avec leurs cadres d’horizons. // Dites, qu’avez-vous vu?

A Marrakech, nella zona nord della medina e a pochi passi dalla Medersa Ali Ben Youssef, c’è la piccola Maison de la Photographie. È stata allestita in un riad e, a rotazione, propone mostre fotografiche su vari temi. Quando siamo andate noi, il tema della mostra era Étonnants voyageurs, dal titolo di una poesia di Charles Baudelaire.

“La prima epoca dei viaggi in Marocco risale all’Ottocento, fino al 1910 circa: è a Tangeri che si ritrovano gli europei in viaggio. Diplomatici e militari, commercianti e avventurieri, missionari e archelogi, pittori e scrittori. Cosa vedevano dunque coloro i cui occhi, secondo Baudelaire, sono profondi come i mari? La mervaviglia, le meraviglie: luci, colori, gli uomini, le donne, musiche e danze, architetture… le muse. […] I ritratti sono onnipresenti: ma noi cerchiamo sempre, noi viaggiatori delle nostre vite, di scrutare nel mare immenso dello sguardo degli altri, la questione fondamentale. Questi fotografi hanno anche scritto dei testi, che spesso accompagnano le fotografie in mostra: nel leggerli, si percepisce meglio la modernità fotografica. L’immagine è libera di significare altro, altrimenti, a differenza  dei testi che appaiono obsoleti e rimandano a uno sguardo dal passato. L’immagine rivela la sua forza iconica e potente, sempre aperta alla reinterpretazione. Étonnants voyageurs è un tentativo di illustrare le visioni, le pose, di quelli che sono arrivati in questo Paese alla ricerca del senso sultimo della vita. Al di là dell’infinita varietà degli esseri, del tempo e dello spazio, i nostri occhi incontrano gli occhi di coloro che, come noi, hanno camminato con il volto nel vento, si sono impiastricciati le dita di miele, hanno colto fichi profumati, hanno dormito sotto gli ulivi secolari, hanno amato, e sono morti”.

Sul tetto terrazzato della Maison c’era il wifi e Chiara ha cercato sul suo telefono la traduzione italiana di Étonnants voyageurs; l’ha letta tutta d’un fiato, mentre io l’ascoltavo. È una poesia lunga e possente, che parte leggera e si concluse angosciosa.

Charles Baudelaire tradotto da Antonio Prete
(Da: Zibaldoni, anno quinto, III serie, 9 maggio 2006.)

Le Voyage (Il viaggio)

         A Maxim du Camp

I

Pour l’enfant, amoureux de cartes et d’estampes,
L’univers est égal à son vaste appétit.
Ah ! que le monde est grand à la clarté des lampes!
Aux yeux du souvenir que le monde est petit!

Un matin nous partons, le cerveau plein de flamme,
Le coeur gros de rancune et de désirs amers,
Et nous allons, suivant le rythme de la lame,
Berçant notre infini sur le fini des mers:

Les uns, joyeux de fuir une patrie infâme;
D’autres, l’horreur de leurs berceaux, et quelques-uns,
Astrologues noyés dans les yeux d’une femme,
La Circé tyrannique aux dangereux parfums.

Pour n’être pas changés en bêtes, ils s’enivrent
D’espace et de lumière et de cieux embrasés;
La glace qui les mord, les soleils qui les cuivrent,
Effacent lentement la marque des baisers.

Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent
Pour partir ; coeurs légers, semblables aux ballons,
De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,
Et sans savoir pourquoi, disent toujours : Allons!

Ceux-là, dont les désirs ont la forme des nues,
Et qui rêvent, ainsi qu’un conscrit le canon,
De vastes voluptés, changeantes, inconnues,
Et dont l’esprit humain n’a jamais su le nom!

I

Per il ragazzo che ama scrutare carte e stampe
l’universo è a misura del suo sogno profondo.
Il mondo è sconfinato al lume delle lampade!
Agli occhi del ricordo com’è piccolo il mondo!

Un mattino, i pensieri in fiamme, noi partiamo:
ci pungono rancori, e desideri amari.
Ma andiamo: persi nel ritmo dell’onda, culliamo
questo nostro infinito sul finito dei mari.

Gli uni una patria infame fuggono, altri i natali
orribili, altri, astrologhi che hanno fatto naufragio
negli occhi di una donna, della Circe fatale
fuggon la tirannia e il profumo malvagio.

