Due giorni a Kuala Lumpur

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Street art, Kuala Lumpur

Lo sgangherato pulmino raggiunge la grigia periferia di Kuala Lumpur sotto la pioggia battente e fulminea delle quattro del pomeriggio. Vediamo le famose torri in lontananza e tutti i turisti si affacciano dai finestrini per fotografarle, ma le punte sono immerse nella foschia e subito scompaiono dietro ad altri grattacieli. Quando il pulmino ci lascia nei pressi di un albergo a Chinatown ha appena smesso di piovere: la cappa si ricompone mischiandosi con i fumi densi che salgono dalle griglie e dai pentoloni che ribollono in strada, il fetore dei frutti di durian spappolati sui marciapiedi ci pizzica il naso. Schiviamo le pozze di acqua sporca inebriati dalle puzze di questa città confusionaria, che sa di Asia e petroldollari; il cui nome ho poi scoperto significare, in modo piuttosto appropriato, confluenza fangosa.

Dato che mancano ancora un paio d’ore al nostro appuntamento con Leonard usciamo di soppiatto dal quartiere e ci avviamo verso Bukit Nanas, la collina dove sorge l’altissima torre della televisione, chiamata Menara KL in malese e KL Tower in inglese. La strada è lunga e le nostre schiene sudano sotto il peso degli zaini, ma vogliamo guardare la città dall’alto. Arriviamo ai piedi della collina e boccheggianti iniziamo l’ascesa, finché gradino dopo gradino raggiungiamo la base della torre. Dopo tutta questa fatica ci aspetta una piccola delusione: il biglietto per salire in cima alla torre costa uno sproposito, e rinunciamo.

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Menara KL

Tanto si è fatto tardi e dobbiamo raggiungere Leonard, che ci ospiterà questa e la prossima notte. Abita dalle parti dell’Università, dove lavora come ricercatore nel campo delle fibre ottiche. Prendiamo la metro e poi un taxi – il colto tassista indiano ci coinvolge in un pericolosissimo discorso sulle religioni, sostenendo la presenza di Gesù nel pantheon delle divinità induiste e raccontandoci di un santone del suo paese sopravvissuto sette anni senza mangiare né bere. Non appena comincia a parlare del papa, sviamo il discorso sul calcio, che è sempre un ottimo argomento di conversazione; ovviamente il tassista ne sa più di me e comincia a elencare tutti i bomber dell’Inter che fu.

Ed ecco che la corsa finisce, di fronte a un complesso residenziale fatto di grattacieli altissimi. Superiamo la guardiola blindata con qualche diffidenza da parte dei portinai e decifriamo l’indirizzo del nostro ospite, zeppo di numeri e sigle; finalmente giungiamo a destinazione. Campanello, saluti e presentazioni – scopriamo che Leonard condivide l’appartamento con un gatto a cui piace pencolare dal davanzale e un misterioso inquilino che non esce mai dalla sua camera da letto. Abbandoniamo gli zaini alla mercé del gatto dalle tendenze suicide e usciamo a mangiare qualcosa in fondo alla strada in un ristorante all’aperto dove Leonard è cliente abituale. Mangiare fuori in Malesia è talmente economico che lui non cucina mai. Parlotta con la sua amica cameriera, che poco dopo ci riempie il tavolo di specialità malesi, ed è tutto buonissimo. La serata passa veloce tra chiacchiere annaffiate da bicchieroni di tè freddo al lime; finché ai primi sbadigli decidiamo di rientrare verso casa. Siamo all’ultimo piano del palazzo e la vista dal balcone è bella da mozzare il fiato: davanti a noi le mille luci dei grattacieli di KL e una luna lattiginosa che ci dà la buonanotte.

La mattina dopo ci svegliamo presto, perché abbiamo un solo giorno da passare a Kuala Lumpur e vogliamo fare tantissime cose – alcune le faremo, altre no. Stretti nell’autobus con le studentesse in divisa ci dirigiamo verso la stazione di KL Sentral, da dove prendiamo il trenino per le famose Batu Caves. Si tratta di un complesso di templi innalzati all’interno di incredibili grotte calcaree, adibite a luogo di culto induista a partire dal 1890 circa. Domina la scena l’enorme statua dorata di Lord Murugan, dio guerriero: con i suoi 42 metri, è la più alta statua al mondo a lui dedicata. Credevo fosse più antica, ma è stata edificata solo nel 2006. Fanno compagnia al dio decine e decine di scimmiette fameliche, che sorvegliano le folle di fedeli e turisti lungo la ripida scalinata e fin dentro le grotte. La maggior parte della colonia è tranquilla, ma assistiamo a un paio di agguati a tradimento, quindi meglio starne alla larga. In ogni caso la salita è molto suggestiva e, una volta raggiunte le grotte, si rimane incantati dalla magnificenza del luogo e dalla sua spiritualità – solo leggermente incrinata dalle urla belluine delle scimmie che attaccano i bambini e dai banchetti di souvenir che vendono riproduzioni in tutte le taglie della statua d’oro e carillon musicali dai colori fluo raffiguranti le varie divinità induiste. A causa della sempre maggiore affluenza (che raggiunge il suo apice durante la festa del Thaipusam in gennaio) hanno deciso di allargare la scalinata e al momento ci sono i lavori in corso, a cui tutti possono contribuire, portando per un pezzo o fino in cima un secchiello pieno di sabbia. I muratori ringraziano e speriamo che anche Lord Murugan apprezzi il gesto!

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Batu Caves

Poco sotto le grotte sacre si trovano delle altre caverne, denominate Dark Caves. Sono di tutt’altro tipo: l’esperienza non è mistica, ma speleologica. Muniti di caschetti e torce da testa ci inoltriamo nel buio alla scoperta di un affascinante ecosistema che ruota intorno alla cacca di pipistrello (il cosiddetto guano). La visita si snoda lungo un percorso che attraversa cinque ambienti diversi e si conclude in una spettacolare camera, attraversata da raggi di luce verticale che sbucano da una fessura sul cielo, a decine di metri di altezza. Il sito è protetto dalla Malaysian Nature Society e le visite sono guidate da ragazzi del luogo appassionati e competenti, molti dei quali sono studenti di geologia e scienze naturali: è una esperienza istruttiva e interessante. La caverna ospita una antica comunità di animali, vecchia oltre cento milioni di anni; tra le molte creature misteriose che si nascondono tra i suoi anfratti c’è il rarissimo ragno endemico Liphistius batuensis. Tra pinnacoli, colonne di pietra e incredibili formazioni calcaree, si fa esperienza del buio più buio – un’oscurità densa, il cui silenzio è interrotto solo dallo sgocciolio regolare dell’acqua che cola dalle stalattiti.

***

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Riprendiamo il trenino e ci catapultiamo per la seconda volta nel cuore pulsante di Kuala Lumpur, Chinatown. Il quartiere è un superbo esempio del calderone malese di religioni e culture: qua si possono trovare nella stessa via, l’uno di fronte all’altro, un tempio cinese e un tempio indù. Il primo è il Kuan Ti Temple, un piccolo santuario cinese affollato di fedeli che pregano e porgono agli dei offerte rituali. Il secondo è lo Sri Mahamariamman Temple, edificato nel 1873 dagli immigrati Tamil giunti a Kuala Lumpur per lavorare nelle piantagioni di caucciù e palma da olio o costruire la ferrovia. È colorato e inghirlandato: i cornicioni della scintillante torre d’ingresso traboccano di idoli danzanti, all’interno sono riprodotte scene del Ramayana. Da qua, durante la sanguinolenta festività indù del Thaipusam, parte il carro d’oro che  sfila per le vie della città trasportando l’effige del dio Murugan fino alle grotte di Batu.

