Kuala Lumpur: di pozze, scimmie e pipistrelli

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Street art, Kuala Lumpur

Lo sgangherato pulmino raggiunge la grigia periferia di Kuala Lumpur sotto la pioggia battente e fulminea delle quattro del pomeriggio. Vediamo le famose torri in lontananza e tutti i turisti si affacciano dai finestrini per fotografarle, ma le punte sono immerse nella foschia e subito scompaiono dietro ad altri grattacieli. Quando il pulmino ci lascia nei pressi di un albergo a Chinatown ha appena smesso di piovere: la cappa si ricompone mischiandosi con i fumi densi che salgono dalle griglie e dai pentoloni che ribollono in strada, il fetore dei frutti di durian spappolati sui marciapiedi ci pizzica il naso. Schiviamo le pozze di acqua sporca inebriati dalle puzze di questa città confusionaria, che sa di Asia e petroldollari; il cui nome ho poi scoperto significare, in modo piuttosto appropriato, confluenza fangosa.

Dato che mancano ancora un paio d’ore al nostro appuntamento con Leonard usciamo di soppiatto dal quartiere e ci avviamo verso Bukit Nanas, la collina dove sorge l’altissima torre della televisione, chiamata Menara KL in malese e KL Tower in inglese. La strada è lunga e le nostre schiene sudano sotto il peso degli zaini, ma vogliamo guardare la città dall’alto. Arriviamo ai piedi della collina e boccheggianti iniziamo l’ascesa, finché gradino dopo gradino raggiungiamo la base della torre. Dopo tutta questa fatica ci aspetta una piccola delusione: il biglietto per salire in cima alla torre costa uno sproposito, e rinunciamo.

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Menara KL

Tanto si è fatto tardi e dobbiamo raggiungere Leonard, che ci ospiterà questa e la prossima notte. Abita dalle parti dell’Università, dove lavora come ricercatore nel campo delle fibre ottiche. Prendiamo la metro e poi un taxi – il colto tassista indiano ci coinvolge in un pericolosissimo discorso sulle religioni, sostenendo la presenza di Gesù nel pantheon delle divinità induiste e raccontandoci di un santone del suo paese sopravvissuto sette anni senza mangiare né bere. Non appena comincia a parlare del papa, sviamo il discorso sul calcio, che è sempre un ottimo argomento di conversazione; ovviamente il tassista ne sa più di me e comincia a elencare tutti i bomber dell’Inter che fu.

Ed ecco che la corsa finisce, di fronte a un complesso residenziale fatto di grattacieli altissimi. Superiamo la guardiola blindata con qualche diffidenza da parte dei portinai e decifriamo l’indirizzo del nostro ospite, zeppo di numeri e sigle; finalmente giungiamo a destinazione. Campanello, saluti e presentazioni – scopriamo che Leonard condivide l’appartamento con un gatto a cui piace pencolare dal davanzale e un misterioso inquilino che non esce mai dalla sua camera da letto. Abbandoniamo gli zaini alla mercé del gatto dalle tendenze suicide e usciamo a mangiare qualcosa in fondo alla strada in un ristorante all’aperto dove Leonard è cliente abituale. Mangiare fuori in Malesia è talmente economico che lui non cucina mai. Parlotta con la sua amica cameriera, che poco dopo ci riempie il tavolo di specialità malesi, ed è tutto buonissimo. La serata passa veloce tra chiacchiere annaffiate da bicchieroni di tè freddo al lime; finché ai primi sbadigli decidiamo di rientrare verso casa. Siamo all’ultimo piano del palazzo e la vista dal balcone è bella da mozzare il fiato: davanti a noi le mille luci dei grattacieli di KL e una luna lattiginosa che ci dà la buonanotte.

