Treno di notte per Lisbona

© Alessandra Vita
© Alessandra Vita

Treno di notte per Lisbona racconta la storia di Gregorius, un noioso professore svizzero di greco e latino che una mattina fredda e piovosa, mentre si reca a scuola, si imbatte in una donna misteriosa che sta per buttarsi da un ponte. Si lancia verso di lei, la agguanta e la salva. L’incontro lo porta a scoprire un ancor più misterioso libro portoghese e d’un tratto decide di mettersi sulle tracce dell’autore, Amadeu de Prado. Salta giustappunto su un treno di notte per Lisbona e, una volta arrivato in Portogallo, scopre che Amadeu era un medico vissuto al tempo della dittatura di Salazar. Il racconto si sviluppa intorno agli scritti lasciati da Amadeu e ai tentativi di Gregorius di ricostruire la sua vita e il suo pensiero.

Cosa mi è piaciuto.

Le descrizioni della luce che brilla a Lisbona: “Se l’indomani Lisbona non fosse stata immersa in quella luce d’incanto, pensò in seguito Gregorius, le cose forse avrebbero preso tutta un’altra piega. Forse sarebbe andato all’aeroporto e si sarebbe imbarcato sul primo volo per Berna. Ma la luce impediva ogni tentativo di tornare sui propri passi. La sua radianza aveva il potere di rendere il passato qualcosa di remoto, pressoché irreale, e davanti a quello splendore la volontà perdeva ogni ombra gettata dal passato e non restava che procedere verso il futuro, quale che fosse”.

Una frase molto bella, che Amadeu ripeteva sempre: “l’immaginazione, il nostro ultimo santuario”. Al di là della politica, della religione e di tutte le sovrastrutture, la capacità di creare nuovi mondi col pensiero resta lo strumento più potente che abbiamo per sfuggire alle miserie del quotidiano.

Cosa non mi è piaciuto.

Diciamocelo, è un libro un po’ palloso. Le annotazioni di Amadeu a volte sono di una pesantezza estrema e più che a Montaigne e al desassossego di Pessoa fanno pensare al diario di un adolescente irrequieto lì lì per tagliarsi le vene. In generale, lo stile è talmente libresco che i dialoghi arrancano, sono poco naturali e molto artificiosi. L’innaturalezza è un po’ la cifra di questo romanzo, sia nella rievocazione del passato, sia nel racconto del presente. I personaggi sono ingessati nei loro gesti e nei loro pensieri e ogni gesto e ogni pensiero assume una portata esagerata.

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Più che altro, al di là del suo valore letterario sicuramente non eccelso, il romanzo è interessante per le questioni che pone, su cui poi ognuno può fare le sue riflessioni: la vita come un viaggio e noi passeggeri di un treno che non sappiamo che direzione prenderà. E ancora: come il nostro agire sia visto e interpretato da chi ci sta intorno e l’illusione dell’intimità, come e in che termini possiamo vivere con lealtà e onestà nei confronti di noi stessi e degli altri, la felicità della compiutezza e l’angoscia dell’incompiutezza dell’esistenza.

Il tempo che scorre: “Da cosa dipende che si sperimenti un mese come un tempo pienamente vissuto, un tempo nostro invece che un tempo da cui siamo stati solo sfiorati, che abbiamo solo patito, che ci è scivolato tra le dita tanto da apparirci un tempo perduto, un appuntamento mancato di cui ci rattristiamo non perché è passato, ma perché non siamo riusciti a trarne nulla?”. La crisi di mezza età e pensieri di questo tipo portano Gregorius ad abbandonare di punto in bianco la sua cattedra e la monotona routine bernese per i cieli azzurri di Lisbona, sulle tracce di un uomo a cui tutto questo pensare ha fatto scoppiare il cervello. Un cercare l’altro che diventa un cercare se stesso: perché alla fine il senso sta tutto qua. Passiamo la vita a cercarci e chissà se poi ci troviamo. Il finale rimane aperto.

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Solo poco prima di finire il libro ho scoperto che nel 2013 il regista danese Bille August ha fatto di Treno di notte per Lisbona un film con grandi attori (Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Mélanie Laurent, Bruno Ganz, Christopher Lee), di produzione tedesca/svizzera/portoghese. Mi sono incuriosita e l’ho visto la sera stessa in cui ho finito il libro. E’ abbastanza fedele al libro, anche se molti episodi e alcuni personaggi (Maria Joao, Mélodie, Silveira) sono tagliati. Inoltre le date non coincidono: Amadeu è di vent’anni più giovane e muore il giorno della rivoluzione dei garofani, invece che nel 1973. Sarei portata a dire che la versione cinematografica è una boiata pazzesca ma sarei ingiusta, alla fine si fa vedere. Però:

1) di un libro complesso rimane solo un esile filo narrativo che si riduce al cliché del più banale triangolo amoroso;

2) il grande tema politico e morale scompare praticamente del tutto, al punto che, come suggerito beffardamente dalla recensione di Variety, “il film fa apparire la resistenza portoghese pericolosa quanto mangiare un pastel de nata“;

3) il film è stato girato tutto in inglese e questo manda alla malora uno dei discorsi portanti del libro e cioè il tema della comunicabilità, delle lingue e delle parole (che è l’aspetto del libro che mi ha affascinato di più). Rimango sempre perplessa guardando quei film in cui la questione linguistica – sopratutto quando gioca un ruolo così importante – viene risolta alla carlona con la soluzione “ma si, facciamo parlare tutti la stessa lingua!”.

Insomma, concordo con la Aspesi che l’ha definito un “polpettonissimo”: buono per una serata di pioggia, da guardare magari con una bottiglia di Porto a fianco.

Pascal Mercier, Treno di notte per Lisbona, prima ed. italiana Mondadori 2006. Titolo originale Nachtzug nach Lissabon, traduzione dal tedesco Elena Broseghini. Vincitore nel 2007 del Premio Grinzane-Cavour. // Treno di notte per Lisbona (Night Train to Lisbon) di Bille August, 2013. Prod. Germania/Svizzera/Portogallo.

Cosa mangiare a Parigi. Sapori dal mondo

Continua il viaggio gastronomico per le vie di Parigi, alla ricerca dei suoi colori&sapori meno scontati. L’area metropolitana di Parigi è una delle più multiculturali d’Europa: secondo l’Istituto nazionale francese di statistica, il 20% delle persone che vivono nella città di Parigi sono immigrati e il 41,3% delle persone fino a 20 anni ha almeno un genitore immigrato. Dal 1820 circa in poi, anno dell’arrivo in massa dei contadini tedeschi in fuga dalla crisi agricola del loro Paese, le ondate migratorie hanno seguito il corso della storia: italiani ed ebrei dall’Europa centrale lungo il XIX secolo, russi dopo la rivoluzione del 1917, armeni scampati al genocidio, abitanti delle colonie durante la prima guerra mondiale, polacchi tra le due guerre, spagnoli, italiani, portoghesi e nordafricani dagli anni ’50 e gli anni ’70 del Novecento, ebrei sefarditi, africani e asiatici negli ultimi decenni. Basta prendere la metropolitana in qualsiasi giorno a qualsiasi orario, per rendersi conto della varietà di volti e tratti che caratterizza la popolazione urbana.

Ogni popolo e cultura porta con sé le proprie usanze e tradizioni, i propri saperi e sapori. La grande bellezza di Parigi per me sta anche in questo: e quale modo migliore di assaggiare questa caleidoscopica ricchezza, se non… a tavola? Ho scelto qualche indirizzo tra i miei preferiti, l’elenco ovviamente non è esaustivo, ma non escludo una prossima puntata…

Les Pâtes Vivantes de Paris Les Halles, 3 rue de Turbigo

Les Pâtes Vivantes, Rue de Turbigo
Les Pâtes Vivantes, 3 rue de Turbigo – Paris 1er

Effettivamente il nome di questo ristorante cinese, “le paste viventi”, è un po’ inquietante – potrebbe essere benissimo il titolo di uno di quegli horror fantascientifici di serie Z che piacciono tanto a mio padre. Credo che il nome sia dovuto al fatto che qui i noodles sono talmente freschi da sembrare vivi: vengono infatti preparati in vetrina dai concentratissimi e abili cuochi che li impastano, maneggiano, allungano fino all’inverosimile, tagliano e lanciano per aria, il tutto a una velocità supersonica. Uno spettacolo! La traiettoria dei noodles lanciati per aria prosegue nei ribollenti pentoloni e da lì nelle ciotole sotto forma di zuppe piccantine al punto giusto e piattoni saporiti con carne, pesce, verdure. I germogli di soia sono croccanti, i funghi succulenti. Non fatevi intimorire dall’ambiente un po’ kitsch, con gigantografie alle pareti di mastri impastatori raffigurati come cowboy intenti a roteare lazos di noodles…

Café de la Mosquée de Paris, 39 rue Geoffroy Saint-Hilaire 

Café de la Mosquée de Paris, 39 rue Geoffroy Saint-Hilaire – Paris 5eme

La Grande Moschea di Parigi fu costruita dopo la prima guerra mondiale, per rendere omaggio ai 70.000 musulmani morti combattendo per la Francia contro le truppe tedesche. Inaugurata nel 1926 nel 5° arrondissement, costituisce il più importante luogo di culto islamico della città e un fondamentale punto di riferimento per la vita culturale e sociale della comunità franco-musulmana. Il complesso, oltre alla moschea vera e propria, comprende una madrassa (la scuola islamica), una biblioteca, dei bellissimi giardini, un ristorante tradizionale di cucina dei Paesi del Maghreb, un café / salon de thé, un hammam riservato alle donne e una bottega di artigianato arabo. Non ho mai pranzato al ristorante (per una buona tajine posso consigliare il Traiteur Marocain del Marché des Enfants Rouge, di cui ho parlato nel post precedente), ma, se passate da queste parti, dovete assolutamente fermarvi per il tempo di un tè.

Il caffè della moschea è, secondo me, uno dei luoghi più belli e sereni di tutta Parigi. Soprattutto se vi ci indulgerete in una domenica primaverile, soleggiata e caldina, magari dopo una pigra camminata attraverso i fiori in boccio del Jardin des Plants, che sbuca proprio qui dietro. Si trova in un meraviglioso patio alberato, decorato da mosaici geometrici, dove gli unici rumori sono quello dell’acqua che scroscia nelle fontane e i pigolii degli invadenti passerotti a caccia di briciole tra le sedie e i tavolini blu. Un tè alla menta bollente e dolcissimo, ed è la pace dei sensi.

Chez Marianne, rue des Hospitalières Saint-Gervais 2

Chez Marianne
Chez Marianne, rue des Hospitalières Saint-Gervais 2 (all’angolo con Rue de Rosiers) – Paris 4eme

I falafel sono delle polpette fritte di ceci o fave con cipolla, aglio, prezzemolo e cumino, diffusi in tutto il Medioriente e in particolare in Palestina, Siria, Giordania, Egitto e Israele. I migliori di Parigi si trovano nel 4° arrondissement intorno a rue de Rosiers, cuore pulsante della comunità ebraica.