Siamo a caccia di souvenir in Jalan Petaling quando ci sorprende il temporale. Ci rifugiamo nel ristorante cinese col tendone dall’aspetto più resistente, sperando che regga i metri cubi d’acqua che lo stanno riempiendo. Dalla nostra postazione guardiamo i venditori, per nulla turbati, attrezzarsi per proteggere la loro mercanzia; la gente corre nelle due direzioni cercando di sfuggire alla pioggia violenta, i turisti tedeschi estraggono dai marsupi provvidenziali impermeabili usa e getta di plastica colorata. Ne approfittiamo per fare merenda con involtini primavera e anatra laccata, aspettando che spiova.

Potremmo aspettare per ore, quindi a un certo punto decidiamo di affrontare il diluvio e ci mettiamo a correre sciacquettando nelle pozze. Ovviamente smette di piovere non appena raggiungiamo la nostra destinazione, la vecchia stazione ferroviaria, collegata alla fermata della KTM. Dalle vetrate della stazione vediamo i tozzi minareti rosa e le cupole a cipolla della Masjid Jamek, una delle più belle moschee di Kuala Lumpur. Fu innalzata proprio nel bel mezzo dell’antica confluenza fangosa tra i fiumi Klang e Gombak, dove a metà Ottocento i primi cercatori di stagno avevano  costruito le loro capanne. Sia la moschea che la stazione portano l’impronta di Arthur Benison Hubback, l’architetto di Liverpool che le progettò misturando lo stile islamico dell’India settentrionale alle influenze coloniali britanniche. Salutiamo il cielo che si squarcia, mentre scendiamo nella pancia di KL.

L’ultimo sole della giornata l’abbiamo lasciato per loro, le imponenti torri Petronas. Innalzate tra il 1995 e il 1998, hanno detenuto il primato degli edifici più alti del mondo fino al 2004. Usciamo dalla metropolitana e ci si parano davanti, le accompagniamo con lo sguardo e sembra che non finiscano più. Per avere la vista migliore bisogna allontanarsi un po’ e raggiungere il piazzale antistante, dove un furbo ometto vende delle lenti curve da posizionare sopra il cellulare per scattare foto dall’effetto occhio di pesce e inquadrare così le torri in tutta la loro grandiosità. Vedi persone che saltano, si piegano, si accovacciano alla ricerca della foto ricordo perfetta – lo schermo del telefonino è piccolo e le torri non ci stanno tutte dentro. Anche noi veniamo colti dal raptus e cominciamo a scattare, scattare, mentre i colori mutano, la luce si affievolisce e il cielo da grigio si fa prima blu e poi nero. Man mano che i minuti passano le torri gemelle dalla base a otto punte (che è al tempo stesso un riferimento all’architettura islamica e di buon auspicio secondo la numerologia cinese) sono sempre più spettacolari e ipnotiche, soprattutto quando alle luci del giorno si sostituiscono le gialle luci elettriche, che contrastano lo scuro della sera. Potremmo stare a fissarle per ore – purtroppo o per fortuna, siamo di nuovo in ritardo per il nostro appuntamento.

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Petronas Towers

Leonard ci aspetta al tavolo di un ristorante indiano a Bangsar, un quartiere appena fuori dal centro di KL dove si concentrano una miriade di locali più o meno alla moda. Al posto dei piatti delle larghe foglie di banano, sulle quali un anziano cameriere baffuto posiziona con grazia badilate di curry di granchio e varie poltiglie di colori diversi. Il curry è buono e piccante, da mangiarsi rigorosamente con le mani; impacciati facciamo del nostro meglio per perfezionare la tecnica della pallotta (con le cinque dita raccogliere un mucchietto di cibo, col pollice spingerlo delicatamente in bocca).

Parliamo di noi, dei nostri mestieri, dei nostri Paesi: Leonard ci racconta del Borneo, dov’è nato e cresciuto, e della vita a Kuala Lumpur, dov’è arrivato per frequentare l’università. Ci racconta che la Malesia è uno dei Paesi che investe di più nella ricerca scientifica – il suo laboratorio ha appena acquistato attrezzature per decine di migliaia di euro. La scuola riflette la multiculturalità del tessuto sociale malese e le lezioni sono impartite in malese, cinese mandarino e indiano tamil. A causa del lungo periodo coloniale britannico, anche l’inglese è largamente compreso e parlato, e tutti i ragazzini delle scuole private lo usano tra loro come lingua veicolare. Ne esistono una versione ufficiale, il Malaysian English, e il Manglish, un creolo parlato per le strade contaminato da elementi malesi, cinesi e indiani, e dotato di fonetica, lessico e grammatica propri.

A pancia piena usciamo dal ristorante, facciamo lo slalom tra ragazzini chini sui loro cellulari a giocare a Pokémon Go, andiamo a mangiare un gelato (la gelataia ci fa assaggiare il gusto durian, ma come previsto il sapore è orrendo; viriamo sul più sicuro fiordilatte), infine rientriamo alla base su una lussuosa macchina nera – pare che Uber da queste parti vada per la maggiore. A casa ci raggiunge Guillaume, un amico francese di Leonard che insegna matematica a Manila, di passaggio a KL. Ci racconta storie buffe sulle Filippine e dei suoi viaggi. Mi immagino come possa essere la sua vita, in un mondo così lontano e diverso da quello in cui è cresciuto. Incontri e scontri di persone e culture, storie che si intrecciano, confronti fatti di idee, parole ed esperienze: per me, la parte più affascinante di ogni viaggio. Un’altra notte, un’altra alba, e si va… Conservando Kuala Lumpur nel taschino dei ricordi belli.

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A spasso per KL

Singapore Sling

Il panorama dallo Skypark del Marina Bay Sands

Singapore è un’altra idea di Asia: ordinata, rigorosa, pulita. Non c’è nulla fuori posto e la gente si dispone disciplinatamente in fila persino in attesa della metropolitana. A Singapore ti senti un po’ in soggezione, con tutti quei divieti: vietato fumare e gettare la cenere per terra, vietato bere e mangiare sui mezzi pubblici, vietato attraversare la strada al di fuori delle strisce pedonali, vietate le gomme da masticare perché sporcano le strade, vietati gli assembramenti, vietate le effusioni in pubblico, vietato intralciare il passaggio sulle scale mobili (dove si tiene la sinistra). L’impressione è che ci sia un temibile gendarme pronto a sbucare da dietro un angolo per comminare multe salatissime o distribuire scappellotti.