La mattina dopo ci svegliamo presto, perché abbiamo un solo giorno da passare a Kuala Lumpur e vogliamo fare tantissime cose – alcune le faremo, altre no. Stretti nell’autobus con le studentesse in divisa ci dirigiamo verso la stazione di KL Sentral, da dove prendiamo il trenino per le famose Batu Caves. Si tratta di un complesso di templi innalzati all’interno di incredibili grotte calcaree, adibite a luogo di culto induista a partire dal 1890 circa. Domina la scena l’enorme statua dorata di Lord Murugan, dio guerriero: con i suoi 42 metri, è la più alta statua al mondo a lui dedicata. Credevo fosse più antica, ma è stata edificata solo nel 2006. Fanno compagnia al dio decine e decine di scimmiette fameliche, che sorvegliano le folle di fedeli e turisti lungo la ripida scalinata e fin dentro le grotte. La maggior parte della colonia è tranquilla, ma assistiamo a un paio di agguati a tradimento, quindi meglio starne alla larga. In ogni caso la salita è molto suggestiva e, una volta raggiunte le grotte, si rimane incantati dalla magnificenza del luogo e dalla sua spiritualità – solo leggermente incrinata dalle urla belluine delle scimmie che attaccano i bambini e dai banchetti di souvenir che vendono riproduzioni in tutte le taglie della statua d’oro e carillon musicali dai colori fluo raffiguranti le varie divinità induiste. A causa della sempre maggiore affluenza (che raggiunge il suo apice durante la festa del Thaipusam in gennaio) hanno deciso di allargare la scalinata e al momento ci sono i lavori in corso, a cui tutti possono contribuire, portando per un pezzo o fino in cima un secchiello pieno di sabbia. I muratori ringraziano e speriamo che anche Lord Murugan apprezzi il gesto!

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Batu Caves

Poco sotto le grotte sacre si trovano delle altre caverne, denominate Dark Caves. Sono di tutt’altro tipo: l’esperienza non è mistica, ma speleologica. Muniti di caschetti e torce da testa ci inoltriamo nel buio alla scoperta di un affascinante ecosistema che ruota intorno alla cacca di pipistrello (il cosiddetto guano). La visita si snoda lungo un percorso che attraversa cinque ambienti diversi e si conclude in una spettacolare camera, attraversata da raggi di luce verticale che sbucano da una fessura sul cielo, a decine di metri di altezza. Il sito è protetto dalla Malaysian Nature Society e le visite sono guidate da ragazzi del luogo appassionati e competenti, molti dei quali sono studenti di geologia e scienze naturali: è una esperienza istruttiva e interessante. La caverna ospita una antica comunità di animali, vecchia oltre cento milioni di anni; tra le molte creature misteriose che si nascondono tra i suoi anfratti c’è il rarissimo ragno endemico Liphistius batuensis. Tra pinnacoli, colonne di pietra e incredibili formazioni calcaree, si fa esperienza del buio più buio – un’oscurità densa, il cui silenzio è interrotto solo dallo sgocciolio regolare dell’acqua che cola dalle stalattiti.

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Dark Caves

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Singapore Sling

Singapore è un’altra idea di Asia: ordinata, rigorosa, pulita. Non c’è nulla fuori posto e la gente si dispone disciplinatamente in fila persino in attesa della metropolitana. A Singapore ti senti un po’ in soggezione, con tutti quei divieti: vietato fumare e gettare la cenere per terra, vietato bere e mangiare sui mezzi pubblici, vietato attraversare la strada al di fuori delle strisce pedonali, vietate le gomme da masticare perché sporcano le strade, vietati gli assembramenti, vietate le effusioni in pubblico, vietato intralciare il passaggio sulle scale mobili (dove si tiene la sinistra). L’impressione è che ci sia un temibile gendarme pronto a sbucare da dietro un angolo per comminare multe salatissime o distribuire scappellotti.

Una cosa che mi ha colpito molto di Singapore è il silenzio irreale: il Financial District alla sera pare il set di un film di fantascienza in cui tutti gli attori di sono allontanati per la pausa caffè. Guardi in su cercando le punte dei grattacieli, e le finestre illuminate si confondono con le stelle. Senti le cicale che ronzano a un volume tale che viene da chiedersi se siano vere o se siano registrazioni diffuse da altoparlanti nascosti. Alla giungla urbana dei grattacieli si contrappone la giungla vera e propria, quella primaria, antichissima, intorno alla quale si è sviluppata la città degli uomini. Siamo ai tropici e la vegetazione è rigogliosa, verdissima, le liane si avviluppano lungo i tronchi slanciati di alberi di cui non conosco il nome, le strade hanno il profumo dei delicati fiori bianchi del frangipane.