La sfida per il falafel più buono del Marais è in corso da tempo immemore ed è destinata a non giungere mai a termine: del resto de gustibus… non si discute! Anche se a giudicare dalla fila chilometrica che si forma intorno all’ora di pranzo davanti alle sue porte L’As du Fallafel pare condurre la classifica, il mio preferito è Chez Marianne, che si trova un po’ defilato all’angolo tra rue de Rosiers e rue des Hospitalières Saint-Gervais. Si può mangiare seduti all’interno oppure ordinare una pita direttamente alla finestrella che si affaccia sulla strada (a due passi c’è un giardinetto con le panchine, se non volete affrontare i vostri falafel camminando). Ogni morso è un’esplosione di sapori: il pane soffice, i falafel croccanti e profumati, le melanzane unte quanto basta, la salsa allo yogurt delicata e rinfrescante, l’equilibrio impeccabile di hummus, pomodori, cipolle, cavolo rosso e peperoncini verdi. Aggiungete un cetriolone in salamoia pescato dall’enorme barattolo poggiato sulla vetrinetta e qualche goccia di salsa piccante: libidine pura, rigorosamente kosher!

Tang Frères , 48 Avenue d’Ivry

Tang Frères
Tang Frères , 48 Avenue d’Ivry – Paris 13eme

Nel 13° arrondissement, intorno ad Avenue d’Ivry, si sviluppa la più importante Chinatown d’Europa. Proprio al 48 di questa via sorge il primo e più grande negozio Tang Frères, una catena di supermercati asiatici fondata nel 1981 dai fratelli Bou e Bounmy Rattanavan, arrivati a Parigi dal Laos solo qualche anno prima. Oggi è il più grosso importatore di prodotti alimentari asiatici in Francia, ha un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro e rifornisce la maggior parte dei ristoranti asiatici della capitale.

In tutto il quartiere si respira aria di Cina, ma varcando le porte del gigantesco Tang Frères di Avenue d’Ivry si viene catapultati in un’altra dimensione. La maggior parte dei prodotti in vendita reca sulla confezione scritte incomprensibili in cinese e in tutte le lingue d’Asia. Tang Frères è un universo colorato e sorprendente, dove ci si aggira tra barattoli dalle etichette misteriose, con immagini e disegnini che non si capisce cosa raffigurino, vivande varie in salamoia, sottovuoto, in lattina. Il reparto spezie & condimenti dà le vertigini! Mi aggiro tra i corridoi con la bocca aperta, osservando rapita le sciure cinesi che riempiono i carrelli della spesa e decidono cosa preparare per cena studiando i prodotti in offerta e le promozioni. I banchi di frutta e verdura fresca a prima vista sembrano più familiari, ma a guardare meglio mi accorgo che anche qui si trovano ortaggi inconsueti e frutti esotici. Su un banchetto abbiamo intravisto anche l’orrido durian 🙂

Pensavate che la soia fosse solo Kikkoman? Qua c’è una parete intera con decine e decine di marche diverse. Pensavate che all’Esselunga si potesse scegliere tra una gran varietà di pasta & riso? Pfui! Solo di noodles liofilizzati ce ne saranno più di trecento tipi: oltretutto non costano niente e sono velocissimi da preparare – per questo motivo io e Angelo ne avevamo fatto incetta prima di partire per l’interrail (avevamo accuratamente scelto i nostri gusti preferiti, ma alla ventesima busta mi sono convinta che hanno tutti lo stesso sapore… La prossima volta faccio come mio fratello e mi compro un cuoci riso elettrico).

Chez Heang – Barbecues de Seul, rue de la Roquette 5 

Chez Heang, rue de la Roquette
Chez Heang, rue de la Roquette 5 – Paris 11eme

Le viette intorno alla Bastiglia sono tutto un brulicare di bar, gastronomie e localini per tutti i gusti. Noi facciamo sempre tappa da Heang, un minuscolo ristorante coreano in rue de la Roquette, la cui specialità sono le grigliate di carne e pesce. Su ogni tavolino è incorporata una griglia, dove ognuno prepara il proprio cibo scegliendo come e quanto cuocerlo. La formula più economica costa circa 15 euro e prevede un’insalatina di mare, un piattone di fettine di manzo da grigliare e l’immancabile riso Bibimbap con verdure bollite, germogli di soia, uova e peperoncino. Altrimenti si possono scegliere combinazioni più ricche con petto d’anatra, capesante, gamberi e gamberoni – sempre da grigliare a piacere – oppure noodles e zuppe. Ordinate anche una ciotolina di Kimchi, la specialità coreana per eccellenza: si tratta di cavolo fermentato, speziato con zenzero candito e peperoncino. Ha un gusto strano, piccante e acidulo: non a tutti piace, ma almeno una volta nella vita bisogna provarlo…

A me questo posto piace molto perché, a parte il cibo ottimo e i prezzi contenuti, è conviviale e divertente partecipare attivamente alla preparazione della propria cena 🙂 Immancabilmente qualche fettina scivola giù dalla griglia e allora parte la missione di recupero con le bacchette – menomale che da piccola ero un asso a giocare a Shangai!

Cosa mangiare a Parigi. Francesità varie

Il mio ultimo viaggio a Paris è stato decisamente cibo-centrico e come volevasi dimostrare, a furia di baguettes imburrate a colazione, sono tornata a casa con un paio di chili in più. Non poteva essere altrimenti e tuttavia sono molto felice di aver ceduto alle lusinghe del colesterolo. La scena mangereccia parigina è da sballo, perché davvero si può trovare tutto quello che si desidera – dai panetti di foie gras al lok lak cambogiano – grazie alla varietà di cucine che prosperano in questa grande città multietnica e multiculturale. Et voilà il primo di due itinerari gastronomici parigini scrupolosamente selezionati, l’uno prettamente français e l’altro più esotico, per godere da mattina a sera del maestoso piacere del mangiare e bere bene. NB: sono una fille du Marais, quindi la maggior parte degli indirizzi gravita intorno al 3° arrondissement.

Boulangerie Le Moulin de Rosa, 32 rue de Turenne

Bonjour! Qual modo migliore di iniziare la giornata se non con un pain au chocolat fragrante? Ce ne sono a bizzeffe di panetterie a Parigi, a me piace molto questa boulangerie a due passi da Places des Vosges. L’inebriante profumo del pane appena sfornato vi stordirà con tutta la sua forza e vi costringerà a strafogarvi di croissants burrosi e viennoiserie varie.

Le Marché des Enfants Rouges e il Marché de la Bastille, rue de Bretagne e boulevard Richard Lenoir

Marché des Enfants Rouge, 39 Rue de Bretagne - Paris 3eme
Marché des Enfants Rouge, 39 Rue de Bretagne – Paris 3eme

Da Rue de Turenne proseguiamo fino a girare a sinistra in Rue de Bretagne, dove si trova l’entrata principale al Marché des Enfants Rouges (l’altra è su rue Charlot). Questo è il mercato coperto più antico di Parigi – pare che sia stato costruito nel 1615 per volere di Luigi XIII – e deve il suo nome alle casacche rosse dei bambini ospitati nell’orfanatrofio che si trovava nei pressi. Il Marché des Enfants Rouges è il cuore vibrante del quartiere, la place du village. Dal martedì alla domenica, qui si ritrovano le elegantissime sciure del Marais per riempire le sporte della spesa di  frutta e verdura, carne, pesce, salumi e formaggi (se volete imitarle, occhio ai prezzi! data la zona, è tutto molto caro). E’ piccolo ma molto animato, soprattutto verso mezzogiorno, quando i tavolini tutt’intorno al mercato si riempiono: molti dei banchetti infatti offrono la possibilità di mangiare sul posto e la scelta è ampia, tra specialità francesi, marocchine, italiane, libanesi, giapponesi. Il mio preferito è il Traiteur Marocain, che prepara delle tajine eccezionali e relativamente a buon prezzo. L’altro indirizzo imperdibile è l’Estaminet des Enfants Rouges, a mio parere uno dei bistrot migliori del quartiere. Come in ogni bistrot che si rispetti, la lavagna all’entrata illustra i tre o quattro piatti del giorno – sempre particolari e preparati con ingredienti freschissimi del territorio. La formule expresse midi (plat du jour+caffè+mini dessert) costa 14 euro, altrimenti con una assiette di salumi e meravigliosi formaggi puzzosi accompagnata da un bicchiere di vino si va sempre sul sicuro.

Un altro mercato molto bello da queste parti è il marché de la Bastille, che si anima lungo Boulevard Richard Lenoir il giovedì e la domenica mattina. Con più di cento banchetti, è tra i mercati più grandi di Parigi. Ci troverete frutta e verdura, macellerie, salumieri e formaggiai da ogni angolo di Francia. Quando passavamo a Parigi le vacanze di Natale, mio padre veniva qui alla mattina presto a scegliere le ostriche migliori, che arrivavano nella notte da Bretagna e Normandia. Lo sapevate che le ostriche è bene mangiarle solo nei mesi che non contengono la lettera R (in francese)? Cioè tutti, a parte maggio, giugno, luglio e agosto. Il detto deriva dal fatto che nei mesi estivi il caldo ne ostacolava il trasporto e la conservazione, tanto che nel 1752 un’ordinanza della polizia di Parigi vietò il commercio delle ostriche in estate.

A la Française, 50 rue Léon Frot

A la Française, rue Leon Frot
A la Française, 50 Rue Léon Frot – Paris 11eme

Questo bar me l’ha consigliato mia cugina, che vive a Paris da qualche anno, come il posto branché – cioè fico – del momento: fino a qualche tempo fa era Stephen Martin in persona, premiato nel 2009 come miglior miscelatore di Francia, a preparare i cocktail – anzi i coquetels o, ancora meglio, le boissons mélangées – dietro al bancone. La bottigliera è meravigliosa e particolarissima, dato che usano solo ed esclusivamente alcolici di produzione francese, rivisitando i classici con ingredienti spesso dimenticati e rari, come ad esempio il Suze, un amaro di colore dorato a base di genziane gialle, oppure il Byrrh, un aperitivo a base di vino rosso, mistella e chinino. Col primo abbiamo provato L’Eau Fraîche, a base di Suze, sciroppo alla pesca, gin della Borgogna, acqua tonica e liquore al rosmarino; col secondo la Caïpi Byrrh, una caipirinha con Byrrh e succo di lamponi.

Se si arriva presto si può chiacchierare con i gentilissimi baristi, chiedere delucidazioni sulla lista o fare una piccola degustazione. I prezzi sono onesti perché ha aperto da poco: i cocktail costano dai 6 agli 8 euro e ancora meno durante l’aperitivo. Si mangia anche – mi hanno detto che la tartare è ottima. Buoni vini e birre, rigorosamente francesi.