Una cosa che mi ha colpito molto di Singapore è il silenzio irreale: il Financial District alla sera pare il set di un film di fantascienza in cui tutti gli attori di sono allontanati per la pausa caffè. Guardi in su cercando le punte dei grattacieli, e le finestre illuminate si confondono con le stelle. Senti le cicale che ronzano a un volume tale che viene da chiedersi se siano vere o se siano registrazioni diffuse da altoparlanti nascosti. Alla giungla urbana dei grattacieli si contrappone la giungla vera e propria, quella primaria, antichissima, intorno alla quale si è sviluppata la città degli uomini. Siamo ai tropici e la vegetazione è rigogliosa, verdissima, le liane si avviluppano lungo i tronchi slanciati di alberi di cui non conosco il nome, le strade hanno il profumo dei delicati fiori bianchi del frangipane.

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Singapore Botanic Gardens

I lussureggianti Botanic Gardens rappresentano il cuore verde di Singapore. Sono immensi e bellissimi; ospitano una moltitudine di piante e una porzione originale di foresta pluviale tropicale. L’attrazione principale è il National Orchid Garden, che contiene la maggiore collezione di orchidee al mondo – oltre 1000 specie e 2000 ibridi. Nel 2015 i Botanic Gardens di Singapore sono stati inscritti nella lista dei Patrimoni dell’Umanità Unesco; sono gli unici giardini tropicali e il terzo giardino al mondo (insieme all’Orto Botanico di Padova e ai Kew Gardens di Londra) a farne parte. Qui abbiamo pedinato coppie di sposini impegnati in sofisticati servizi fotografici matrimoniali alla ricerca della posa perfetta; inseguito varani enormi; annusato fiori multicolori; osservato perplessi frotte di ragazzini correre appresso ai Pokemon – pare ce ne fossero molti nascosti tra le buganvillee.

Gli altri famosi giardini di Singapore sono i Gardens by the Bay, all’estremità meridionale della città; sono aperti tutti i giorni dalle cinque del mattino alle due di notte e l’ingresso è libero. Qua sorge anche un bosco molto particolare, fatto di alberi che non sono alberi: in tutto 18, di cui 16 raccolti in una zona che si chiama Supertree Grove. Questi super alberi di altezze diverse (tra i 25 e i 50 metri) hanno un’anima di cemento e acciaio e, all’esterno, pannelli viventi di terra e fiori che li ricoprono come un mantello. In tutto, sui loro tronchi si possono contare circa 163.000 piante appartenenti a 200 specie diverse; ogni super albero rappresenta e custodisce un ecosistema autosufficiente e sostenibile. Di notte i super alberi si illuminano sfruttando l’energia del sole che hanno accumulato durante il giorno; tra i loro rami si svolgono giochi ipnotici di luce e colore. Sembra uno di quei documentari sugli abissi marini, dove tutto è nero e le meduse illuminano il buio a intermittenza con luci bianche, viola, blu e verdi. Penso che è bellissimo, futuristico, esagerato; mi sdraio come per vedere le stelle cadenti a San Lorenzo e lo sguardo si perde, le loro chiome esercitano su di me un’attrazione potente e ambigua. Saranno così gli alberi del futuro, quando le foreste vere saranno state tutte disboscate, quando gli alberi di legno e foglie non esisteranno più?

Singapore è multiculturale e multilingue, contiene tanti microcosmi: Chinatown, l’operosa comunità cinese e il culto fetish del dente del Buddha; Little India, le curry house e le donne in sari; Arab Street e i cupoloni della sua moschea; le shop house restaurate e un po’ posticce di Clarke Quay. Il distretto coloniale e il leggendario Raffles Hotel, intitolato a Sir Stamford Raffles, il fondatore di Singapore. Dal suo bar – dove fu inventato il Singapore Sling – passarono  Ernest Hemingway, Somerset Maugham, Herman Hesse e Rudyard Kipling. Sempre qui, pare, fu uccisa nel 1902 l’ultima tigre di Singapore.

Anche se la Singapore di oggi non è più la Singapore britannica di Sir Raffles, gli influssi e l’eredità di quell’Occidente spregiudicato si ritrovano oggi tra i corridoi delle esclusive università  di economia e management, negli uffici delle multinazionali, delle banche, delle società finanziarie; e nei centri commerciali, templi del consumismo globale. Alcuni sono sfacciati e sfarzosi – lusso italiano e francese, diamanti e gioielli, marmi e riflessi dorati. Altri sono più caciaroni e divertenti: come Mustafa, l’enorme mall di Little India perennemente brulicante di avventori, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Vende di tutto, ma la parte migliore  è il suo labirintico supermercato, traboccante di prelibatezze e orrori alimentari provenienti da ogni angolo d’Asia.

Singapore, isola e città-stato, ricorda vagamente la forma di un diamante. In una delle sue punte si trova quello che in pochi anni ne è diventato il simbolo, soppiantando il povero Merlion, una creatura mitologica dalla testa di leone e il corpo di pesce, la cui statua è posta alla foce del fiume Singapore. Peccato perché Merlion era una mascotte simpatica: fu disegnata nel 1964 da un membro del Comitato Souvenir del Singapore Tourism Board (che tuttora ne regola l’utilizzo a fini commerciali) che voleva rappresentare allo stesso tempo le origini marinare della città, quando ancora era un villaggio di pescatori e si chiamava Temasek, città del mare, e il leggendario leone che avrebbe accolto il principe Sang Nila Utama dell’impero Sri Vijaya al suo arrivo nell’undicesimo secolo in quella che avrebbe poi da questo episodio preso il nome di Singapura, ovvero città del leone.

La sua mitografia assume una sfumatura epica in “Ulysses by the Merlion”, ode scritta nel 1979 dall’esimio poeta Edwin Thumboo, il quale innalza la strana bestia a icona nazionale e personificazione di Singapore. Dato che tutti i poeti venuti dopo di lui hanno dovuto fare i conti con questa ingombrante elegia, pare che la letteratura singaporiana contemporanea sia piena di Merlion e anti-Merlion; si ironizza sul fatto che Singapore abbia come simbolo e icona un artificioso souvenir. Leggo inoltre che oggi nello slang locale e addirittura in gergo ospedaliero il termine Merlion viene usato al posto del verbo vomitare, con riferimento alla fontana d’acqua che sgorga costantemente dalla bocca della statua. Povero Merlion!

Come che sia, Merlion ormai non se lo fila più nessuno, dato che è stato messo in ombra dal più appariscente Marina Bay Sands, l’enorme hotel casinò che dal 2010 domina la baia. Forse ce l’avete presente: è un enorme complesso formato da tre grattacieli uniti tra loro da una specie di tavola da surf lunga 340 metri, famosa per la sua infinity pool, una piscina a sfioro con vista sui grattacieli (a uso esclusivo degli ospiti). A meno che non vogliate spendere svariate centinaia di euro per pernottare nell’albergo, un modo alternativo per salire in cima è bere qualcosa in uno dei bar dello Skypark – noi abbiamo preso due Asahi al bar della torre di mezzo. A ripensarci quei dieci dollari li potevamo anche risparmiare: sì, la vista è bella, ma tra noi al bar e il panorama c’era di mezzo questa benedetta piscina, invasa da qualche decina di cinesi a mollo che si contendevano l’angolo migliore armati di bastoni da selfie e qualche altra decina che andava su e giù in accappatoio e ciabatte. Secondo me, la vista più bella è quella sul retro, che dà sul porto; vedi le barche e i portacontainer addormentati nell’acqua nera, qualche gru in controluce, la foresta brillante dei super alberi, le strade ad alto scorrimento. C’era la luna piena quella sera, sembrava un faro.