Per non esser mutati in bestie, ecco l’ebbrezza
di spazi e luci e cieli infocati di braci.
Il sole che li strugge, il gelo che li sferza
lentamente cancellano le ferite dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire:
cuori leggeri, come palloni in alto vanno,
il loro corso mai vorrebbero smarrire,
dicono sempre “andiamo!”, ed il perché non sanno.

I loro desideri hanno forma di nuvole.
Come il coscritto sogna il cannone, essi anelano
a voluttà immense, sconosciute e mutevoli,
dal nome che a nessuno davvero si disvela.

II

Nous imitons, horreur ! la toupie et la boule
Dans leur valse et leurs bonds ; même dans nos sommeils
La Curiosité nous tourmente et nous roule,
Comme un Ange cruel qui fouette des soleils.

Singulière fortune où le but se déplace,
Et, n’étant nulle part, peut être n’importe où!
Où l’Homme, dont jamais l’espérance n’est lasse,
Pour trouver le repos court toujours comme un fou!

Notre âme est un trois-mâts cherchant son Icarie;
Une voix retentit sur le pont : « Ouvre l’oeil! »
Une voix de la hune, ardente et folle, crie:
« Amour… gloire… bonheur ! » Enfer ! c’est un écueil!

Chaque îlot signalé par l’homme de vigie
Est un Eldorado promis par le Destin;
L’Imagination qui dresse son orgie
Ne trouve qu’un récif aux clartés du matin.

Ô le pauvre amoureux des pays chimériques!
Faut-il le mettre aux fers, le jeter à la mer,
Ce matelot ivrogne, inventeur d’Amériques
Dont le mirage rend le gouffre plus amer?

Tel le vieux vagabond, piétinant dans la boue,
Rêve, le nez en l’air, de brillants paradis;
Son oeil ensorcelé découvre une Capoue
Partout où la chandelle illumine un taudis.

II

Imitiamo la trottola che danzando si svolge,
la palla che rimbalza, e persino dormendo,
lei, la Curiosità, ci tormenta e rivolge
come Angelo che in alto sferzi i soli tremendo.

È una sorte ben strana: la meta si disloca,
può essere dovunque, eppure mai si mostra.
L’Uomo, la cui speranza non diviene mai fioca,
chiede riposo e folle gira come una giostra.

È l’anima un naviglio che cerca la sua Icaria.
“Attenzione !” si sente gridare dalla soglia
del ponte, e dalla coffa un grido incendia l’aria:
“Gloria… piacere… amore…!”. Dannazione! uno scoglio!

Ogni isola avvistata da quello ch’è di scolta
pare un verde Eldorado promesso dal Destino,
la Fantasia che già nell’orgia era disciolta
scorge soltanto un banco al lume del mattino.

Povero innamorato di regioni chimeriche!
Ti metteranno ai ferri, ti getteranno in mare,
ubriaco marinaio, inventore d’Americhe,
il cui miraggio rende gli abissi più amari?

Così il vecchio barbone, se la melma calpesta,
sogna, col naso all’aria, paradisiaci cieli,
con lo sguardo stregato una Capua egli avvista
ovunque una candela un tugurio riveli.

III

Étonnants voyageurs ! quelles nobles histoires
Nous lisons dans vos yeux profonds comme les mers!
Montrez-nous les écrins de vos riches mémoires,
Ces bijoux merveilleux, faits d’astres et d’éthers.

Nous voulons voyager sans vapeur et sans voile!
Faites, pour égayer l’ennui de nos prisons,
Passer sur nos esprits, tendus comme une toile,
Vos souvenirs avec leurs cadres d’horizons.

Dites, qu’avez-vous vu?

III

Viaggiatori mirabili! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi, profondi come mari!
Mostrateci gli scrigni delle vostre memorie,
gioielli d’astri e d’etere, meravigliosi e rari.

Vogliamo navigare senza vapore e vela.
Per ridurre la noia d’una vita murata,
offrite ai nostri spiriti, tesi come una tela,
tutti i vostri ricordi da orizzonti cerchiati.

Dite: che avete visto?

IV

« Nous avons vu des astres
Et des flots ; nous avons vu des sables aussi;
Et, malgré bien des chocs et d’imprévus désastres,
Nous nous sommes souvent ennuyés, comme ici.

La gloire du soleil sur la mer violette,
La gloire des cités dans le soleil couchant,
Allumaient dans nos coeurs une ardeur inquiète
De plonger dans un ciel au reflet alléchant.