Robert et Louise, 64 rue Vieille du Temple

Robert et Louise, Rue Vieille du Temple
Robert et Louise, 64 Rue Vieille du Temple – Paris 3eme

Carnivori, questo è il vostro paradiso. Aperto nel 1937, Robert et Louise è un’istituzione nel Marais. Non appena varcata la porta con le tendine a scacchi rossi e bianchi del ristorante si viene catapultati nello spazio e nel tempo, in un angolo di Francia dove la carne viene cotta alla brace nel camino e ci si accomoda a grandi tavoli di legno accanto ad altri commensali. L’atmosfera è conviviale e calda (fin troppo, per chi si siede nei pressi camino: meglio optare per la sala al piano di sotto) e il cibo è eccellente. Noi abbiamo iniziato con le escargots al burro aglio e prezzemolo, continuato con una sontuosa entrecote al sangue e concluso con una crème brûlée perfetta. La carta dei vini è ampia, con rossi da Sud-Ouest, Bourgogne, Languedoc-Roussillon, Bordeaux, valle del Rodano e della Loira.

Una cena goduriosa – ma quello che è successo dopo, quando soddisfatti e con la pancia piena abbiamo risalito le scale pronti ad andarcene, proprio non ce lo aspettavamo. Avevo già mangiato qua, ma solo dopo l’ultima cena ho scoperto che a mezzanotte, una volta sparecchiati i tavoli, la porta viene chiusa a chiave dall’interno e il ristorante si trasforma in una fumosa e allegra confraternita, dove i bicchieri dei pochi eletti che hanno tirato abbastanza tardi da ritrovarsi casualmente o consapevolmente qua dentro continuano a essere riempiti, una bottiglia dopo l’altra, mentre i posacenere si riempiono. Sembra un ritrovo carbonaro, ma con la musica. Nessuno può entrare da fuori e una volta usciti non si rientra più. La coppia di attempati signori che gestisce il locale tiene banco e intrattiene la composita compagnia. Mentre il marito dirigeva una specie di Sarabanda, la moglie ancora col grembiule addosso danzava il twist con un americano altissimo e ammiccava come una diciottenne. Un delirio divertentissimo. Ma non ditelo a nessuno… è un segreto!

Qua si conclude la prima parte del viaggio anti-stereotipi alla scoperta dei sapori di Parigi. Nella prossima puntata, i sapori dal mondo della Parigi multietnica 🙂

Un incontro a Vientiane, Laos

In Vientiane, Laos

Brad ha quarant’anni ed è nato e cresciuto in Alaska. Ha imparato a nuotare e pescare in quelle acque gelide, la sua pelle è ruvida e rubizza. I suoi occhi sono piccoli e si muovono rapidi dietro le lenti degli occhiali dalla montatura d’oro. L’abbiamo incontrato in ostello a Vientiane, la capitale del Laos; era lì all’insaputa della moglie che lo credeva a Bangkok. Con quella faccia da furbetto pensavamo che a spingerlo fino in Laos fosse qualche stato qualche amorazzo o qualche voglia proibita, ma il segreto che custodiva era d’altra natura, di un romanticismo scomparso: era sulle tracce di un anello antico di secoli, che portasse iscritte, in quella lingua Lao che davvero sembra la lingua degli elfi, le parole d’amore per chiedere in sposa sua moglie ancora una volta. Stavano per trasferirsi a Tokyo con le due figlie adolescenti, perché lei aveva trovato un buon lavoro come insegnante di inglese. Brad fa un lavoro molto più particolare, è saldatore subacqueo. Non penso ce ne siano tanti al mondo. Di lì a un mese sarebbe partito con la sua squadra per l’isola del Giglio, a lavorare al recupero del relitto della Costa Concordia. Ha riso quando gli abbiamo raccontato di Capitan Schettino. Da contratto, non avrebbe potuto allontanarsi dalla base e scendere a terra – pare che alcuni suoi amici siano stati licenziati per aver ceduto al richiamo delle belle italiane e del limoncello al bar. Il suo è un lavoro molto duro, perché dopo aver indossato lo scafandro ed essersi immerso deve rimanere per molte ore nelle acque nere come la notte, senza poter mangiare né bere. I mesi in cui è in mezzo al mare vive con i suoi compagni in regime cameratesco, parlano di donne, trasudano virilità repressa e giocano con le prese della corrente. Ma Brad ama il suo lavoro e parla di quello che fa con un misto di arroganza e orgoglio. Chissà se ha trovato l’anello che cercava, chissà se è riuscito a fare una capatina al bar del Giglio ogni tanto.

Le sorprese di Budapest

Budapest, il Parlamento

Questa è la storia di una sorpresa: un biglietto aereo con destinazione segreta, che tale è rimasta finché non siamo atterrati. Ho fatto l’imbarco e tutto il volo con la musica a palla nelle orecchie e lo sguardo basso per evitare annunci e cartelli, con Angelo che mi rigirava come una trottola per farmi perdere l’orientamento e i passeggeri che probabilmente mi guardavano ridacchiando. Un diabolico e meraviglioso regalo di compleanno..!

Budapest è una città elegante e bellissima, appoggiata com’è sulle rive del Danubio. Sulle sponde occidentali si posano le colline tranquille di Buda e Obuda, dominate da una statua simboleggiante la libertà che regge tra le mani la palma della vittoria (o, secondo alcuni, un gigantesco apribottiglie). Su quelle orientali si accoccola Pest la vivace. Otto lunghi ponti di colori diversi collegano una riva all’altra, mentre sotto il grande fiume scorre poderoso. 

#unpo’distoria

La storia di Budapest comincia con l’insediamento romano di Aquincum, capitale della Bassa Pannonia, i cui pressi erano stati in precedenza abitati dai Celti. Poi nel Medioevo arrivarono le tribù delle steppe e tra esse i Magiari, guidati dal potente Arpad, capostipite della prima dinastia d’Ungheria. Nei successivi cinque secoli il Regno si ampliò e si rafforzò, giungendo al culmine della potenza con la dinastia Hunyadi e in particolare con Mattia Corvino, il principe rinascimentale per eccellenza. Mattia il Giusto è un eroe nazionale protagonista di tante leggende, di sicuro teneva in grande considerazione le arti e le lettere ed era affascinato dall’idea di re-filosofo teorizzata da Platone. La sua biblioteca era seconda solo a quella del Vaticano. Eppure il nemico era alle porte, e alla morte di Mattia Corvino nessuno poté opporsi all’avanzata dei turchi: con la battaglia di Mohacs del 1526 Solimano il magnifico ebbe il sopravvento e iniziarono così 150 anni di dominazione ottomana (ecco spiegate le terme e i cevapcici!). Furono gli Asburgo d’Austria a intraprendere la “reconquista” d’Ungheria e a cacciare i turchi – si combatté di nuovo a Mohacs e questa volta furono gli ottomani ad avere la peggio.

Passarono altri 150 anni tra rivolte, riforme e casini vari (sempre sotto l’occhio vigile degli Asburgo) finché nel 1867 fu ufficialmente ratificata la nascita dell’Austria-Ungheria, o meglio della Duplice Monarchia Imperiale e Regia. In pratica Cecco Beppe e la principessa Sissi erano allo stesso tempo imperator e imperatrice d’Austria e re e regina d’Ungheria (agli ungheresi Sissi/Elisabetta/Erszebet è sempre stata simpatica, non fosse altro che per l’aver imparato la loro lingua, notoriamente difficilissima. L’ungherese infatti è una lingua agglutinante appartenente al ceppo ugro-finnico, come il finlandese e l’estone), anche se i due Paesi mantenevano due Parlamenti e due Capitali. L’impero si sgretolò alla fine della prima guerra mondiale e l’Ungheria smise di profumare di valzer e baffi impomatati.

Budapest, il Ponte Verde

Provata dalle perdite umane e territoriali, l’Ungheria attraversa nei decenni successivi un periodo agitato di rivolte e brevi governi rivoluzionari e controrivoluzionari: sono gli anni della guerra civile, del Terrore Rosso e del Terrore Bianco. Negli anni Quaranta si allinea sempre più alla Germania di Hitler, accanto alla quale si schiera allo scoppio della guerra. Gli anni peggiori sono il 1944 e il 1945, quando sale al potere il partito filo-nazista delle Croci Frecciate. Rapidamente la situazione degenera e nel giro di pochi mesi centinaia di migliaia di ebrei ungheresi vengono deportati nei campi di concentramento. Fu l’Armata rossa a liberare Budapest dai nazisti, alla fine di un sanguinoso assedio durate oltre due mesi. Peccato che poi i russi si dimenticarono di andarsene! Da un giorno con l’altro l’Ungheria entrò in un altro incubo, quello della dittatura comunista. In Andrassy utca 60 si può visitare la Terror Haza (House of Terror), che fu prima quartier generale del partito delle Croci Frecciate e poi sede della polizia politica comunista. Nei suoi sotterranei furono rinchiuse, torturate e uccise centinaia di persone. Ora è un museo molto ben allestito che commemora le vittime del nazismo e del comunismo, attraverso un percorso che illustra le atrocità perpetrate in quegli anni bui. A me ha colpito molto la stanzetta spoglia in cui sono esposte due divise, a simboleggiare il repentino “cambio di casacca” e la continuità della dittatura sotto spoglie diverse.

Il punto di svolta si ebbe con la rivoluzione del 1956, scoppiata dall’esasperazione di un movimento costituito prevalentemente da studenti e operai e raccolto intorno a Imre Nagy. La rivolta fu repressa nel sangue dalle truppe sovietiche; Nagy fu arrestato e giustiziato. Dopo i fatti del 1956 la situazione rimase molto tesa, ma gradualmente l’influenza dell’URSS si allentò e l’Ungheria cominciò un progressivo avvicinamento all’Europa occidentale. Il 23 ottobre 1989 fu proclamata la Repubblica d’Ungheria.

Insomma, la storia dell’Ungheria è complessa e io, nel ridurla in pochi paragrafi, spero di non aver fatto errori grossolani. Quello che mi interessa dire è che approfondire la storia di un popolo ci permette di comprendere meglio tante cose. Gli ungheresi, ad esempio, hanno fama di essere gente triste: a guardar meglio ci si accorge che spesso non è tristezza quella negli occhi di molti anziani, ma una diffidenza e riservatezza congenita, retaggio di quegli anni in cui l’esprimere un’opinione poteva farti arrestare e torturare, quando il Grande Fratello non era un programma televisivo, ma un occhio puntato su ogni aspetto della vita quotidiana fin nei suoi risvolti più privati. Anni di sussurri, paura e libertà calpestate.

