Storie di Londra

Per me Londra è una città mosaico, perché ogni volta che ci torno aggiungo un pezzettino, che a volte si sovrappone e a volte si incastra agli altri. Tutti questi pezzettini insieme vanno a formare una mappa dei ricordi complessa e contraddittoria, fatta di esperienze vissute a età diverse e con occhi ogni volta nuovi. Poi tanti amici e amiche hanno cominciato a trasferirsi a Londra, chi per studio chi per lavoro. Molti sono tornati, alcuni sono rimasti, alcuni sono andati, tornati e ripartiti. Io nel frattempo leggevo i romanzi di Zadie Smith e l’immaginario della sua Londra meticcia andava a intrecciarsi ai racconti dei miei amici.

La mia prima Londra è stata in gita di classe in quarta ginnasio, segnata da una sciagurata sistemazione in famiglia in un quartiere periferico e malfamato con automobili in fiamme ai bordi delle strade e babygang allo sbaraglio (Catford, dalle parti di Greenwich, tuttora immune alla gentrification della Greater London). E tuttavia, oltre ai lavandini con i rubinetti separati per l’acqua calda e l’acqua fredda e il packed lunch coi panini spalmati di burro, ricordo un grande senso di libertà ed esaltazione, eccitato dalle creste colorate dei punk che si radunavano la sera a Piccadilly – molto più fighi di quelli che ero abituata a vedere alla fiera di Senigallia il sabato pomeriggio a Milano.

La seconda Londra è stata veloce: una gita in giornata l’estate dello stesso anno, in occasione di una vacanza studio in Galles. La terza Londra è stata uno degli ultimi anni di liceo con la Cecilia – stavamo in un ostello tamarro a Russel Square che sembrava un incrocio tra una discoteca e un ospedale. Mi ricordo la coda lunghissima al Madame Tussaud e di aver fotografato praticamente ogni singola statua di cera. Mi ricordo la scultura di una donna incinta senza braccia al centro di Trafalgar Square (l’ho cercata su google: si chiamava Alison Lapper Pregnant di Marc Quinn, membro degli Young British Artists).

La mia quarta Londra è Everybody loves the Cha-Cha-Cha di Sam Cooke ballata sulla moquette della casa di Sean a Grove End Road, è Hyde Park in boccio, è fermare il traffico per mettersi in posa in Abbey Road, sono i pancakes alla frutta al Breakfast Club di Hoxton, sono le pinte bevute in riva al fiume e i cocktail bar spaziali dove mi ha portato la Berri: il Nightjar a Shoreditch, il Connaught a Mayfair, il Lab a Soho.

La mia quinta e ultima Londra, quella dello scorso weekend, è un viaggio con le mie amiche in modalità teenager. Siamo partite in cinque dalla Malpensa il giorno dell’eclisse, dell’equinozio di primavera e dello sciopero degli aeroportuali (tre ore di ritardo sulla partenza del volo). Il taxi che ci ha portato da Victoria a East London ci ha probabilmente fregato facendo un giro più lungo del necessario, ma almeno ho fatto un ripassino delle attrazioni turistiche della città. Sarà che Londra è immensa, sarà che spesso ho girato con la metropolitana (mi fa l’effetto teletrasporto e perdo coscienza delle distanze), sarà che il mio senso dell’orientamento è disastroso, ma a me questa città crea una confusione pazzesca e continuo a non riuscire a collocare i suoi luoghi al posto giusto. È buffo perché i cosiddetti punti di riferimento vecchi e nuovi come il Big Ben, il London Eye, il Gherkin e lo Shard – per gli amici “il cetriolo” e “la scheggia” – a me sembrano spuntare sempre in punti diversi…

È stato bello ritrovarsi e condividere per un paio di giorni la vita londinese delle nostre amiche felicemente emigrate, non avere la fretta della prima volta e potersi godere le piccole cose di questa città grande: le bolle di sapone, le bancarelle di libri usati, la musica gipsy che sale a sorpresa dalle sponde del Tamigi e i dj-set improvvisati sotto un ponte. Abbiamo fatto colazione con fagioli bacon uova e salsicce; ci siamo rifatte gli occhi e il naso al Borough market (uno dei mercati alimentari più antichi del mondo); abbiamo fatto scorta di ballerine primaverili da Primark, quelle che fanno puzzare i piedi ma costano solo tre sterline; ci siamo sdraiate sul pavimento della Turbine hall alla Tate Modern; abbiamo scelto i bulbi più belli al Flower Market di Columbia Road grazie ai consigli di una super giardiniera e comprato collanine a Brick Lane. Abbiamo fatto la Oyster senza prendere la tube neanche una volta, ma ci siamo fatte i selfie sulla 94. Abbiamo incontrato il sosia di Conchita Wurst (la cantante barbuta che ha vinto l’Eurovision) al Dalston Superstore, un locale gay molto divertente dove ho avuto l’ennesima conferma che il mondo è bello perché è vario e variopinto. Abbiamo mangiato Tom yam goong bevendo Beerlao da Busaba Eathai a Soho e abbiamo placato con litri di tap water le vampate provocate dai meravigliosi e piccantissimi piatti punjabi di Tayyab a Whitechapel. Abbiamo bevuto (un sacco di) birra al Waxy O’Connors a Piccadilly cantando a squarciagola cori da stadio e canzoni della nostra adolescenza (l’unico maschio al tavolo probabilmente ne è uscito sconvolto); abbiamo ballato fino a tardi in un locale trovato a caso e ci siamo svegliate col mal di testa la mattina dopo; la domenica abbiamo guardato El Clásico tifando per “il Bologna” al mitico Blind Beggar, il pub dove lavorava la Sibilla.

“Le sette sorelle” è una locuzione che indica varie cose: le Pleiadi, un gruppo di sette grattacieli del classicismo socialista a Mosca, il cartello delle compagnie petrolifere che controllarono il mercato dell’oro nero fino agli anni Settanta. Per me siamo io e le mie amiche, sette sorelle in giro per Londra, di nuovo tutte insieme per la prima volta dopo tanto tempo. Un brindisi dopo l’altro: al ritrovarsi, ai ricordi, ma anche al diventare grandi, ai progetti, all’incertezza, al futuro. Celebrando le strade diverse che ognuna di noi sta percorrendo, ognuna con i suoi ostacoli e dubbi, ma anche con tante piccole e grandi soddisfazioni e speranze. Londra è stata lo scenario perfetto per questo riunione perché la sua vitalità ci ha riempito e ci ha fatto ridere, cantare e ballare senza sosta. Londra è come le ragazze: colorata, casinista, rumorosa, meravigliosamente sfaccettata.

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