Les plus riches cités, les plus beaux paysages,
Jamais ne contenaient l’attrait mystérieux
De ceux que le hasard fait avec les nuages.
Et toujours le désir nous rendait soucieux!

– La jouissance ajoute au désir de la force.
Désir, vieil arbre à qui le plaisir sert d’engrais,
Cependant que grossit et durcit ton écorce,
Tes branches veulent voir le soleil de plus près!

Grandiras-tu toujours, grand arbre plus vivace
Que le cyprès? – Pourtant nous avons, avec soin,
Cueilli quelques croquis pour votre album vorace,
Frères qui trouvez beau tout ce qui vient de loin!

Nous avons salué des idoles à trompe;
Des trônes constellés de joyaux lumineux;
Des palais ouvragés dont la féerique pompe
Serait pour vos banquiers un rêve ruineux;

Des costumes qui sont pour les yeux une ivresse;
Des femmes dont les dents et les ongles sont teints,
Et des jongleurs savants que le serpent caresse.»

IV

“Abbiamo visto astri,
e poi alti marosi, e deserti, ma sì,
nonostante gli choc, gli improvvisi disastri,
ci siamo anche annoiati, e spesso, come qui.

Sopra il viola del mare la gloria alta del sole,
la gloria delle mura quando il sole è cadente,
nell’anima accendevano un inquieto ardore
d’affondare in un cielo dal riflesso splendente.

Ricchissime città, paesaggi incantevoli,
non raggiungono mai il fascino segreto
dei paesi che il caso disegna con le nuvole.
E il desiderio sempre ci rendeva inquieti.

Il godimento dà al desiderio forza.
Desiderio, vecchio albero, il piacere è concime,
più sul tronco si fa dura e forte la scorza,
più sfiorano i tuoi rami il celeste confine.

Crescerai sempre, grande albero, più vivace
del cipresso? Comunque, con molta cura abbiamo
preso schizzi da dare al vostro album vorace,
fratelli che apprezzate ciò che vien da lontano.

Abbiamo visto idoli dal volto elefantesco,
troni ingemmati con intarsio luminoso,
palazzi lavorati con cesello fiabesco:
per il vostro banchiere un sogno rovinoso.

Costumi che a guardarli t’infondono un’ebbrezza,
donne che si dipingono sia le unghie che i denti,
esperti giocolieri che il serpente carezza”.

V

Et puis, et puis encore?

V

E poi, e poi ancora?

VI

« Ô cerveaux enfantins!

Pour ne pas oublier la chose capitale,
Nous avons vu partout, et sans l’avoir cherché,
Du haut jusques en bas de l’échelle fatale,
Le spectacle ennuyeux de l’immortel péché:

La femme, esclave vile, orgueilleuse et stupide,
Sans rire s’adorant et s’aimant sans dégoût;
L’homme, tyran goulu, paillard, dur et cupide,
Esclave de l’esclave et ruisseau dans l’égout;

Le bourreau qui jouit, le martyr qui sanglote;
La fête qu’assaisonne et parfume le sang;
Le poison du pouvoir énervant le despote,
Et le peuple amoureux du fouet abrutissant;

Plusieurs religions semblables à la nôtre,
Toutes escaladant le ciel ; la Sainteté,
Comme en un lit de plume un délicat se vautre,
Dans les clous et le crin cherchant la volupté;

L’Humanité bavarde, ivre de son génie,
Et, folle maintenant comme elle était jadis,
Criant à Dieu, dans sa furibonde agonie:
“Ô mon semblable, ô mon maître, je te maudis!”

Et les moins sots, hardis amants de la Démence,
Fuyant le grand troupeau parqué par le Destin,
Et se réfugiant dans l’opium immense!
– Tel est du globe entier l’éternel bulletin.»

VI

“O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa capitale
dappertutto abbiam visto, senza averlo cercato,
lungo tutti i gradini della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato:

la donna, schiava vile, stupida ed orgogliosa,
senza ironia amarsi, senz’ombra di vergogna;
l’uomo, tiranno cupido, ghiotto, duro, vizioso,
schiavo della sua schiava, rivoletto di fogna;

e il singulto del martire, del boia l’allegrezza,
la festa che fa sapido il sangue e profumato,
l’amaro del potere che ogni despota spezza,
il popolo che gode se abbrutito e frustato;

più d’una religione che alla nostra è parente
dar la scalata al cielo; e poi la Santità,
come sopra le piume del letto un gaudente,
con i chiodi e i cilici cercar la voluttà;

l’Umanità, ubriaca del suo genio, boriosa,
anche ora come un tempo, folle levare un grido
a Dio rivolta, in una agonia furiosa:
‘Mio signore, mio simile, ecco, ti maledico!’;

e i meno sciocchi, fieri amanti di Demenza,
sottrarsi al grande gregge raccolto dal Destino,
rifugiarsi nell’oppio, dentro la sua potenza.
– Questo è del globo intero l’eterno bollettino”.