Postilla mangereccia • Cose buone che abbiamo mangiato a Singapore.

  • L’offerta culinaria di Singapore rispecchia il suo carattere multietnico: si trova davvero di tutto, dal cibo locale alla cucina asiatica e internazionale. I ristoranti veri e propri sono generalmente cari, ma nei numerosissimi food court e hawker centre è possibile mangiare molto bene e a buon prezzo. Quasi ogni centro commerciale ha il proprio food court – ce n’è uno anche all’interno del Marina Bay Sands, molto fornito e relativamente economico. Scegli un banchetto, ordini, paghi, e poi con il tuo vassoio raggiungi un tavolino cercando di non far strabordare dalla ciotola la tua zuppa ustionante.
  • Non tutte le food court sono uguali e alcune sono davvero hardcore, come quella del Chinatown complex. A Little India c’è invece il favoloso Tekka Food Centre, dove abbiamo mangiato un succulento pollo tandoori e una notevole quantità di roti prata inzuppati in curry di lenticchie e salse agliose. Segnalo infine il bel mercato di Lau Pa Sat, nascosto in mezzo ai grattacieli del Financial District e caratterizzato da una pianta ottagonale e un’elegante architettura vittoriana; lungo l’adiacente Boon Tat Street si trovano decine di banchetti che grigliano senza sosta ottimi spiedini satay di carne e di pesce.
  • Sempre a Little India c’è un ristorante buonissimo che si chiama Sakunthala’s: qui abbiamo mangiato uno spettacolare granchio piccante al curry, servito su foglie di banano con salsine varie in cui pucciare il soffice naan e i croccanti pappadums.
  • Voglia di gelato? A Singapore si mangia nel panino! I venditori ambulanti tirano fuori dal loro carretto la panetta di gelato, ne tagliano una fetta quadrata con il coltello e la infilano tra due cialde di wafer o nel pane bianco. Per i coraggiosi, c’è anche il gusto durian 🙂

Felici Feste!

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Faccendiere finnico farà felici fantolini, falcando firmamento, ficcando furtivamente fagotti fino fermare fuoriuscita fumo focolari. Favorisce frollini, fiancheggianlo folletti. Fuoco, fiamme, forchette! Faranno figurone faraone farcite, fegatini fragranti, formaggi filanti, frittelle flambé. Fuori fa freddo, fioccano fiocchi, fermiamoci, finiamo faide; famiglia, film, fisarmoniche filodiffuse, filastrocche fischiettate, fiabe favellate, flanella, falpalà. Finché festeggiamo finimondo: fuori ferrivecchi, facciamo fioretti (farò fitness, forse), flettiamo flûtes, fluiscano fiumi frizzanti! Favoleggiano foruncolosa fattucchiera funambola faccia felici frugoletti, falsificando fossili. Filantropa facoltosa, finge frugalità. Fanfaluche? Folclore? Figuriamoci!

Ferie finiranno, fatalmente; fugaci, fameliche, faticose. Fremeremo fino Ferragosto. Frattanto, felicito fantastiche festività, foriere favolosi festeggiamenti, fiduciosa futuro facondo!

Le notti bianche d’Estonia

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Press close bare-bosom’d night—press close magnetic nourishing night!

Night of south winds—night of the large few stars!
Still nodding night—mad naked summer night.

Smile O voluptuous cool-breath’d earth!
Earth of the slumbering and liquid trees!
Earth of departed sunset—earth of the mountains misty-topt!
Earth of the vitreous pour of the full moon just tinged with blue!
Earth of shine and dark mottling the tide of the river!
Earth of the limpid gray of clouds brighter and clearer for my sake!
Far-swooping elbow’d earth—rich apple-blossom’d earth!
Smile, for your lover comes.

Prodigal, you have given me love—therefore I to you give love!
O unspeakable passionate love.

(Walt Whitman, Song of Myself – Part 21)

Questi sono forse i miei versi preferiti di tutte le Foglie d’erba di Walt Whitman. Raccontano quelle notti d’estate in cui sembra che la natura ci avvolga nel suo abbraccio più sensuale, quando il vento caldo ci riscalda le braccia e le gambe nude. Il poeta chiama queste notti magnetiche e nutrienti; la terra voluttuosa; gli alberi liquidi e sonnecchiosi. Notti che andrebbero passate nel mezzo di un bosco di conifere, alla luce delle stelle, celebrando l’amore appassionato e ineffabile.

Le notti d’estate al nord sono strane, corte e chiare. Ma questa che sta arrivando è la più speciale di tutti: è la notte di San Giovanni, che si festeggia tra il 23 e il 24 giugno. Che poi si chiama così – con le dovute varianti linguistiche – in quasi tutti i paesi, ma si celebra da molto prima dell’avvento del Cristianesimo. In moltissime culture la notte del solstizio d’estate è la più importante dell’anno, legata ai cicli dell’agricoltura e agli antichi riti pagani di fertilità.

L’Estonia è uno dei paesi in cui la tradizione della notte di mezza estate è più forte: il giorno di Giovanni, ovvero Jaanipäev, se la batte con Natale nella gara alla festività più amata. La mattina del 23 giugno la gente si dirige verso le campagne e una volta là comincia a raccogliere la legna per i falò, intreccia ghirlande di fiori da mettere nei capelli, prepara la griglia e mette in fresco le birre. La giornata sembra non finire mai, perché il tramonto tarda ad arrivare: diciannove interminabili e meravigliose ore di luce da celebrare minuto dopo minuto.

E quando il tramonto finalmente arriva si accendono enormi falò, sopra i quali i ragazzi saltano per garantire prosperità e allontanare gli spiriti maligni dalle proprie case. Si balla, si brinda, si canta. Gli amanti si imboscano per cogliere il fiore della felce, che sboccia solo questa notte, o forse qualcos’altro… La leggenda più bella del folklore estone è quella dei due amanti Koit (Alba) e Hämarik (Tramonto), che si incontrano solo una volta l’anno, per scambiarsi il più fugace dei baci nella più breve delle notti.

Il rapporto dei popoli del nord con il buio è intimo e inevitabile, costretti come sono a inverni lunghi mesi in cui il sole può non apparire per settimane. Mi ricordo come un’epifania il primo vero giorno di primavera in Estonia, la prima giornata tersa e mite; mi ricordo di aver quasi inciampato in una signora ferma in mezzo alla strada, tra le pozzanghere di neve sciolta, che con gli occhi chiusi e il volto rivolto al cielo si beava dei raggi del sole. Come se fosse il primo sole della sua vita, un sole primordiale e vivificatore.

Il contrappasso è un’estate breve, ma luminosissima, in cui la luce prende con arroganza la sua rivincita. Le notti bianche dell’Estonia ti mandano in palla perché quando tramonta alle undici di sera e albeggia alle quattro del mattino non capisci più se è ora di cenare, pranzare, dormire. Alzi gli occhi e non riesci più a distogliere lo sguardo da quel cielo rosso, dalle nuvole insanguinate che annunciano il nuovo giorno.

Jaanipäev nel mio ricordo è un pic-nic improvvisato e una notte passata intorno a una chitarra con un groppo in gola e la consapevolezza respinta in un angolino del cervello che qualcosa di bello e importante stava per finire senza scampo né riscatto – una maratona di lacrime, risate e gratitudine sotto il cielo illuminato dal sole di mezzanotte.