I lussureggianti Botanic Gardens rappresentano il cuore verde di Singapore. Sono immensi e bellissimi; ospitano una moltitudine di piante e una porzione originale di foresta pluviale tropicale. L’attrazione principale è il National Orchid Garden, che contiene la maggiore collezione di orchidee al mondo – oltre 1000 specie e 2000 ibridi. Nel 2015 i Botanic Gardens di Singapore sono stati inscritti nella lista dei Patrimoni dell’Umanità Unesco; sono gli unici giardini tropicali e il terzo giardino al mondo (insieme all’Orto Botanico di Padova e ai Kew Gardens di Londra) a farne parte. Qui abbiamo pedinato coppie di sposini impegnati in sofisticati servizi fotografici matrimoniali alla ricerca della posa perfetta; inseguito varani enormi; annusato fiori multicolori; osservato perplessi frotte di ragazzini correre appresso ai Pokemon – pare ce ne fossero molti nascosti tra le buganvillee.

Gli altri famosi giardini di Singapore sono i Gardens by the Bay, all’estremità meridionale della città; sono aperti tutti i giorni dalle cinque del mattino alle due di notte e l’ingresso è libero. Qua sorge anche un bosco molto particolare, fatto di alberi che non sono alberi: in tutto 18, di cui 16 raccolti in una zona che si chiama Supertree Grove. Questi super alberi di altezze diverse (tra i 25 e i 50 metri) hanno un’anima di cemento e acciaio e, all’esterno, pannelli viventi di terra e fiori che li ricoprono come un mantello. In tutto, sui loro tronchi si possono contare circa 163.000 piante appartenenti a 200 specie diverse; ogni super albero rappresenta e custodisce un ecosistema autosufficiente e sostenibile. Di notte i super alberi si illuminano sfruttando l’energia del sole che hanno accumulato durante il giorno; tra i loro rami si svolgono giochi ipnotici di luce e colore. Sembra uno di quei documentari sugli abissi marini, dove tutto è nero e le meduse illuminano il buio a intermittenza con luci bianche, viola, blu e verdi. Penso che è bellissimo, futuristico, esagerato; mi sdraio come per vedere le stelle cadenti a San Lorenzo e lo sguardo si perde, le loro chiome esercitano su di me un’attrazione potente e ambigua. Saranno così gli alberi del futuro, quando le foreste vere saranno state tutte disboscate, quando gli alberi di legno e foglie non esisteranno più?

Singapore è multiculturale e multilingue, contiene tanti microcosmi: Chinatown, l’operosa comunità cinese e il culto fetish del dente del Buddha; Little India, le curry house e le donne in sari; Arab Street e i cupoloni della sua moschea; le shop house restaurate e un po’ posticce di Clarke Quay. Il distretto coloniale e il leggendario Raffles Hotel, intitolato a Sir Stamford Raffles, il fondatore di Singapore. Dal suo bar – dove fu inventato il Singapore Sling – passarono  Ernest Hemingway, Somerset Maugham, Herman Hesse e Rudyard Kipling. Sempre qui, pare, fu uccisa nel 1902 l’ultima tigre di Singapore.

Anche se la Singapore di oggi non è più la Singapore britannica di Sir Raffles, gli influssi e l’eredità di quell’Occidente spregiudicato si ritrovano oggi tra i corridoi delle esclusive università  di economia e management, negli uffici delle multinazionali, delle banche, delle società finanziarie; e nei centri commerciali, templi del consumismo globale. Alcuni sono sfacciati e sfarzosi – lusso italiano e francese, diamanti e gioielli, marmi e riflessi dorati. Altri sono più caciaroni e divertenti: come Mustafa, l’enorme mall di Little India perennemente brulicante di avventori, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Vende di tutto, ma la parte migliore  è il suo labirintico supermercato, traboccante di prelibatezze e orrori alimentari provenienti da ogni angolo d’Asia.