Budapest, House of Terror

#colnasoperaria

Budapest è la città delle mille architetture, stratificate nel corso della storia. Sui quattro lati della stessa piazza si possono vedere edifici di stile diverso, anche se la maggior parte è relativamente recente. Art Nouveau, liberty, eclettismo, neoclassicismo, gotico, neogotico, neobarocco, neorinascimentale, Bauhaus, classicismo socialista, casermoni grigi soviet style, condomini anonimi (il cosiddetto neobrutto…). Non ci si annoia mai a camminare col naso per aria. Due degli edifici più importanti di Budapest sono il lunghissimo Parlamento, costruito sul modello del corrispettivo inglese, Westminster, e la Basilica di Santo Stefano. La cosa curiosa è che sono entrambi alti 96 metri, a simboleggiare l’uguale importanza nello Stato di politica e religione: durante il comunismo hanno barato mettendo una bella stella rossa in cima alla guglia più alta del Parlamento – come i bambini che si mettono sulle punte nelle foto di classe. Tra l’altro gli Ungheresi erano tutti orgogliosi del loro Parlamento perché per molti anni è stato il Parlamento più grande d’Europa, battendo di due metri Westminster (266 versus 268 metri). Poi negli anni Ottanta Ceausescu ha deciso di costruire quella “torta nuziale stalinista” che è il Palazzo del Parlamento romeno e oggi Bucarest stacca Budapest di due lunghezze, grazie a un’estensione di 270 metri! Soliti giochi a chi ce l’ha più lungo… stesso complesso di Mr Hilton, che voleva comprare il Castello di Buda per farci un albergo. Non gliel’hanno dato e per ripicca lui s’è comprato un palazzo poco più in là e ci ha costruito intorno, arrivando a inglobare una chiesa del XIII secolo.

Da queste parte vive anche Erno Rubik, l’inventore dell’omonimo cubo, il giocattolo – se vogliamo chiamarlo così – più venduto della storia. Altri Ungheresi famosi random: Bela Lugosi, l’unico e vero Dracula; Zsa Zsa Gabor, la prima diva; György Lukács, filosofo e critico letterario; László Bíró, il signore che ha inventato le biro, altrimenti dette penne a sfera; Cicciolina, pornostar ed ex parlamentare italiana (ahimé).

Stili diversi a confronto. Il nostro appartamento si trovava proprio in quel palazzo, a fianco alla Basilica di S. Stefano!
Stili diversi a confronto. Il nostro appartamento si trovava proprio in quel palazzo, a fianco della Basilica di S. Stefano!

#Budapestbynight

Nel mio immaginario Budapest era una di quelle città che di notte diventano dei postacci poco raccomandabili: gente sbronza, turisti (italiani) molesti, musica tamarra. Forse non era stagione, ma non abbiamo trovato niente di tutto questo: anzi, di notte Budapest si fa bella. E’ piena – piena – di locali, soprattutto all’interno del perimetro di strade dell’antico quartiere ebraico, in cui una volta si trovava il ghetto. Quel tipo di locali in cui sbirci dal vetro verso l’interno e ti viene voglia di entrare! Abbiamo poi scoperto che molti di questi locali hanno in comune alcuni aspetti che hanno portato a coniare un termine tutto per loro: romkocsmak, cioè pub in rovina o, in inglese, ruin pubs. Sono addirittura diventati una delle attrazioni turistiche più famose di Budapest (shame on me che non li avevo neanche mai sentiti nominare). In pratica, si tratta di squat nati all’interno di immobili d’epoca che durante il comunismo erano stati espropriati e lasciati cadere in rovina, poi affittati per due lire a gruppi di studenti lungimiranti che ne hanno fatti luoghi di incontro tra arte, cultura underground, musica e birrette. Immaginate un palazzo che cade a pezzi, una casa di ringhiera, cortili, corrimani a ricciolo, salette nascoste e scale e porte che portano ad altre salette nascoste, palchi e concerti live, dj set con buona musica, installazioni video, performance art, mercatini delle pulci, mercatini dei contadini, ciclofficine e biciclette che penzolano dal soffitto, muri scrostati, colorati, disegnati, firmati, poesie, arredamento totalmente casuale e tuttavia studiatissimo, il paradiso dei rigattieri, giardini segreti, piante, fiori, luci e lucine che neanche un albero di natale, sale da ballo, poltrone, vasche da bagno trasformate in poltrone, un bancone a ogni angolo… e soprattutto un’atmosfera rilassata, un luogo dove tutti sembrano presi bene e dove locali, studenti erasmus e turisti convivono in pace amore e armonia 🙂 Ce ne sono moltissimi, i più famosi sono l’Instant, il Fogas e il Szimpla. Il Szimpla è stato il primo ad aprire, nel 2000, ed è veramente figo: al punto che la Lonely Planet l’ha piazzato al terzo posto nella lista dei bar più belli del mondo!

Budapest, Szimpla bar

#economiaepoliticaoggi

Il nostro ultimo giorno a Budapest è stato un po’ anomalo, per colpa di… Angela Merkel! La signora si trovava in città per una visita diplomatica al primo ministro Viktor Orban e tutti erano in fibrillazione, tanto che la circolazione di autobus e macchine in centro è stata soppressa per alcune ore. Uno spiegamento di forze notevole – gruppetti di poliziotti col colbacco a ogni angolo – e strade deserte, uno scenario piuttosto inquietante. Dato che per caso ci siamo trovati in mezzo abbiamo deciso di mangiare un kurtoskalacs con gocce di cioccolato e di aspettare il corteo, che si è poi rivelato poco eccitante, elicotteri a parte: berline nere a profusione, di cui una con le bandierine tedesche, e nulla più. Ho letto che c’erano anche delle manifestazioni in giro, ma non le abbiamo incrociate. Come se non bastasse, non abbiamo potuto visitare la sinagoga – la più grande d’Europa – chiusa al pubblico causa cancelliera. Per inciso: l’Ungheria fa parte dell’Unione Europea dal 2004, conserva però la moneta nazionale, il fiorino ungherese, dato che la sua economia non è abbastanza forte per sostenere il passaggio all’euro. In ogni caso le relazioni commerciali con i Paesi dell’Unione sono floride, soprattutto con la Germania (che da sola rappresenta circa il 25% del commercio estero), mentre fuori dalla UE il principale partner commerciale dell’Ungheria è la Russia. Solo qualche giorno dopo la visita di Angelona Merkel, infatti, Orban ha accolto a Budapest Vladimir Putin con baci e abbracci, in occasione di un importante summit dedicato tra le altre cose alla negoziazione del rinnovo dei contratti per la fornitura di gas russo, che oggi copre circa l’85% del fabbisogno nazionale, e al finanziamento da parte di Mosca della centrale nucleare di Paks. L’Unione Europea non vede di buon occhio questa amicizia, poiché teme l’influenza della Russia sui paesi dell’Est Europa. In due parole, l’Ungheria postcomunista è tirata per una manica verso Est e dall’altra verso Ovest; mentre pericolose frange nazionaliste e xenofobe ribollono in Parlamento, il Paese cerca il suo equilibrio.

Budapest, accrocchi di poliziotti

#vivaleterme!

Quando ancora non sapevo che saremmo andati a Budapest e Angelo mi ha detto di mettere nello zaino un costume da bagno, ho pensato fosse un depistaggio… poi appena scesi dall’aereo ho visto dei mucchietti di neve e ho avuto conferma che il bikini non mi sarebbe servito per andare in spiaggia 😉 Effettivamente non si può visitare Budapest e non passare almeno un pomeriggio spaparanzati alle terme: la cultura del bagno pubblico è una delle eredità più importanti lasciate dai romani e poi dai turchi, e ancora oggi rappresenta un momento importantissimo di socialità nella vita quotidiana ungherese. Le calde acque che sgorgano dalle sorgenti sotterranee della città sono famose in tutto il mondo e ritemprano da tempo immemore gli stanchi viandanti… Noi siamo stati alle terme Szecheny, uno dei complessi termali più grandi d’Europa, costruite tra il 1909 e il 1913 in stile neorinascimentale. Il complesso è davvero gigante, con una dozzina di vasche coperte, tre grandi piscine all’esterno e diverse stanzette dove fare la sauna. La temperatura dell’acqua varia da 18° a 40° e il consiglio è quello di alternare caldo-freddo-caldo-freddo fino a che i vostri polpastrelli raggrinziti non reclameranno pietà… Pucciarsi nell’acqua caldissima e turchese della piscina all’aperto è un vero sballo, sopratutto quando la temperatura fuori si aggira intorno allo zero e i vapori si innalzano voluttuosi nel cielo nero della sera per poi ripiombare verso il basso. Il posto più ambito è quello sotto le fontane, con i getti d’acqua che sparano dritti sulla schiena sciogliendo ogni tensione possibile immaginabile. Ovviamente, più lunga è la permanenza in acqua, più traumatica sarà l’uscita – considerato che l’asciugamano che avrete diligentemente appoggiato sulla panchina a bordo vasca si sarà nel frattempo riempito di brina diventando completamente rigido, gelato e inutile. Non resta che correre più veloce della luce fino alla sauna più vicina!

Budapest, le terme

E poi, che altro? Se la giornata alle terme vi ha fatto venire fame… qui trovate un riassunto ragionato, corredato da qualche curiosità, delle principali specialità culinarie della capitale ungherese.

Il Jardin Majorelle di Marrakech

Il pittore Jacques Majorelle (1886-1962) arrivò in Marocco nel 1919, durante il protettorato francese. Poco male se i suoi acquerelli non sono passati alla storia, perché la sua vera opera d’arte è il giardino che realizzò attorno alla bella villa cubista tra il moresco e l’art déco, costruita a Marrakech per lui nel 1931 dall’architetto Paul Sinoir. La sua idea era quella di creare un lussureggiante giardino tropicale sulle basi di un giardino islamico (l’ombra, i fiori, l’acqua), tanto fitto che i raggi del sole quasi non vi potessero filtrare. Al verde smeraldo della natura fanno da contrasto le architetture dell’uomo, le fontane rosso melograno, i vasi di ceramica giallo limone, i muri dipinti di quel blu così blu che ha addirittura preso il nome di chi lo dipinse, bleu Majorelle. “Un giardino impressionista”, “una cattedrale di forme e colori”… Lo aprì al pubblico nel 1947 e se ne prese cura fino alla sua morte, quando il giardino fu abbandonato. Lo comprarono nel 1980 Yves Saint Laurent e il suo compagno Pierre Bergé, restituendolo all’antico splendore. Questo fu il loro buen retiro; le ceneri dello stilista, morto nel 2008, sono state disperse nel roseto. Dal punto di vista botanico, il giardino accoglie più di trecento specie rare da tutto il mondo: palme, cactus, aloe, bambù, gelsomini, ninfee, fiori di loto posati sull’acqua fresca, bougainvilles rosa fucsia che si arrampicano lungo i pergolati. È un’oasi nel deserto, un luogo mistico, un’esplosione di colori brillanti, vita, allegria sgargiante, gli insetti che ronzano, qualche farfalla, gli uccellini che si intravedono tra i rami e che cantano senza sosta. Però bisogno arrivare presto, prima che cominci ad affollarsi e si dissolva la magia: il Jardin Majorelle è una delle attrazioni turistiche più visitate di tutto il Marocco.