VII

Amer savoir, celui qu’on tire du voyage!
Le monde, monotone et petit, aujourd’hui,
Hier, demain, toujours, nous fait voir notre image:
Une oasis d’horreur dans un désert d’ennui!

Faut-il partir ? rester ? Si tu peux rester, reste;
Pars, s’il le faut. L’un court, et l’autre se tapit
Pour tromper l’ennemi vigilant et funeste,
Le Temps ! Il est, hélas ! des coureurs sans répit,

Comme le Juif errant et comme les apôtres,
À qui rien ne suffit, ni wagon ni vaisseau,
Pour fuir ce rétiaire infâme : il en est d’autres
Qui savent le tuer sans quitter leur berceau.

Lorsque enfin il mettra le pied sur notre échine,
Nous pourrons espérer et crier : En avant!
De même qu’autrefois nous partions pour la Chine,
Les yeux fixés au large et les cheveux au vent,

Nous nous embarquerons sur la mer des Ténèbres
Avec le coeur joyeux d’un jeune passager.
Entendez-vous ces voix, charmantes et funèbres,
Qui chantent : « Par ici ! vous qui voulez manger

Le Lotus parfumé ! c’est ici qu’on vendange
Les fruits miraculeux dont votre coeur a faim;
Venez vous enivrer de la douceur étrange
De cette après-midi qui n’a jamais de fin!»

À l’accent familier nous devinons le spectre;
Nos Pylades là-bas tendent leurs bras vers nous.
« Pour rafraîchir ton coeur nage vers ton Électre!»
Dit celle dont jadis nous baisions les genoux.

VII

Ma è un sapere amaro quel che si trae dai viaggi!
Il mondo è eguale e piccolo, così in tutte le ore,
oggi, ieri, domani, rinvia la nostra immagine:
nel deserto di noia un’oasi di orrore!

Partire? O restare? Resta, se puoi restare,
parti, se devi. Uno va, l’altro si rintana
per ingannare il Tempo, avversario fatale
e vigile. C’è chi mai posa, e s’allontana,

come l’Ebreo errante, o l’Apostolo, al quale
non basta certo il treno e neppure il vascello
per sfuggire all’infame reziario; c’è chi assale
invece il tempo senza uscire dal cancello.

Quando poi la sua zampa sentiremo vicina
al dorso, grideremo “avanti!” con speranza.
Come un tempo ci accadde di partir per la Cina,
con i capelli al vento, lo sguardo in lontananza,

ci imbarcheremo un giorno sul mare delle Tenebre,
avendo il cuor leggero d’un giovane viandante.
Sentite queste voci affascinanti e funebri
che cantano: “Di qui, voi, voi che siete amanti

del Loto profumato: qui si può vendemmiare
il frutto misterioso che il desiderio affina.
Venite, e la dolcezza gustate singolare
di questo pomeriggio che mai non declina”.

Rivela un noto spettro il familiare accento;
laggiù ciascuno ha un Pilade che l’invoca e l’adocchia:
“Alla tua Elettra vieni se vuoi un lenimento!”,
dice quella cui un tempo baciammo le ginocchia.

VIII

Ô Mort, vieux capitaine, il est temps! levons l’ancre!
Ce pays nous ennuie, ô Mort! Appareillons!
Si le ciel et la mer sont noirs comme de l’encre,
Nos coeurs que tu connais sont remplis de rayons!

Verse-nous ton poison pour qu’il nous réconforte!
Nous voulons, tant ce feu nous brûle le cerveau,
Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu’importe?
Au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau!

VIII

Su, Morte, capitano, è tempo di salpare!
Via l’ancora, m’annoia troppo questo paese.
Se neri come inchiostro sono il cielo ed il mare,
le nostre menti, sai, di luce sono accese.

Versaci il tuo veleno: esso ci riconforta!
Vogliamo, tanto forte ci brucia dentro un fuoco,
andar giù nell’abisso: Cielo o Inferno, che importa?
Fino in fondo all’Ignoto per incontrare il nuovo!