Singapore, isola e città-stato, ricorda vagamente la forma di un diamante. In una delle sue punte si trova quello che in pochi anni ne è diventato il simbolo, soppiantando il povero Merlion, una creatura mitologica dalla testa di leone e il corpo di pesce, la cui statua è posta alla foce del fiume Singapore. Peccato perché Merlion era una mascotte simpatica: fu disegnata nel 1964 da un membro del Comitato Souvenir del Singapore Tourism Board (che tuttora ne regola l’utilizzo a fini commerciali) che voleva rappresentare allo stesso tempo le origini marinare della città, quando ancora era un villaggio di pescatori e si chiamava Temasek, città del mare, e il leggendario leone che avrebbe accolto il principe Sang Nila Utama dell’impero Sri Vijaya al suo arrivo nell’undicesimo secolo in quella che avrebbe poi da questo episodio preso il nome di Singapura, ovvero città del leone.

La sua mitografia assume una sfumatura epica in “Ulysses by the Merlion”, ode scritta nel 1979 dall’esimio poeta Edwin Thumboo, il quale innalza la strana bestia a icona nazionale e personificazione di Singapore. Dato che tutti i poeti venuti dopo di lui hanno dovuto fare i conti con questa ingombrante elegia, pare che la letteratura singaporiana contemporanea sia piena di Merlion e anti-Merlion; si ironizza sul fatto che Singapore abbia come simbolo e icona un artificioso souvenir. Leggo inoltre che oggi nello slang locale e addirittura in gergo ospedaliero il termine Merlion viene usato al posto del verbo vomitare, con riferimento alla fontana d’acqua che sgorga costantemente dalla bocca della statua. Povero Merlion!

Come che sia, Merlion ormai non se lo fila più nessuno, dato che è stato messo in ombra dal più appariscente Marina Bay Sands, l’enorme hotel casinò che dal 2010 domina la baia. Forse ce l’avete presente: è un enorme complesso formato da tre grattacieli uniti tra loro da una specie di tavola da surf lunga 340 metri, famosa per la sua infinity pool, una piscina a sfioro con vista sui grattacieli (a uso esclusivo degli ospiti). A meno che non vogliate spendere svariate centinaia di euro per pernottare nell’albergo, un modo alternativo per salire in cima è bere qualcosa in uno dei bar dello Skypark – noi abbiamo preso due Asahi al bar della torre di mezzo. A ripensarci quei dieci dollari li potevamo anche risparmiare: sì, la vista è bella, ma tra noi al bar e il panorama c’era di mezzo questa benedetta piscina, invasa da qualche decina di cinesi a mollo che si contendevano l’angolo migliore armati di bastoni da selfie e qualche altra decina che andava su e giù in accappatoio e ciabatte. Secondo me, la vista più bella è quella sul retro, che dà sul porto; vedi le barche e i portacontainer addormentati nell’acqua nera, qualche gru in controluce, la foresta brillante dei super alberi, le strade ad alto scorrimento. C’era la luna piena quella sera, sembrava un faro.

Postilla mangereccia • Cose buone che abbiamo mangiato a Singapore.

  • L’offerta culinaria di Singapore rispecchia il suo carattere multietnico: si trova davvero di tutto, dal cibo locale alla cucina asiatica e internazionale. I ristoranti veri e propri sono generalmente cari, ma nei numerosissimi food court e hawker centre è possibile mangiare molto bene e a buon prezzo. Quasi ogni centro commerciale ha il proprio food court – ce n’è uno anche all’interno del Marina Bay Sands, molto fornito e relativamente economico. Scegli un banchetto, ordini, paghi, e poi con il tuo vassoio raggiungi un tavolino cercando di non far strabordare dalla ciotola la tua zuppa ustionante.
  • Non tutte le food court sono uguali e alcune sono davvero hardcore, come quella del Chinatown complex. A Little India c’è invece il favoloso Tekka Food Centre, dove abbiamo mangiato un succulento pollo tandoori e una notevole quantità di roti prata inzuppati in curry di lenticchie e salse agliose. Segnalo infine il bel mercato di Lau Pa Sat, nascosto in mezzo ai grattacieli del Financial District e caratterizzato da una pianta ottagonale e un’elegante architettura vittoriana; lungo l’adiacente Boon Tat Street si trovano decine di banchetti che grigliano senza sosta ottimi spiedini satay di carne e di pesce.
  • Sempre a Little India c’è un ristorante buonissimo che si chiama Sakunthala’s: qui abbiamo mangiato uno spettacolare granchio piccante al curry, servito su foglie di banano con salsine varie in cui pucciare il soffice naan e i croccanti pappadums.
  • Voglia di gelato? A Singapore si mangia nel panino! I venditori ambulanti tirano fuori dal loro carretto la panetta di gelato, ne tagliano una fetta quadrata con il coltello e la infilano tra due cialde di wafer o nel pane bianco. Per i coraggiosi, c’è anche il gusto durian 🙂