A proposito del blue Monday

Alassio

Forse avrete sentito da qualche parte che oggi, terzo lunedì di gennaio, è il cosiddetto Blue Monday, il lunedì blu: ovvero il giorno più triste e deprimente dell’anno. C’è addirittura una serissima formula scientifica che lo dimostra, calcolando come diversi fattori (i cieli grigi e la pioggia, la fine delle feste, i sensi di colpa per aver speso e mangiato troppo durante le vacanze, la consapevolezza del precoce fallimento dei buoni propositi, la ripresa delle monotone giornate lavorative) si vadano perfidamente a combinare per metterci il magone. Ovviamente è una bufala, elaborata nel 2005 dall’ufficio marketing di un’agenzia di viaggi – che magnanimamente voleva salvare l’umanità dal Blue Monday offrendo voli scontati.

Ammetto che la mia giornata non è stata proprio scoppiettante 🙂 Però a me la faccenda interessa più che altro per introdurre un altro tema: perché questo lunedì è blu, e perché il blu viene associato alla tristezza? Nella lingua inglese, nelle giornate no si può dire che ci si sente blu, e the blues, come sostantivo, è sinonimo di sconforto, avvilimento, depressione. Pare che questi significati discendano dall’espressione “to have the blue devils”, avere i diavoli blu, per indicare uno stato di tristezza e malinconia (attestata fin dal diciassettesimo secolo). Da questo modo di dire deriva anche il nome del blues, il genere musicale che ha le sue radici nei canti sconsolati delle comunità afroamericane che lavoravano in condizioni di schiavismo nelle piantagioni agricole degli Stati Uniti meridionali intorno alla fine del diciannovesimo secolo.

Eppure questo blu è molto di più, infinito come il cielo e il mare della Marsiglia di Jean-Claude Izzo:

Dal cielo al mare, era un’infinita varietà di blu. Per il turista, quello che viene dal nord, dall’est o dall’ovest, il blu è sempre blu. Solo dopo, quando ci si sofferma a guardare il cielo e il mare, ad accarezzare con gli occhi il paesaggio, se ne scoprono altre tonalità: il blu grigio, il blu notte e il blu mare, il blu scuro, il blu lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il blu rame del tramonto, prima del mistral. O quel blu così pallido, quasi bianco. 

Il blu è da sempre il mio colore preferito, in tutte le sue tonalità. Quando preparo lo zaino prima di una partenza e metto tutto sul letto per decidere cosa portare con me e cosa lasciare a casa mi viene da sorridere, perché ho quasi solo vestiti blu. Ho dipinto la porta e la finestra della mia camera di blu, adoro i mirtilli probabilmente solo perché son blu. Amo la parola che lo indica: tre lettere che formano una sequenza infantile, glossolalica, con quella terminazione in u così rara nella lingua italiana. Come nelle Mille bolle blu di Mina, dove ogni ritornello è introdotto da un giocoso passaggio delle dita sulle labbra. Blu è il colore dei begli occhi in cui si svolge il sogno di Modugno, in quella bellissima canzone che è Volare; sempre più blu è il cielo dei disgraziati cantati da Rino Gaetano; blu è la Torpedo che dà a Gaber quel tono di gioventù…

Il blu è il colore primario più freddo. Si dice sia il colore dell’armonia, della tranquillità, dell’introspezione. Nell’antichità era malvisto perché era il colore degli occhi dei barbari, poi con l’avvento del Cristianesimo è stato associato alle vesti della Madonna e ha cominciato a evocare pace e serenità. In contrapposizione alle accezioni di tristezza e malinconia di cui parlavo prima, la connotazione positiva del blu è prevalente e trasversale alle varie epoche e culture, significando di volta in volta lealtà, nobiltà, sincerità, verità. E ancora l’ascolto, la pacatezza, la forza d’animo, gli alti ideali, la saggezza, la fiducia… Poi queste cose uno le può anche considerare fregnacce, ma quello che so per certo è che a me il blu rilassa e fa star bene. Potrei stare le ore a fissare il mare. Sulla linea del “è nato prima l’uovo o la gallina”, non so se amo il blu perché è il colore del mare o se amo il mare perché è blu (e se il mare fosse giallo?), però condivido quella frase di Matisse “un certain bleu pénètre votre âme”, un certo blu può penetrare l’anima.

La Conversation, Henri Matisse
La Conversation, Henri Matisse 1908-1912, Hermitage, S. Pietroburgo

La cosa buffa dei colori è che la questione dei loro nomi, e di quale colore corrisponda a quale nome, è da sempre molto incerta. Questo perché le persone vedono i colori in modo differente, e gli stessi pantaloni che a noi sembrano verdi sono senza ombra di dubbio marroni per la commessa del negozio. Senza parlare della diversa sensibilità maschile e femminile: dove un uomo vede blu, una donna vede almeno quattro tonalità diverse – il che porta spesso a lunghe discussioni su quale maglione comprare. Queste sono le tonalità di blu elencate da Wikipedia (in italiano):

Carta da zucchero, Blu alice, Acquamarina, Ciano, Blu polvere, Blu chiaro, Pervinca Celeste, Blu fiordaliso, Blu scuro, Lavanda, Blu Dodger, Azzurro, Blu acciaio, Ceruleo Blu, Savoia Denim, Blu ceruleo, Blu reale, Blu Cobalto, Blu di Persia, Blu pavone, Int. Klein Blue, Blu notte, Indaco, Blu di Prussia, Blu oltremare, Blu marino, Zaffiro, Denim chiaro, Blu Bondi, Acqua, Fiordaliso, Blu cadetto, Blu elettrico.

Non mi esprimo sulle altre lingue, perché la questione si complicherebbe ulteriormente. Solo restando nel campo delle lingue romanze, in spagnolo e in portoghese il blu si chiama azul… Altre lingue, come il giapponese e il thailandese, non distinguono il blu dal verde. La faccenda del relativismo linguistico applicato ai colori è molto interessante, a ulteriore conferma che l’esperienza che facciamo delle cose è dettata da molteplici fattori, tra cui quello culturale.

i blu di Marrakech

Nell’elenco che ho riportato sopra ci sono sia colori naturali che colori sintetici. Tra i primi l’indaco, che deriva dall’omonimo colorante di origine vegetale, estratto dalle foglie di Indigofera tinctoria, oppure i preziosi pigmenti di blu oltremare, che venivano ricavati dalla macinazione dei lapislazzuli estratti in Oriente. Il blu cobalto, invece, fu sintetizzato per la prima volta nel 1802 dal chimico Louis Jacques Thenard a partire dai sali di cobalto (l’etimologia del cobalto stesso è bellissima: pare che il nome evochi quello dei coboldi, i malefici folletti della mitografia germanica che, secondo i minatori tedeschi, facevano loro trovare questo minerale povero e velenoso al posto dell’agognato oro). Era molto apprezzato dai pittori, perché era molto stabile e facilitava l’asciugatura dei dipinti a olio. Il blu pervade la storia dell’arte moderna, dai cieli stellati degli impressionisti, al movimento Der Blaue Reuter – che per Kandinsky rappresentava la spiritualità e l’eternità – fino alla melanconia di Picasso nel suo periodo blu. Qualche decennio più avanti, attorno al colore blu si concentrò la ricerca artistica di Yves Klein, che ne studiò la potenza espressiva in una serie di quadri monocromatici e arrivò a dare il nome a una tonalità di blu oltremare molto profondo e brillante, l’International Klein Blue o IKB.

Ed ecco tracciata una piccola storia del blu, attraverso le sue sfumature e i suoi significati, quelli felici e quelli tristi. Eppure anche quella macchia blu da cui sono partita, se ho capito bene, è una tristezza vaga, una melancolia, che porta il pensiero a sciogliersi nel blu dell’infinito, che affascina e allo stesso tempo mette paura. Un sentimento che forse può ricordare quella saudade a cui questo blog deve il suo nome? Dissolvenza… in blu.

Ó mar salgado, quanto do teu sal / São lágrimas de Portugal . . .
Ó mar salgado, quanto do teu sal / São lágrimas de Portugal . . .



A Venezia con Marialisa

San Giorgio Maggiore vista da Piazza San Marco
San Giorgio Maggiore vista da Piazza San Marco

Sono stata la prima volta a Venezia da bambina con la mamma, mi sembra fosse il 1998, quando i treni veloci si chiamavano ancora Pendolini. Mi colpirono soprattutto le prigioni (i Piombi, dove fu rinchiuso anche Giacomo Casanova, e i terribili Pozzi) e gli strumenti di tortura conservati nella Camera del Tormento di Palazzo Ducale. Poi mi ricordo moltissimi piccioni in piazza San Marco e la gente che se li faceva salire in testa per scattare foto ricordo di dubbio gusto. Effettivamente all’epoca ce n’erano molti di più rispetto a oggi, perché nel frattempo un’ordinanza comunale ha imposto il divieto di dar loro da mangiare. I venditori di mangime per piccione si sono dileguati e sono in compenso comparsi i venditori di bastoni estensibili da selfie, che adesso pare vadano per la maggiore… Piazza San Marco rimane zeppa di turisti in ogni stagione, ma le cupole dorate della Basilica riescono miracolosamente a farli zittire tutti d’un colpo.

Dieci anni dopo quella prima volta sono tornata a Venezia con Angelo: era novembre e stavamo al Lido, che in quel periodo era deserto. C’era la Biennale di architettura e abbiamo gironzolato tra i padiglioni; siamo andati a vedere gli artigiani a Murano e Burano; siamo diventati esperti delle tratte dei vaporetti. Mi ricordo che ero tornata a casa pensando che Venezia era bella ma un po’ triste e molto finta: troppi negozi di paccottiglia, troppa ressa, troppe trappole per turisti. L’altro giorno in libreria mi sono imbattuta in un pamphlet di Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, intitolato Se Venezia muore e pubblicato da Einaudi: rielaborando un discorso tenuto all’Ateneo Veneto nel 2012, denuncia l’impoverimento dovuto alla monocultura turistico-alberghiera che starebbe insidiosamente condannando Venezia a una morte lenta ma inevitabile – se non ne prenderemo coscienza.