Ad Atene con Ilias

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Raccontami o Musa della culla del pensiero: quando ho detto a Ilias che a scuola avevo studiato il greco antico e i poemi omerici, le tragedie di Sofocle, Eschilo, Euripide, le commedie di Menandro, gli epigrammi di Callimaco, le liriche amorose di Saffo, la mitografia di Esiodo, la storiografia di Erodoto, decine di filosofi oltre ovviamente a Socrate, Platone, Aristotele… si è sorpreso non poco.

A ondate, ritorna il grande dibattito sull’inutilità dello studio delle cosiddette lingue morte nel licei classici italiani – e di conseguenza sull’inutilità del liceo classico stesso. Io sarò di parte, ma penso che lo studio matto e disperatissimo del greco e del latino abbia portato un grande valore aggiunto alla mia formazione. Ha ampliato il mio orizzonte linguistico e culturale, ha affinato il mio spirito critico e la mia coscienza politica, mi ha permesso di leggere cose antiche e bellissime nella stessa forma in cui furono concepite. Nel mio immaginario la Grecia era questo: una terra di poeti e filosofi, dee e dei che copulavano a destra e a manca indifferentemente con altre divinità o giovenche e animali vari, miti complessi e affascinanti, ninfe che si trasformavano in alberi e correnti marine, uomini che vivevano nelle botti, uomini che passeggiavano tra i colonnati disquisendo di etica e morale, politici idealisti e tiranni malvagi.

Ho conosciuto la Grecia come luogo letterario, finché non ho cominciato a leggerne le sventure sui quotidiani: il declassamento del debito pubblico, la crisi nera, i mercati in picchiata, la disoccupazione, l’austerità, la recessione e lo spettro del default. In piazza decine di migliaia di persone a protestare contro lo strapotere delle banche e le misure dei piani di salvataggio imposti dalla trojka formata da FMI, BCE e UE. Il popolo greco è volitivo, tende alla mobilitazione in un senso profondamente democratico e condiviso. Ilias ci racconta delle manifestazioni in Piazza Syntagma, dei collettivi che si riuniscono a Exarchia e nei pressi del Politecnico – il luogo della resistenza per eccellenza, da cui partì la rivolta che rovesciò la dittatura militare.

Nella notte del 17 novembre 1973, un carrarmato sfondò i cancelli del Politecnico, dove tre giorni prima gli studenti si erano asserragliati. Pare che, ai militari che intimavano loro la resa, gli studenti abbiano rivolto le stesse parole usate da Leonida re di Sparta contro i Persiani alle Termopili: “Μολὼν λαβέ”, venite a prenderle! Negli scontri che seguirono morirono 24 civili. 

Anche Alexandros Grigoropoulos era uno studente: è stato ucciso a sangue freddo da un poliziotto il 6 dicembre 2008.  La rabbia per questa morte insensata si è mischiata all’insofferenza diffusa nei confronti di uno stato autoritario e corrotto, insicuro, pervaso dall’ingiustizia sociale; l’omicidio è stato la scintilla che ha incendiato Atene intera – un fuoco che si è propagato in tutta la Grecia e fin oltre i suoi confini. La protesta violenta è andata avanti per settimane, mentre le scuole e le università venivano occupate. I disordini si ripetono puntuali ogni anno, nel giorno dell’anniversario della morte di Alexandros.

Alexandros Grigoropoulos
Il luogo dov’è stato ucciso Alexandros, a Exarchia

La mia impressione è che i greci non vadano molto d’accordo con l’autorità costituita. Eppure sono costretti ad averci a che fare, prima o poi: infatti in Grecia il servizio militare è ancora obbligatorio e l’obiezione di coscienza non è prevista (il servizio civile esiste come opzione, ma le condizioni sono tali da scoraggiare perfino il giovane più antimilitarista). Ilias è riuscito a rimandare per tutti gli anni dell’università, ma, adesso che ha finito gli studi, gli tocca partire. Non sa dove sarà spedito e a fare cosa… spera solo che non lo mettano a fare la guardia statuina davanti al Parlamento in piazza Syntagma, costretto a fissare nel vuoto per ore mentre i turisti ti fanno le foto. Meglio stare al fresco da qualche parte sul confine.

Chiacchierando con Ilias e i suoi amici ho imparato tante cose sulla Grecia, quella moderna e quella antica. Caterina cerca un impiego retribuito e non lo trova, ma lavora tutti i giorni come volontaria al Museo dei bambini. Mi racconta le storie che narra loro, come quella della competizione tra Atena e Poseidone per diventare la divinità protettrice di questa città che all’epoca era ancora senza nome. Ognuno avrebbe fatto un dono agli Ateniesi ed essi avrebbero scelto quale fosse il migliore. Il dio del mare fece sgorgare una sorgente, ma l’acqua era salmastra. Atena offrì invece un ulivo dalle foglie d’argento, imperlato di olive nere e succose. Gli Ateniesi scelsero l’ulivo e Atena divenne patrona della città.  Davanti a una birra, spiluccando quelle stesse olive nere e succose, le mie memorie scolastiche fanno capolino corpose e trasfigurate, mentre mito e realtà, passato e presente, si confondono l’uno dentro l’altro.

atene, l'acropoli

Oslo, o del benessere

Le ragazze di Oslo

Il primo segnale è l’assenza degli applausi caciaroni all’atterraggio: un senso di calma e pacatezza aleggia tra i passeggeri del volo Milano-Oslo Rygge, mentre scendono dall’aereo e respirano a pieni polmoni l’aria pulita e frizzante del cielo blu di Norvegia. Benvenuti nella terra dei fiordi e dei salmoni, nel grande Paese dello stato sociale e delle aurore boreali!

Oggi è la festa nazionale norvegese: si festeggia la Costituzione, firmata il 17 maggio 1814, che dichiarò la Norvegia nazione indipendente. In modo totalmente casuale, l’anno scorso ci siamo trovati a sfilare per le strade di Oslo in occasione del bicentenario.

Premetto che più persone mi avevano detto che Oslo era una città bruttina e troppo cara per godersela. Effettivamente i prezzi sono molto alti (una birra 8-10 euro), ma grazie a una serie di fortunati eventi siamo riusciti a contenere i costi.

(Primo fortunato evento: appena arrivati siamo incappati in un baracchino dell’Esercito della salvezza o qualcosa del genere che regalava hot dog e succhini in cambio della promessa di leggere il loro opuscolo: il primo pasto l’abbiamo risolto così… Secondo fortunato evento: il 18 maggio è l’International Museum Day e si entra gratis dappertutto! Ovviamente non lo sapevamo ed è stata una bella sorpresa).

Comunque, forse complici le due splendide giornate di sole che abbiamo trovato e l’aria di festa, ho trovato Oslo tutt’altro che bruttina, ma effervescente, purissima e azzurra.

La cosa pazzesca di questa città è l’aria di agio e benessere economico che si respira: grazie agli immensi giacimenti petroliferi scoperti alla fine degli anni Sessanta nel Mare del Nord, infatti, i norvegesi hanno di che stare tranquilli. I proventi delle estrazioni sono stati incanalati nel Fondo Pensione Governativo (ex Fondo Petrolifero Norvegese), inizialmente destinato all’istituzione del welfare state e all’estinzione del debito pubblico – obiettivo raggiunto nel 1995 – e, da quel momento in poi, a provvedere al sistema previdenziale e sanitario dei norvegesi di oggi e di domani. A settembre 2014, il suo valore si aggirava sugli 850 miliardi di dollari.

