Treno di notte per Lisbona. Il libro e il film

© Alessandra Vita

© Alessandra Vita

Treno di notte per Lisbona racconta la storia di Gregorius, un noioso professore svizzero di greco e latino che una mattina fredda e piovosa, mentre si reca a scuola, si imbatte in una donna misteriosa che sta per buttarsi da un ponte. Si lancia verso di lei, la agguanta e la salva. L’incontro lo porta a scoprire un ancor più misterioso libro portoghese e d’un tratto decide di mettersi sulle tracce dell’autore, Amadeu de Prado. Salta giustappunto su un treno di notte per Lisbona e, una volta arrivato in Portogallo, scopre che Amadeu era un medico vissuto al tempo della dittatura di Salazar. Il racconto si sviluppa intorno agli scritti lasciati da Amadeu e ai tentativi di Gregorius di ricostruire la sua vita e il suo pensiero.

Cosa mi è piaciuto.

Le descrizioni della luce che brilla a Lisbona: “Se l’indomani Lisbona non fosse stata immersa in quella luce d’incanto, pensò in seguito Gregorius, le cose forse avrebbero preso tutta un’altra piega. Forse sarebbe andato all’aeroporto e si sarebbe imbarcato sul primo volo per Berna. Ma la luce impediva ogni tentativo di tornare sui propri passi. La sua radianza aveva il potere di rendere il passato qualcosa di remoto, pressoché irreale, e davanti a quello splendore la volontà perdeva ogni ombra gettata dal passato e non restava che procedere verso il futuro, quale che fosse”.

Una frase molto bella, che Amadeu ripeteva sempre: “l’immaginazione, il nostro ultimo santuario”. Al di là della politica, della religione e di tutte le sovrastrutture, la capacità di creare nuovi mondi col pensiero resta lo strumento più potente che abbiamo per sfuggire alle miserie del quotidiano.

Cosa non mi è piaciuto.

Diciamocelo, è un libro un po’ palloso. Le annotazioni di Amadeu a volte sono di una pesantezza estrema e più che a Montaigne e al desassossego di Pessoa fanno pensare al diario di un adolescente irrequieto lì lì per tagliarsi le vene. In generale, lo stile è talmente libresco che i dialoghi arrancano, sono poco naturali e molto artificiosi. L’innaturalezza è un po’ la cifra di questo romanzo, sia nella rievocazione del passato, sia nel racconto del presente. I personaggi sono ingessati nei loro gesti e nei loro pensieri e ogni gesto e ogni pensiero assume una portata esagerata.

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Più che altro, al di là del suo valore letterario sicuramente non eccelso, il romanzo è interessante per le questioni che pone, su cui poi ognuno può fare le sue riflessioni: la vita come un viaggio e noi passeggeri di un treno che non sappiamo che direzione prenderà. E ancora: come il nostro agire sia visto e interpretato da chi ci sta intorno e l’illusione dell’intimità, come e in che termini possiamo vivere con lealtà e onestà nei confronti di noi stessi e degli altri, la felicità della compiutezza e l’angoscia dell’incompiutezza dell’esistenza.

Il tempo che scorre: “Da cosa dipende che si sperimenti un mese come un tempo pienamente vissuto, un tempo nostro invece che un tempo da cui siamo stati solo sfiorati, che abbiamo solo patito, che ci è scivolato tra le dita tanto da apparirci un tempo perduto, un appuntamento mancato di cui ci rattristiamo non perché è passato, ma perché non siamo riusciti a trarne nulla?”. La crisi di mezza età e pensieri di questo tipo portano Gregorius ad abbandonare di punto in bianco la sua cattedra e la monotona routine bernese per i cieli azzurri di Lisbona, sulle tracce di un uomo a cui tutto questo pensare ha fatto scoppiare il cervello. Un cercare l’altro che diventa un cercare se stesso: perché alla fine il senso sta tutto qua. Passiamo la vita a cercarci e chissà se poi ci troviamo. Il finale rimane aperto.

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Solo poco prima di finire il libro ho scoperto che nel 2013 il regista danese Bille August ha fatto di Treno di notte per Lisbona un film con grandi attori (Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Mélanie Laurent, Bruno Ganz, Christopher Lee), di produzione tedesca/svizzera/portoghese. Mi sono incuriosita e l’ho visto la sera stessa in cui ho finito il libro. E’ abbastanza fedele al libro, anche se molti episodi e alcuni personaggi (Maria Joao, Mélodie, Silveira) sono tagliati. Inoltre le date non coincidono: Amadeu è di vent’anni più giovane e muore il giorno della rivoluzione dei garofani, invece che nel 1973. Sarei portata a dire che la versione cinematografica è una boiata pazzesca ma sarei ingiusta, alla fine si fa vedere. Però:

1) di un libro complesso rimane solo un esile filo narrativo che si riduce al cliché del più banale triangolo amoroso;

2) il grande tema politico e morale scompare praticamente del tutto, al punto che, come suggerito beffardamente dalla recensione di Variety, “il film fa apparire la resistenza portoghese pericolosa quanto mangiare un pastel de nata“;

3) il film è stato girato tutto in inglese e questo manda alla malora uno dei discorsi portanti del libro e cioè il tema della comunicabilità, delle lingue e delle parole (che è l’aspetto del libro che mi ha affascinato di più). Rimango sempre perplessa guardando quei film in cui la questione linguistica – sopratutto quando gioca un ruolo così importante – viene risolta alla carlona con la soluzione “ma si, facciamo parlare tutti la stessa lingua!”.

Insomma, concordo con la Aspesi che l’ha definito un “polpettonissimo”: buono per una serata di pioggia, da guardare magari con una bottiglia di Porto a fianco.

Pascal Mercier, Treno di notte per Lisbona, prima ed. italiana Mondadori 2006. Titolo originale Nachtzug nach Lissabon, traduzione dal tedesco Elena Broseghini. Vincitore nel 2007 del Premio Grinzane-Cavour. // Treno di notte per Lisbona (Night Train to Lisbon) di Bille August, 2013. Prod. Germania/Svizzera/Portogallo.

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