Le città storiche sono insidiate dalla resa a una falsa modernità, dallo spopolamento, dall'oblio di sé. Di questa minaccia, e dei rimedi possibili, Venezia è supremo 
esempio. Dobbiamo ritrovarne l'anima, rivendicare il diritto alla città.
Venezia dal piazzale della Stazione

Venezia è un luogo unico al mondo, viene ricostruita pari pari in paesi lontani, innamorati di ogni dove l’hanno eletta città romantica per eccellenza (perfino i miei genitori, che ci sono andati in luna di miele negli anni Settanta). La sua storia è la storia d’Italia: i pittori, gli esploratori, gli scrittori… Dal 1987 fa parte dei siti inscritti nel Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. E tuttavia o forse proprio per questo i turisti arrivano in massa, i veneziani fuggono sulla terraferma, il made in china svaluta il lavoro degli artigiani e tradizioni secolari. La situazione è delicata: eppure, quest’anima antica di fierezza ed eleganza, mi sono accorta nell’ultimo viaggio che Venezia la mantiene e la conserva. Per ogni residente che si trasferisce a Mestre o Marghera c’è magari un ragazzo o una ragazza giovane che decide di venire a studiare a Ca’ Foscari e, una volta finita l’università, decide di fermarsi a vivere in questa città di cui si è follemente innamorato. Questa è anche la storia di Marialisa, che da Venezia non è più tornata. Ora lavora alle Gallerie dell’Accademia, che espongono tra le altre cose la Tempesta di Giorgione e conservano – nascosto però al pubblico – il celeberrimo Uomo Vitruviano di Leonardo. La mia amica odia Piazza San Marco (come tutti i veneziani, dice) perché ogni mattina è una lotta e gimcana tra gli assembramenti di turisti che si agitano cercando l’inquadratura perfetta. Poi però arriva al Ponte dell’Accademia, col sole rosa che sorge dietro alla Salute, e rallenta il passo per godersi quel momento magico.

Boicottiamo quindi (con affetto) Piazza San Marco, per seguire un itinerario un po’ sghembo e tuttavia molto riuscito 🙂

Una libreria particolare

La libreria Acqua Alta: libri, libri e ancora libri (un po' umidicci)
La libreria Acqua Alta: libri, libri e ancora libri (un po’ umidicci)

Nel sestiere Castello, in Calle Longa Santa Maria Formosa, c’è una libreria che si chiama Acqua Alta. L’ha aperta una decina di anni fa un signore di nome Luigi Frizzo, che insieme ai suoi gatti sornioni accoglie i visitatori con l’aria di chi è molto orgoglioso della sua tana. La libreria, che nel 2014 è stata inclusa dalla Bbc nella lista delle 10 librerie più belle del mondo, deve la sua unicità a quella della città in cui si trova: quando a Venezia c’è l’acqua alta, infatti, la libreria si allaga e il signor Luigi, con indosso gli stivaloni, si prodiga per spostare i libri dei ripiani più bassi al riparo dall’acqua. Impresa ardua, perché qui i libri sono in ogni angolo, ammucchiati (senza troppa logica) su scaffali, tavoli, mensole, addirittura dentro vasche da bagno, barili, canoe, e una gondola che si allunga maestosa nella prima sala della libreria. I libri si trasformano in mattoni per costruire muri e gradini che formano una scala nel terrazzino con vista sul canale. Mi è piaciuta perché da sempre sostengo l’estetica del mucchio, ma sinceramente mi si è stretto un po’ il cuore, a vedere tutti questi libri in balìa delle intemperie, calpestati, ammuffiti; a sentire quell’odore forte di umido e piscio di gatto che, diciamolo, un po’ stempera la poesia di questo luogo.

Andar per cicchetti e una sorpresa gastronomica

Mangiarbene a Venezia
Mangiarbene a Venezia

Che fa uno a Venezia quando gli vien fame? Va in un bacaro, ordina un’ombra e la accompagna con un paio di cicheti. Il mio fidato dizionario etimologico (aka Wikipedia) propone le seguenti spiegazioni per queste bellissime parole del dialetto veneziano: bàcaro, l’osteria/enoteca, deriva da Bacco, dio del vino, o dal detto “far bacara” ovvero “festeggiare”; bacari erano anche i vignaioli che vendevano il loro vino in Piazza San Marco, in bicchieri che venivano chiamati ombre perché, per proteggerli dal sole, i venditori spostavano i barili lungo il tragitto segnato dall’ombra del campanile. Cicchetto invece viene da “ciccus”, piccola quantità in latino, e rivela l’antica storia di questi stuzzichini che accompagnano le bevute. I cicheti vengono venduti al pezzo, come le tapas spagnole, e volendo ci si può fare un pranzo intero. Più spesso, però, se ne scelgono un paio, giusto per non bere a stomaco vuoto – anche se al quarto spritz le certezze vacillano…  Infatti noi dopo i primi due ciccheti al baccalà mantecato al Bottegon (già Schiavi) di San Trovaso – che ci hanno, come si suol dire, aperto la voragine – ci siam fatti un panino con la soppressa e uno con la porchetta. Dio benedica la soppressa, che ha segnato il nostro weekend veneziano: menzione d’onore a quella cotta nell’aceto con radicchio marinato, polenta e noci che abbiamo mangiato sabato sera Al Portego (ottima osteria con ottima selezione musicale!). La domenica, invece, Marialisa ci ha portato a mangiare in Campo Santa Margherita, in un piccolo ristorante take away che si chiama Orient Experience – altrimenti conosciuto come “l’afghano”. Venezia porta d’Oriente e tradizione di accoglienza, popoli e culture che si sedimentano l’uno sull’altro, la carne saporita dell’agnello, i ceci croccanti, lo yogurt che avvolge la bocca.

Gli orecchini di Mrs Peggy G.

Manzoni, Kandinsky, Brancusi Manzoni, Kandinsky, Brancusi

Se vi piacciono l’arte moderna e contemporanea, la collezione Peggy Guggenheim vi farà impazzire. Peggy la miliardaria è stata una delle figure più importanti della storia dell’arte del Novecento, per il suo ruolo di collezionista, mentore e amica dei più grandi artisti del secolo breve. Nacque nel 1898 a New York da Florette Seligman, figlia di banchieri, e Benjamin Guggenheim, che morirà nel 1912 nel naufragio del Titanic: è quello che nel film, nel momento di panico totale, scende dal grandioso scalone del transatlantico con tuba e smoking accanto al suo valletto e pronuncia la leggendaria frase “Abbiamo indossato il nostro abito migliore e siamo pronti ad affondare da gentiluomini. Ma gradiremmo un brandy!”. Poco più che ventenne, Peggy arrivò a Parigi, dove frequentando i circoli bohémien delle avanguardie europee conobbe artisti come Costantin Brancusi, Marcel Duchamp e Man Ray. Ebbe una vita sentimentale turbolenta, segnata da alcuni grandi amori (Laurence Vail, squattrinato artista dada, primo marito e padre dei due suoi figli; John Holms, eroe di guerra col blocco dello scrittore; Max Ernst, secondo marito e pioniere del Surrealismo) e molti flirt – pure con Samuel Beckett. Nel 1937 aprì la sua prima galleria d’arte, a Londra (fu lei a esporre per la prima volta Kandinsky in Inghilterra); poi cominciò a collezionare opere di artisti più o meno emergenti come Picabia, Braques, Mondrian, Léger, Dalì, Picasso, finché non fu costretta ad abbandonare la Francia occupata. Tornata negli Stati Uniti inaugurò nel 1942 a New York la galleria/museo Art of this century, indossando per la serata inaugurale un orecchino di Yves Tanguy e uno di Alexander Calder, a dimostrazione della sua “imparzialità tra l’arte astratta e quella surrealista”. Prese sotto la sua ala protettrice il giovane Jackson Pollock, di cui nel novembre 1943 espose la prima personale; attorno a Peggy e alla sua galleria si sviluppò il grande movimento dell’espressionismo astratto americano con Rothko, Klein, De Kooning. Nel 1947  tornò in Europa e nel 1948 acquistò Palazzo Venier dei Leoni, un antico edificio sul Canal grande dove negli anni Venti aveva abitato un’altra donna dalla storia straordinaria, l’eccentrica marchesa Teresa Casati. Peggy Guggenheim si trasferì qui insieme alla sua collezione, che aprirà al pubblico nel 1951 e verrà in varie occasioni esposta all’estero. Passerà a Venezia il resto della sua vita, continuando a supportare i suoi artisti e a collezionare opere che sono oggi entrate nel canone dei classici moderni – oltre agli artisti già citati, De Chirico, Mirò, Klee, Magritte, Giacometti, Manzoni. Cubismo, astrattismo, surrealismo, futurismo, pittura metafisica: la collezione, che adesso è gestita dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim (lo zio ricco…), rappresenta una delle più complete raccolte in Italia del modernismo europeo ed americano della prima metà del XX secolo. Alla collezione permanente di Peggy si aggiungono la collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, la collezione Gianni Mattioli (che include alcuni capolavori del futurismo italiano, tra cui Boccioni, Carrà, Depero) e il Patsy R. and Raymond D. Nasher Sculpture Garden. Se cercate bene, tra le sculture del giardino trovate una lapide: qui riposano infatti le ceneri di Peggy, che volle essere seppellita accanto ai suoi “beloved babies”: non i suoi artisti stavolta, ma i suoi quattordici cagnolini!

Dinosauri e cerbiatti a due teste

Il museo di Storia naturale di Venezia ha sede dal 1923 nel palazzo detto Fontego dei Turchi, che dal 1621 al 1838 fu utilizzato dai mercanti turchi come sede dei loro commerci. Restaurato da poco, oggi conserva tra le varie collezioni naturalistiche e scientifiche più di due milioni di pezzi. E’ molto bello e vale davvero la pena di una visita, non fosse altro che per l’incredibile scheletro di dinosauro che svetta nella prima sala: si tratta del calco di un Ouranosaurus nigeriensis, scoperto nel 1965 nel deserto del Niger durante una spedizione capitanata dagli archeologi Giancarlo Ligabue e Philippe Taquet. Occhio poi a non inciampare nelle fauci del terribile Sarcosuchus imperator, un giga coccodrillo vissuto circa 112 milioni di anni fa. Il percorso museale prosegue con una collezione pazzesca di minerali, rocce e fossili, per poi arrivare a una serie di sale dedicate ad alcuni uomini molto diversi tra loro, ma accomunati da viaggi lontani e spirito d’avventura. Uno di loro è l’esploratore Giovanni Miani, che donò a Venezia nel 1862 i materiali etnologici da lui raccolti nel corso delle sue spedizioni alla ricerca delle sorgenti del Nilo (per la cronaca, non ci arrivò mai), accompagnati da manoscritti, disegni e il suo diario autografo. Un altro è il già citato Ligabue, a cui si devono una miriade di reperti divisi tra le sezioni di paleontologia, paleoantropologia ed etnologia. Ma la collezione più incredibile di tutte è quella del conte Giuseppe De Reali, che raccoglie su pareti lugubremente rosse i trofei accumulati durante le sue spedizioni di caccia grossa in Africa Orientale e in Congo tra 1898 e 1929. E’ raccapricciante, perché molte delle teste appese in queste sale appartenevano ad animali oggi estinti, e le foto d’epoca che lo ritraggono accanto agli esemplari appena uccisi – con moglie grassoccia vestita di bianco al suo fianco – mi hanno fatto davvero rabbrividire.