Il 17 maggio, a Oslo, si vedono miriadi di bandierine e si incontrano giovani, vecchi e bambini vestiti a festa. Molti indossano i costumi tradizionali, tutti sono allegroni, alcuni ragazzi sono terribilmente sbronzi: oggi infatti è anche il giorno in cui si conclude il russfeiring, la festa di primavera degli studenti che frequentano l’ultimo anno delle superiori. Si riconoscono dalle salopette rosse e blu e dall’elevato tasso alcolico 🙂

#cosavedereaOslo

Karl Johans Gate. La strada principale di Oslo corre attraverso la città. Lungo di essa si incontrano alcune tra le principali attrazioni turistiche come la cattedrale, il Parlamento e il Palazzo Reale – che noi abbiamo raggiunto al seguito di una parata musicale di bambini in divisa marinara 🙂

Aker Brygge. L’ex zona portuale di Oslo è stata riqualificata alla fine degli anni Ottanta e da allora è the place to be: qui ci sono i locali più fighetti e i ristoranti più costosi. Il giorno della festa è un tripudio di denti perfetti e vestiti eleganti. Sono tutti impeccabili mentre innalzano calici colmi di champagne sui pontili degli yacht attraccati.

Le opere di Edvard Munch. Munch è uno dei pittori più conosciuti e citati della storia dell’arte moderna: forse non tutti sanno che era norvegese e alcuni tra i suoi dipinti principali, tra cui l’Urlo, sono conservati alla Galleria Nazionale di Oslo. In città c’è anche un museo interamente dedicato a lui, che raccoglie circa 1100 dipinti e oltre 20000 disegni e opere grafiche.

La penisola di Bygdøy. La cosiddetta “penisola dei musei” si raggiunge col traghetto o con il bus numero 30. Qui si trovano alcuni tra i maggiori musei di Oslo: il più bello è il museo Kontiki, dove si narrano le gesta di Thor Heyerdahl, l’esploratore più fico dei tempi moderni. Ne ho parlato qui. L’altro museo molto bello è quello delle navi vichinghe, dove sono state ricostruite tre navi risalenti al IX secolo e ritrovate durante degli scavi nel fiordo di Oslo tra fine Ottocento e inizio Novecento. La più affascinante è la nave di Oseberg, una ricchissima nave-tomba che accompagnò nell’ultimo viaggio due misteriose donne di alto rango – forse due principesse, forse sacerdotesse di Odino. O forse una era la moglie di un capo clan e l’altra una serva che le fu sacrificata. Lo studio dei loro resti ha svelato alcune cose, ma molte altre domande rimangono insolute.

Grønland. La Norvegia, da decenni in testa alle classifiche per qualità della vita, ha una percentuale di immigrazione (tenendo in conto immigranti e figli di immigranti) che si aggira sul 15% (per dare un’idea, l’Italia si attesta sull’8% circa). Il volto multietnico di Oslo si rivela nel quartiere di Grønland: anche qui oggi si festeggia, ma i profumi che si alzano dalle bancarelle di cibo sono speziati e rotondi. Questo quartiere svela un lato meno conosciuto della città, variopinto e brioso. Qua si trovano tra l’altro tanti buoni ristorantini dove mangiare a un prezzo decente, come ad esempio il Punjab Tandoori.

E ancora la fortezza e il castello di Akershus, per fare un pisolino sul prato; il Centro Nobel per la pace, per scoprire la storia del premio più famoso al mondo; la bianchissima Opera House in marmo di Carrara che scivola nel mare, per godere di una bella vista della città.

La Queima das Fitas di Coimbra

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L’università di Coimbra è la più antica del Portogallo e una delle più antiche d’Europa. In questa città tutto gira intorno al mondo studentesco; il suo calendario è quello accademico.

Coimbra è bellissima: soprattutto di notte, vista dall’alto, quando le sue luci si specchiano nel fiume Mondego, o quando la sua cattedrale medievale al tramonto si infiamma. Coimbra è i suoi studenti: che vanno e vengono per le sue strade avvolti in mantelli neri e lunghi fino ai piedi. Studiare a Coimbra è un’investitura, una storia d’amore che dura tutta la vita: uma vez Coimbra, para sempre saudade

Il primo venerdì di maggio di ogni anno si apre una settimana di festeggiamenti in onore di chi sta per laurearsi. Si chiama Queima das Fitas, che vuoi dire rogo dei nastri e deriva dalla tradizione degli studenti di bruciare a conclusione del proprio ciclo di studi i nastri colorati che simboleggiano la propria facoltà. Continua a leggere “La Queima das Fitas di Coimbra”

Una Pasqua Portoghese

Il proverbio dice: Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Io questa Pasqua la passo in casa, con la mamma che tira col mattarello le sfoglie della torta pasqualina, l’agnello in forno, le uova di cioccolato fondente e, fuori, la pioggerellina di aprile (come da tradizione milanese).

Oggi racconto invece di una Pasqua passata in Portogallo, tra i luoghi e le usanze di un popolo ancora molto legato al senso originario dei giorni pasquali. Il cattolicesimo portoghese è forte e vigoroso e si esprime attraverso feste popolari, pellegrinaggi solenni e sontuose processioni. La capitale spirituale del Paese è Braga, nel Minho. Fu per secoli la sede arcivescovile più importante di tutta la penisola iberica e la sua straordinaria Sé (la cattedrale) è la più antica di tutto il Portogallo.“Braga reza, o Porto trabalha, Coimbra estuda e Lisboa diverte-se” (Braga prega, Porto lavora, Coimbra studia e Lisbona si diverte): questa battuta, che riassume un Paese intero in poche parole, rende bene la forte caratterizzazione e connotazione che ognuna delle grandi città portoghesi porta con sé. Braga, appunto, è la città che prega, la città delle chiese e delle campane che risuonano in continuazione, la città della Semana Santa più spettacolare e suggestiva di tutte.

Semana Santa, Braga
Semana Santa de Braga
Procissao do Enterro do Senhor, Semana Santa de Braga

La Semana Santa di Braga

Siamo arrivate a Braga la mattina del Venerdì Santo, accolte da un cielo grigio e carico di pioggia. E’ affollata di turisti, giunti da vicino e lontano per assistere alle celebrazioni della Settimana Santa. Gli altari delle innumerevoli chiese, decorati con fiori e candele, evocano ognuno un episodio della Passione di Cristo; drappi viola ornano le vie e le piazze. La settimana è scandita dalle processioni che attraversano la città, in cui centinaia di figuranti rappresentano con scenografie maestose gli ultimi giorni della vita di Gesù. La tensione religiosa accumulata durante la settimana culmina nei riti del Venerdì Santo, il giorno in cui i fedeli ricordano la morte di Gesù sulla croce. Dopo esserci trovate per caso nella Sé ad assistere alla Procissão Teofórica do Enterro do Senhor, che si svolge nel pomeriggio lungo le navate della cattedrale con canti in latino, ci siamo unite alla fiumana di gente che si raccoglieva lungo la via principale in attesa dell’ultimo grande e solenne corteo notturno, anch’esso intitolato all’Enterro do Senhor. La pioggia che era caduta leggera tutto il giorno si è improvvisamente interrotta alla comparsa dei farricocos, i penitenti incappucciati, che aprono la processione in lugubre silenzio trascinando i piedi nudi sul selciato bagnato. Seguono le confraternite, gli ordini capitolari, i Cavalieri di Malta e del Santo Sepolcro di Gerusalemme, figure allegoriche col volto coperto in segno di lutto, bambini e bambine dalle vesti colorate e preziose, autorità varie, la banda che fa risuonare i tamburi con rintocchi angosciosi e martellanti; al passaggio della cassa da morto le signore pie si fanno il segno della croce e quasi piangono. Il corteo si conclude e gli spettatori si riversano in strada per diventarne la coda, la pioggia riprende d’un tratto per andare avanti tutta la notte.