C'è a chi piace collezionare teste d'elefante: i trofei di Giuseppe de Reali
C’è a chi piace collezionare teste d’elefante: i trofei di Giuseppe de Reali

Del resto, impulso primario del collezionista è proprio quello di poter possedere, ed eventualmente esporre agli occhi increduli degli ospiti e dei visitatori, una pletora di cose straordinarie nel senso letterale del termine, e cioè nuove, diverse, preferibilmente dal sapore esotico, lontano, mitico. Una vera e propria Wunderkammer, nella tradizione di quelle camere delle meraviglie che affondano le proprie radici nel Medioevo, raggiungono la massima popolarità nel Cinquecento e nei barocchismi seicenteschi, e nel Settecento illuminato da Linneo e le sue classificazioni scientifiche costituiscono il nocciolo da cui si svilupperà il concetto di museo modernamente inteso. Non a caso il padiglione più propriamente museologico del Museo di Storia naturale è introdotto dalla ricostruzione di una Wunderkammer, in cui fanno bella mostra di sé naturalia e artificialia da rimanere a bocca aperta, come una tsantsa (testa umana privata del cranio e rimpicciolita alle dimensioni di un pugno, preparate con grande abilità dagli indios cacciatori di teste dell’alta Amazzonia, allo scopo di vendicare una persona e placarne lo spirito tormentato), un cerbiatto e un vitellino a due teste, e addirittura due basilischi, creature fantastiche costruite componendo pezzi di vari animali.

Testine rimpicciolite, cerbiatti bicefali e basilischi
Testine rimpicciolite, cerbiatti bicefali e basilischi

Ed ecco che, usciti da questa bizzarra stanza, si apre ariosa la storia naturale analiticamente illustrata e spiegata, i misteri dell’evoluzione vengono svelati e le infinite strade della vita sulla terra raccontate con chiarezza e precisione. Stupiscono le collezioni zoologiche, in particolare quelle entomologiche, ornitologiche e malacologiche (i molluschi); in ambito botanico sono affascinanti gli antichi erbari, l’algarium, la raccolta micologica (il Museo di Storia naturale di Venezia ospita la più grande e meglio conservata raccolta di funghi in Italia!). Degne di nota anche la collezione di antichi strumenti scientifici e la collezione anatomica, la cui star è lo scheletro alto più di due metri dell’ultimo campanaro di San Marco, vissuto a metà Ottocento. Pare che stia al suo posto fino a qualche minuto prima di mezzanotte, ora in cui sale sul campanile per dare i rintocchi alla campana più grande…

La casa di Aldo Manuzio in Rio Terà Secondo: una chicca per bibliofili

La casa di Aldo Pio Manuzio, Aldus Pius Manutius (Bassiano, 1449 – Venezia, 6 febbraio 1515), editore, tipografo e umanista
La casa di Aldo Pio Manuzio, Aldus Pius Manutius (Bassiano, 1449 – Venezia, 6 febbraio 1515), editore, tipografo e umanista

Aldo Manuzio era un vero figo: considerato il primo editore in senso moderno, ha apportato alla storia del libro e dei sistemi editoriali una serie di innovazioni che hanno attraversato i secoli fino ad oggi. Snocciolandone alcune: si deve a lui l’idea di stampare i libri in ottavo, cioè in un formato più piccolo e maneggevole (sono gli antenati dei nostri tascabili). Ha utilizzato per la prima volta il corsivo, che in inglese si chiama italics proprio per la sua origine italiana; ha dato definitiva sistemazione alle norme di punteggiatura; ha inventato il punto e virgola! Pubblicò circa 130 edizioni in latino, greco e volgare, una sorta di biblioteca perfetta dell’Umanesimo. Uno dei suoi capolavori è l’Hypnerotomachia Poliphili (La battaglia amorosa di Polifilo in sogno) di Francesco Colonna, pubblicato nel 1499 e ritenuto il libro stampato più bello del Rinascimento italiano, grazie alle finissime xilografie che lo illustrano.

Un (breve) giro in gondola

Poiché una volta si entrava nelle case direttamente dai canali, Venezia assume un aspetto completamente diverso vista dall’acqua; di alcuni edifici, infatti, noi non vediamo che il retro, dato che la facciata è quella rivolta sui canali. La gondola, simbolo incontrastato della città, è stata per secoli il mezzo più adatto per spostarsi lungo le vie d’acqua della città. Poi sono arrivati i vaporetti e i taxi e le gondole sono diventate un’attrazione turistica, anche piuttosto cara… Non tutte però! A  Venezia può capitare di finire di fronte al posto in cui si vuole arrivare, ma non poterlo raggiungere perché c’è un canale di mezzo: quindi o si cammina fino al ponte più vicino, o si attraversa il canale in gondola. L’attraversamento costa 0.70 centesimi per i residenti e 2 euro per i turisti. Chi vuole spacciarsi per veneziano dovrebbe: arrivare con le monete contate; dissimulare l’emozione di trovarsi su una gondola; non fare quelli che “oddio cado oddio cado!”; evitare di scattare fotografie col gondoliere. 2 euro per un minuto scarso di navigazione è tanto, ma alla fine li abbiamo pagati, dato che abbiamo infranto tutte le regole… diciamo che l’abbiamo considerata una tassa sul selfie 😛

Selfie on the gondola!
Selfie on the gondola!

Insomma questa volta Venezia mi è sembrata più vera e più viva, forse perché ho fatto più attenzione ai dettagli, perché ho ascoltato le voci squillanti dei suoi abitanti mentre ci affrettavamo lungo le calli. Grazie Marialisa, per averci spiegato le sfumature del polivalente “ghe sboro!” e per averci mostrato la tua Venezia 🙂

Ciao Pisa!
Ciao Pisa!

Trieste tra le pagine: Slataper, Svevo, Joyce, Saba

Canottieri_Trieste
Canottieri a Trieste, visti dal Molo Audace

Trieste è un luogo particolare. Una città di frontiera, che le vicende storiche hanno isolato a lungo dal resto d’Italia, punto d’incontro tra lingue e culture diverse, sospesa tra il mito mitteleuropeo e quello di una letteratura unica, inquieta, malinconicamente enracinée. Sono molti i personaggi che hanno reso Trieste luogo fortissimamente letterario: incontriamo Scipio Slataper, caduto sul Podgora nel 1915 a soli ventisette anni, che cammina di notte per i vicoli della città vecchia, annoiato e a disagio mentre visioni postribolari si succedono davanti ai suoi occhi di ragazzo, o all’alba lungo i moli, osservando il frenetico svegliarsi del porto e dei suoi lavoranti: Il sole strabocca aranciato sul retto filo grigio dei magazzini. Il sole è chiaro sul mare e nella città. Sulle rive Trieste si sveglia piena di moto e colori (da Il mio carso, 1912).

Tramonto_Trieste
Il sole, mentre strabocca aranciato…

È un lungo elenco che inizia come una favola a raccontare la Trieste di Svevo:

 C’era una volta un’imperialregia città austroungarica fornita di:

- 200.000 e rotti abitanti, fra cui slavi, tedeschi, greci, albanesi, inglesi, armeni,   ungheresi, italiani aborigeni e italiani regnicoli, levantini in genere;
- 5498 ebrei, sale della terra;
- qualche migliaio di banche e compagnie d’assicurazione;
- uno sterminio di ditte commerciali;
- quattro porti con relative navi, fumo, puzza e inquinamento;
- cinque cimiteri di cinque religioni diverse;
- chiese cattoliche, greco-orientali, serbo-orientali, protestanti, sinagoghe, taverne,  caffè concerto, tabarin, postriboli, biblioteca, associazioni letterarie, musei, 
  teatri, scuole in tre lingue;
- liberali, conservatori, irredentisti di parte slava e di parte italiana, socialisti,   qualunquisti;
- un agguerrito ufficio della K. und K. Polizei per sorvegliare tutta questa gente;
- un segretissimo distaccamento dell’Evidenz Bureau (controspionaggio imperiale) 
  per meglio controllare il tutto;
- un arciduca morto ammazzato come Imperatore del Messico, rarità assoluta;
- un insegnante di inglese alla Berlitz School che si chiamava James Joyce.

In siffatto strabiliante panorama non poteva mancare uno sconcertante caso 
clinico-letterario di doppia personalità. Stiamo parlando naturalmente di 
Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo (…).[1]

In questa città che sembra un romanzo nasce e vive l’autore della Coscienza di Zeno. Scarse o volutamente falsate le notazioni topografiche in Una vita, più precise quelle di Senilità (Emilio ed Angelina amarono in tutte le vie suburbane di Trieste. Dopo i primi appuntamenti, abbandonarono Sant’Andrea che era troppo frequentato, e per qualche tempo preferirono la strada d’Opicina fiancheggiata da ippocastani folti, larga, solitaria, una salita lenta quasi insensibile).

Poi, nel 1905, l’incontro con James Joyce, le lezioni d’inglese, l’amicizia, il sodalizio letterario. Anche l’arrivo di Joyce a Trieste è romanzesco; lo scrittore

è arrivato a Trieste una bella mattina di due anni prima, dopo aver sbagliato fermata 
ed essere sceso a Lubiana alle quattro del mattino (inoltre lascia la moglie alla 
stazione, va in cerca di via S. Niccolò dove c’è la Berlitz School, si imbatte in una 
rissa di marinai inglesi, si intromette per far da paciere, arriva l’imperialregia 
polizia e impacchetta tutti, mentre la moglie lo aspetta imperterrita sulla 
panchina).[2]

Nel 1923 venne pubblicato La coscienza di Zeno; piacque a Montale, il successo tanto aspettato arrivò (anche se molte critiche furono mosse allo stile del romanzo), e Svevo fu ripagato di tutte le precedenti delusioni letterarie.

Trieste_Piazza Unità d'Italia
Trieste, Piazza Unità d’Italia

Trieste è stata raccontata anche dai poeti: quella di Saba è oggetto di un amore conflittuale, spesso desolata («la topografia della Trieste sabiana è una mappa della tristezza»[3]) e di tanto in tanto, di luogo in luogo, serena: via del Monte è la via dei santi affetti / ma la via della gioia e dell’amore / è  sempre via Domenico Rossetti. Via della Pietà, invece, accennava all’aspetto una sventura / sì lunga e stretta come una barella. Ma leggere Saba solamente in chiave triestina è limitativo; più che la città di Trieste, ha cantato la Città: i personaggi universali che si aggirano per i suoi vicoli (…prostituta e marinaio, il vecchio / che bestemmia, la femmina che bega, / il dragone che siede alla bottega / del friggitore, / la tumultuante giovane impazzita / d’amore) sono umili, ma vicini per questo alle cose più grandi e profonde: sono tutte creature della vita / e del dolore; / s’agita in esse, come in me, il Signore.