Il Bom Jesus do Monte

Bom Jesus do Monte

La mattina dopo il cielo s’è schiarito e noi andiamo in gita al santuario del Bom Jesus do Monte (da Braga ci si arriva in quindici minuti con l’autobus numero 2), una bella chiesa neoclassica che  sorge sulla sommità di una collina da cui si gode una vista pazzesca di tutta Braga con la sua valle. L’attrazione principale però non è la chiesa in sé, ma la straordinaria scalinata barocca (lo Escadório do Bom Jesus) che porta fino in cima lungo un percorso simbolico che ripercorre le stazioni della Via Crucis, attraversa le tentazioni dei cinque sensi (Escadório dos Cinco Sentidos) e si conclude – per la felicità del pellegrino – con l’Escadório das Três Virtudes e le cappelle delle tre Virtù (fede, speranza e carità). La camminata è faticosa, ma impreziosita da giardini segreti, fontane allegoriche, piccole grotte. I pellegrini più tenaci se la fanno tutta sulle ginocchia. Al ritorno si può scendere con la rapidissima e ripidissima funicolare che dal 1882 sale e scende su e giù dalla collina del Bom Jesus: è la più antica della penisola iberica e la più antica del mondo tra le sette funicolari esistenti che utilizzano questo sistema di contrappesi ad acqua. 


Bom Jesus do Monte 2
Bom Jesus do Monte 3

Le Aldeias do xisto

C’è un segreto ben custodito tra i boschi e le montagne del centro del Portogallo, nell’area che si estende suppergiù da Coimbra alla serra da Estrela: sono i villaggi di scisto,  luoghi magici dove il tempo scorre lento. A prima vista sembrano disabitati, ma dietro le porte delle case scolpite nella pietra fanno capolino la vita rurale, le tradizioni antiche, un’ospitalità calda. Attualmente sono 27 i villaggi che compongono la Rede das Aldeias do xisto, i cui obiettivi sono la preservazione e la promozione turistica del paesaggio culturale del territorio, la valorizzazione del patrimonio architettonico e lo sviluppo sostenibile del suo tessuto sociale ed economico. Passeggiando lungo queste strade acciottolate mi sono sentita sospesa nello spazio e nel tempo; nella nebbia ho respirato le storie di chi ha abbandonato questi posti, di chi non se n’è mai andato e di chi vi sta facendo ritorno per salvarli dall’oblio del mondo moderno.

Aldeias de xisto 2
Aldeias de xisto
Pitture rupestri…?

Una Pasqua a Casal Novo

E poi la domenica di Pasqua a Casal Novo, con Quico e la mia famiglia adottiva portoghese: accolte ancora una volta con tutto il calore possibile immaginabile da mamma Licinia e papà Jegundo al grande tavolo con nonni e nipoti, un pranzo di festa che si apre con un caldoverde insaporito da gran tocchi di chouriço e si chiude con un morbidissimo pão de ló. E io sono grata e felice per questi momenti, per questo sentirmi a casa lontano da casa, per gli affetti e le amicizie, per la Primavera che sta arrivando. Per l’imbarazzo divertito mio e di Ginevra quando bussa alla porta il prete con mezzo paese dietro per il rito del beijo da cruz, il bacio alla croce, cui fanno seguito auguri, abbracci e brindisi. Per il senso di comunità di questo piccolo accrocco di case che conta poco più di cento abitanti, ma che quel giorno è stato l’ombelico del mio mondo.

Dovunque voi siate, con chiunque voi siate: Feliz Páscoa!

Dolci pasquali
Buona Pasqua!

Storie di Londra

Per me Londra è una città mosaico, perché ogni volta che ci torno aggiungo un pezzettino, che a volte si sovrappone e a volte si incastra agli altri. Tutti questi pezzettini insieme vanno a formare una mappa dei ricordi complessa e contraddittoria, fatta di esperienze vissute a età diverse e con occhi ogni volta nuovi. Poi tanti amici e amiche hanno cominciato a trasferirsi a Londra, chi per studio chi per lavoro. Molti sono tornati, alcuni sono rimasti, alcuni sono andati, tornati e ripartiti. Io nel frattempo leggevo i romanzi di Zadie Smith e l’immaginario della sua Londra meticcia andava a intrecciarsi ai racconti dei miei amici.

La mia prima Londra è stata in gita di classe in quarta ginnasio, segnata da una sciagurata sistemazione in famiglia in un quartiere periferico e malfamato con automobili in fiamme ai bordi delle strade e babygang allo sbaraglio (Catford, dalle parti di Greenwich, tuttora immune alla gentrification della Greater London). E tuttavia, oltre ai lavandini con i rubinetti separati per l’acqua calda e l’acqua fredda e il packed lunch coi panini spalmati di burro, ricordo un grande senso di libertà ed esaltazione, eccitato dalle creste colorate dei punk che si radunavano la sera a Piccadilly – molto più fighi di quelli che ero abituata a vedere alla fiera di Senigallia il sabato pomeriggio a Milano.

La seconda Londra è stata veloce: una gita in giornata l’estate dello stesso anno, in occasione di una vacanza studio in Galles. La terza Londra è stata uno degli ultimi anni di liceo con la Cecilia – stavamo in un ostello tamarro a Russel Square che sembrava un incrocio tra una discoteca e un ospedale. Mi ricordo la coda lunghissima al Madame Tussaud e di aver fotografato praticamente ogni singola statua di cera. Mi ricordo la scultura di una donna incinta senza braccia al centro di Trafalgar Square (l’ho cercata su google: si chiamava Alison Lapper Pregnant di Marc Quinn, membro degli Young British Artists).

La mia quarta Londra è Everybody loves the Cha-Cha-Cha di Sam Cooke ballata sulla moquette della casa di Sean a Grove End Road, è Hyde Park in boccio, è fermare il traffico per mettersi in posa in Abbey Road, sono i pancakes alla frutta al Breakfast Club di Hoxton, sono le pinte bevute in riva al fiume e i cocktail bar spaziali dove mi ha portato la Berri: il Nightjar a Shoreditch, il Connaught a Mayfair, il Lab a Soho.