Tramonto_Trieste
Il tramonto dal Molo Audace

Un articolo di Corrado Stajano, apparso su «Tempo» illustrato il 23 novembre 1969, racconta un suo viaggio nel capoluogo friulano a cinquant’anni dall’annessione. Il giornalista vi trova risentimento, tristezza, e fantasmi asburgici; la città cosmopolita del passato non c’è più, gli uomini di cultura sono partiti, è difficile parlare di eredità mitteleuropea. Ma il mito dello scrittore è immacolato, tutti scrivono a Trieste. Il ritratto di Stajano è abbastanza desolante, ma più che mai dalle sue parole emerge un luogo fortissimamente letterario, impregnato delle rappresentazioni che negli anni ne hanno dato poeti e romanzieri.

E oggi, che ne è di Trieste? Nel mio ricordo una città elegante, un tramonto sul mare arancione, i caffè in cui insieme all’espresso arriva un bicchierino di cioccolata calda, il bollito misto da Pepi – con la senape e il rafano grattugiato che sgrassa la bocca, e un boccale di Dreher. Niente bora, ma il soffio persistente delle parole che l’hanno raccontata.

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Trieste, la statua delle Sartine

Questo post rielabora un brano della mia tesi di laurea, dedicata all’analisi dei Luoghi letterari di Giampaolo Dossena.

[1] Giampaolo Dossena, Luoghi letterari. Paesaggi, opere e personaggi, Sylvestre Bonnard, Milano 2003, p. 650-651.

[2] Ivi, p. 653.

[3] Ivi, p. 656.

Tre luoghi macabri a Milano, Evora e Napoli

Particolare della Capela dos Ossos, Evora (Portogallo)
Particolare della Capela dos Ossos, Evora (Portogallo)

Memento mori! Queste sono le storie di tre luoghi macabri che io ho trovato molto suggestivi per la loro atmosfera spettrale ma soprattutto per la mole di esistenza che vi si respira. Voglio dire, per chi ha sempre provato una forte attrazione per le vite degli altri e in particolare gli sconosciuti, per le loro vite possibili e parallele, trovarsi al cospetto delle spoglie mortali di chi ha concluso la sua vicenda mondana secoli fa mette in soggezione e allo stesso tempo dà il tormento di voler sapere chi erano quelle persone, che mestiere facevano, come sono morte. Ah, il soffio dell’eternità! 

Chiesa di San Bernardino alle Ossa, Milano

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Di Milano si dice spesso che i suoi gioielli più preziosi sono anche i più nascosti. Penso che San Bernardino rientri nella categoria, perché che io sappia non è tanto famosa e si mantiene tutto sommato fuori dai circuiti turistici classici. Forse perché da fuori non sembra neanche una chiesa, ma più un palazzo signorile. Si trova tra il Verziere e via Brolo, accanto alla più maestosa basilica di Santo Stefano Protomartire, a due passi dall’Università Statale. Sapevo della sua esistenza ma non ci avevo mai messo piede fino all’altra mattina: sono passata intorno alle otto e mezza, prima di andare in ufficio. Stavano celebrando la messa e nessuno ha fatto caso a me. Mi sono infilata nel corridoio a destra, seguendo le indicazioni per l’ossario, e mi sono ritrovata in questa cappella a pianta quadrata dalla volta affrescata con un barocchissimo Trionfo di anime in un volo di angeli. Su tutti e quattro i lati, fregi rococò e nicchie piene zeppe di ossa e teschi, disposti in modo tale da formare motivi decorativi e croci. Croci fatte di teschi su mura di teschi. L’impatto è stato forte, perché ero sola in questo luogo elegante e triste, con le note dell’organo che arrivavano da lontano.

L’ossario originario risale al 1210 e fu costruito per raccogliere i resti dei lebbrosi morti nell’ospedale del Brolo, nei cui pressi vennero poste nel 1269 le fondamenta della chiesa primitiva. Nel 1642 crollò il campanile di Santo Stefano e distrusse chiesa e ossario, che vennero ricostruiti nello stile dell’epoca; l’ossario fu completato nel 1695. A lungo si è pensato che gli scheletri conservati qui appartenessero ai martiri cristiani uccisi dagli eretici ariani all’epoca di Sant’Ambrogio; in realtà, le ossa provengono dalle spoglie dei pazienti dell’antico ospedale del Brolo, dalle salme traslate qui alla chiusura dei cimiteri cittadini, da condannati a morte e carcerati, da qualche nobile milanese e dagli appartenenti alla confraternita dei Disciplini che sin dal XIII secolo aveva in questo sito la loro sede (e il cui patrono era appunto San Bernardino. L’altra confraternita della chiesa era quella dei furmagiàtt, i produttori di formaggio, che qui pregavano con la protezione di San Lucio..!)

Narra una leggenda che tra i resti conservati nell’ossario ci siano anche quelli di una ragazzina, che la notte dei morti, il due novembre, si risveglia per trascinare con sé i suoi compagni d’eternità in una danza macabra festosa e rumorosa: dicono che gli scheletri danzanti si facciano sentire fin fuori dalla chiesa.

Pare anche che di qui sia passato, nel 1738, Giovanni V re del Portogallo: fu talmente colpito dall’ossario di San Bernardino che volle costruirne uno uguale a Evora, nel suo Paese (così ho letto da qualche parte, ma la datazione è discordante: all’epoca della visita di Giovanni la Capela dos Ossos di Evora atterriva i visitatori già da un paio di secoli. E’ verosimile però che in seguito al viaggio milanese ne abbia ordinato la ristrutturazione, in modo da renderla ancora più spaventosa).

Capela dos Ossos, Evora (Portogallo)

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Evora, capitale dell’Alentejo e città-museo patrimonio dell’Unesco, custodisce molti tesori. La Capela dos Ossos è uno di essi, e si trova all’interno nell’Igreja di San Francisco, una maestosa cattedrale in stile gotico manuelino. L’idea di costruire una cappella le cui mura fossero letteralmente ricoperte da ossa umane venne a tre monaci francescani in tempo di Controriforma, con l’intento palesemente didascalico di indurre chi vi si trovasse alla contemplazione e alla riflessione sulla caducità e transitorietà della vita in terra. Con un certo umorismo nero, dato che all’entrata della cappella troneggia la frase “Nós ossos que aqui estamos pelos vossos esperamos”, ovvero, “Noi ossa che qua stiamo le vostre aspettiamo”. Si contano all’incirca 5.000 tra teschi e ossa varie, provenienti da vari cimiteri monastici e chiese della zona. Quando l’ho visitata io, lo scorso agosto, c’erano due ragazzi appollaiati su delle scale che restauravano una delle pareti, pulendo amorevolmente con dei pennellini le orbite dei poveri resti.

Su una delle pareti sono appesi due scheletri essiccati, uno di un uomo e uno di un bambino. Dice la leggenda che gli scheletri appartengano al figlio e al marito di una donna che fu a tal punto maltrattata in vita da lanciar loro una maledizione: mai avrebbero potuto trovare pace nel regno dei morti. Secondo una versione, al momento del funerale, la terra si indurì tanto da non permettere di scavare una fossa nel cimitero; secondo un’altra, i becchini si rifiutarono di seppellire l’uomo e il bambino per paura che il terreno tutto intorno marcisse. Allora li appesero lì, in bella vista, dove tuttora spaventano gli avventori della cappella.

Cimitero delle Fontanelle, Napoli

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Alle Fontanelle sono andata proprio nel giorno dei morti, l’anno scorso. È uno dei luoghi che più in assoluto ha colpito il mio immaginario: per l’estensione in altezza e in lunghezza, per il suono dei miei passi che risuonavano nel silenzio di tomba, per la geometrica e tuttavia caotica precisione della disposizione degli innumerevoli teschi. Si estende per circa tremila metri quadrati, lungo gallerie scavate nella roccia e alte 10-15 metri che proseguono a perdita d’occhio, incrociandosi l’una con l’altra. Vengono stimati circa quarantamila resti, disposti lungo le pareti in modo più o meno regolare. E’ un luogo buio, illuminato da qualche lumicino, umido, incredibile.

Il cimitero delle Fontanelle si trova nel rione Sanità, in un’antica cava di tufo che cominciò a essere utilizzata come deposito di cadaveri ai tempi della terribile peste del 1656 che uccise a Napoli più di trecentomila persone. Qui venivano ammucchiati i corpi di chi non poteva permettersi una degna sepoltura: i poveri, i negletti, i senza famiglia (in realtà, pare che qui finissero anche le persone abbienti, che i becchini fingevano di tumulare nei cimiteri e trasportavano poi alle Fontanelle di notte in un sacco). Agli appestati si aggiunsero le salme traslate dalle chiese cittadini dopo la bonifica voluta da Gioacchino Murat e coloro che furono colpiti dall’epidemia di colera del 1836. Nel frattempo, intorno ai resti del camposanto si era venuto a creare un culto pagano di dimensioni preoccupanti, al punto che nel 1969 l’allora Cardinale di Napoli Corrado Ursi ne decretò la chiusura, sperando così di porre fine alla macabra devozione del popolo alle anime pezzentelle. In pratica, chi non aveva morti né santi a cui votarsi adottava nel vero e proprio senso della parola un teschietto, lo andava a trovare, lo lucidava, gli portava fiori e omaggi: in cambio delle preghiere, l’anima sarebbe apparsa in sogno al devoto, e gli avrebbe esaudito la grazia o svelato – perché no – quali numeri giocare al lotto. Se i numeri uscivano o la grazia arrivava il teschio veniva posto al riparo in una teca; se invece la cappuzzella non faceva il suo dovere tornava nel mucchio e il devoto ne sceglieva un’altra. Uno dei segni della grazia ricevuta era il sudore delle testoline, che altro non era che condensa da umidità: se poggiando la mano essa non si bagnava, veniva interpretato  come un cattivo presagio.

Una delle cappuzzelle più famose è quella del Capitano, a cui leggenda vuole fosse devotissima una fanciulla che in lui aveva riposto la preghiera di trovare marito. Quando poi la ragazza andò in sposa, il giorno del matrimonio apparve in chiesa un invitato misterioso vestito da soldato spagnolo che le fece l’occhiolino. Il marito ingelosito gli diede un pugno sul grugno: l’indomani, il teschio del Capitano aveva un’orbita completamente nera. Secondo un’altra versione, il promesso sposo dileggiava la sposa per le morbose attenzioni che dedicava a quelle vecchie ossa e osò addirittura per sfregio infilare un bastone nella cavità dell’occhio del teschio, mentre scherzosamente lo invitava alle sue nozze. Quel giorno apparve effettivamente un uomo sconosciuto: invitato a dire chi era, tolse il mantello e si rivelò in tutta la sua mortifera apparenza. Gli sposini morirono sul colpo.

Le anime delle Fontanelle hanno riposato nell’oblio fino al 2010, quando il cimitero è stato riaperto. Ogni teschio, ogni osso racconta una storia, la propria; la vicenda umana che si cela dietro ognuno di questi resti rappresenta per noi un mistero affascinante, destinato a rimanere tale.

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