La mia quinta e ultima Londra, quella dello scorso weekend, è un viaggio con le mie amiche in modalità teenager. Siamo partite in cinque dalla Malpensa il giorno dell’eclisse, dell’equinozio di primavera e dello sciopero degli aeroportuali (tre ore di ritardo sulla partenza del volo). Il taxi che ci ha portato da Victoria a East London ci ha probabilmente fregato facendo un giro più lungo del necessario, ma almeno ho fatto un ripassino delle attrazioni turistiche della città. Sarà che Londra è immensa, sarà che spesso ho girato con la metropolitana (mi fa l’effetto teletrasporto e perdo coscienza delle distanze), sarà che il mio senso dell’orientamento è disastroso, ma a me questa città crea una confusione pazzesca e continuo a non riuscire a collocare i suoi luoghi al posto giusto. È buffo perché i cosiddetti punti di riferimento vecchi e nuovi come il Big Ben, il London Eye, il Gherkin e lo Shard – per gli amici “il cetriolo” e “la scheggia” – a me sembrano spuntare sempre in punti diversi…

È stato bello ritrovarsi e condividere per un paio di giorni la vita londinese delle nostre amiche felicemente emigrate, non avere la fretta della prima volta e potersi godere le piccole cose di questa città grande: le bolle di sapone, le bancarelle di libri usati, la musica gipsy che sale a sorpresa dalle sponde del Tamigi e i dj-set improvvisati sotto un ponte. Abbiamo fatto colazione con fagioli bacon uova e salsicce; ci siamo rifatte gli occhi e il naso al Borough market (uno dei mercati alimentari più antichi del mondo); abbiamo fatto scorta di ballerine primaverili da Primark, quelle che fanno puzzare i piedi ma costano solo tre sterline; ci siamo sdraiate sul pavimento della Turbine hall alla Tate Modern; abbiamo scelto i bulbi più belli al Flower Market di Columbia Road grazie ai consigli di una super giardiniera e comprato collanine a Brick Lane. Abbiamo fatto la Oyster senza prendere la tube neanche una volta, ma ci siamo fatte i selfie sulla 94. Abbiamo incontrato il sosia di Conchita Wurst (la cantante barbuta che ha vinto l’Eurovision) al Dalston Superstore, un locale gay molto divertente dove ho avuto l’ennesima conferma che il mondo è bello perché è vario e variopinto. Abbiamo mangiato Tom yam goong bevendo Beerlao da Busaba Eathai a Soho e abbiamo placato con litri di tap water le vampate provocate dai meravigliosi e piccantissimi piatti punjabi di Tayyab a Whitechapel. Abbiamo bevuto (un sacco di) birra al Waxy O’Connors a Piccadilly cantando a squarciagola cori da stadio e canzoni della nostra adolescenza (l’unico maschio al tavolo probabilmente ne è uscito sconvolto); abbiamo ballato fino a tardi in un locale trovato a caso e ci siamo svegliate col mal di testa la mattina dopo; la domenica abbiamo guardato El Clásico tifando per “il Bologna” al mitico Blind Beggar, il pub dove lavorava la Sibilla.

“Le sette sorelle” è una locuzione che indica varie cose: le Pleiadi, un gruppo di sette grattacieli del classicismo socialista a Mosca, il cartello delle compagnie petrolifere che controllarono il mercato dell’oro nero fino agli anni Settanta. Per me siamo io e le mie amiche, sette sorelle in giro per Londra, di nuovo tutte insieme per la prima volta dopo tanto tempo. Un brindisi dopo l’altro: al ritrovarsi, ai ricordi, ma anche al diventare grandi, ai progetti, all’incertezza, al futuro. Celebrando le strade diverse che ognuna di noi sta percorrendo, ognuna con i suoi ostacoli e dubbi, ma anche con tante piccole e grandi soddisfazioni e speranze. Londra è stata lo scenario perfetto per questo riunione perché la sua vitalità ci ha riempito e ci ha fatto ridere, cantare e ballare senza sosta. Londra è come le ragazze: colorata, casinista, rumorosa, meravigliosamente sfaccettata.

The True Hammam Experience

Mosaici a Marrakech

Abdel ci ha accompagnate fino all’ingresso dell’hammam, abbiamo portato con noi solo un sacchetto di plastica con dentro un asciugamano e 100 dirham in mano. Ci ha salutate dicendo di aspettare “les filles“, che si sarebbero prese cura di noi. “Les filles” sono poi arrivate: due vecchie signore serissime, una grassa e piena, l’altra magra e rinsecchita – entrambe nude e sciabattanti. Ci siamo spogliate anche noi e siamo rimaste ad aspettare che tornassero. Non sapevamo bene cosa fare e come muoverci, allora ci siamo fatte prendere docilmente per mano e accompagnare nella prima stanza, la più calda, dove ci siamo sedute per terra a sudare in attesa della mossa successiva.

Le donne marocchine, spesso coperte da capo a piedi nelle strade e nelle piazze, si spogliano nell’hammam di ogni velo e remora. Arrivano da sole o con le amiche, per lavarsi a vicenda. I pigri e gli imbranati, invece, possono delegare tutto il lavoro e farsi lavare dalle energiche tebbaya. È un po’ imbarazzante all’inizio, ma poi ti rendi conto che l’unico modo possibile per godersi l’esperienza è chiudere gli occhi e abbandonarsi alle mani esperte delle filles. La mia signora era la grassa, con due seni lunghi ed enormi che venivano sballottati a destra e a sinistra mentre spostava i pesanti secchi di acqua calda facendoli scivolare sul pavimento bagnato da una stanza all’altra. Mi ha preso e mi ha ricoperto tutta di sapone nero untuoso, mi ha rigirato come una cotoletta, mi ha mollato di nuovo da sola. Quando ho riaperto gli occhi ho visto la Cecilia in mutande che veniva a sua volta spupazzata dalla signora rinsecchita e mi è venuto da ridere 🙂 Poi la mia signora è tornata e ha cominciato a strofinarmi con una spugna finché ogni centimetro del mio corpo si è purificato della pelle morta, della sabbia del deserto, di tutti i peccati del mondo. Ogni tanto mi gettava a tradimento un secchio d’acqua calda in testa o in faccia. Le altre ragazze nella stanza non ci filavano di striscio.

Ormai alla mercé della signora grassa e della signora magra ci siamo spostate in un’altra stanza, dove ci hanno fatto stendere sul pavimento bagnato prima a pancia in giù e poi a pancia in su. Con un massaggio vigoroso hanno sciolto le tensioni delle nostre ormai morbidissime membra fin sotto le piante dei piedi; con fare dittatoriale ci hanno fatto accoccolare nel loro grembo, alzare e aprire le gambe, allungare le braccia, rigirare sopra e sotto, appoggiare la testa sui loro cosciotti. Delle bambole di pezza, praticamente. Il massaggio si conclude con un altro paio di secchiate d’acqua alla Buster Keaton e les filles si apprestano a lasciarci. Sussurro choukran, grazie. La signora grassa abbozza per la prima volta un vago sorriso e si dilegua.

Usciamo alla luce del sole coi nostri sacchetti di plastica, gli occhi bruciano ancora un po’ a causa del sapone. Ci sentiamo bene, pulite e leggere. Ridiamo del nostro essere state maltrattate e sballottate, del modo spiccio in cui la nostra pudicizia è andata a farsi benedire, dell’intimità inaspettata. Il riso liberatorio di due bambine dalla pelle di pesca, sperdute e felici.