La festa di Santo António a Lisbona

Fernando Martins de Bulhões, meglio noto come Santo Antonio da Padova, nacque a Lisbona nel 1195. È il santo patrono della città e il suo culto è incredibilmente forte, anche se i festeggiamenti in suo onore sono ormai più profani che sacri. Durante tutto il mese e in particolare nella notte tra il 12 e il 13 giugno, migliaia di persone si riversano per le strade della città per bere, ballare e mangiare sardine grigliate (sono loro le vere protagoniste della festa!)

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I quartieri migliori per godersi la festa sono Alfama, Graça, Mouraria: i quartieri popolari, dove è nato il fado, dove Amalia Rodrigues cantava il suo amore triste per Lisbona.

Le ripide viuzze di Bica sono talmente piene di gente che si fa fatica a camminare: se non amate i luoghi affollati, statene alla larga! In compenso, in qualunque posto vi troviate, non sarete mai troppo lontani da birra & sardine. Sgomitate fino a uno dei tanti bailaricos e danzate come matti al suono della musica pimba (il famigerato genere musicale dell’amatissimo Quim Barreiros, ovvero un pop-porno a base di ritornelli facili e sguaiatissime metafore sessuali).

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Santo António è chiamato anche casamenteiro, ovvero “quello dei matrimoni”. Popolarmente si crede che sia il protettore degli innamorati e degli sposi promessi – pare avesse una gran reputazione come consulente matrimoniale! Si intreccia con questa leggenda la tradizione delle sposine di Santo Antonio: per iniziativa del Municipio viene infatti celebrato in questo giorno, a spese della città, un matrimonio di gruppo per alcune giovani coppie che altrimenti non potrebbero permettersi una festa tale.

L’iniziativa cominciò nel 1958, quando 26 coppie si unirono in matrimonio nella chiesa di Santo António. La tradizione fu interrotta nel 1974 e ripresa trent’anni più tardi. L’anno scorso si sono sposate 16 coppie, di cui cinque in municipio e undici nella Sé, la cattedrale di Lisbona.

Davanti alla sua chiesa c’è una statua di Santo António: dice la leggenda che chi riesce a lanciare una monetina sopra il libro che il santo tiene tra le mani si sposerà entro l’anno. Giuro che ho visto una signora svuotarsi il borsellino finché non ha fatto centro 🙂

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Felici Feste!

Faccendiere finnico farà felici fantolini, falcando firmamento, ficcando furtivamente fagotti fino fermare fuoriuscita fumo focolari. Favorisce frollini, fiancheggianlo folletti. Fuoco, fiamme, forchette! Faranno figurone faraone farcite, fegatini fragranti, formaggi filanti, frittelle flambé. Fuori fa freddo, fioccano fiocchi, fermiamoci, finiamo faide; famiglia, film, fisarmoniche filodiffuse, filastrocche fischiettate, fiabe favellate, flanella, falpalà. Finché festeggiamo finimondo: fuori ferrivecchi, facciamo fioretti (farò fitness, forse), flettiamo flûtes, fluiscano fiumi frizzanti! Favoleggiano foruncolosa fattucchiera funambola faccia felici frugoletti, falsificando fossili. Filantropa facoltosa, finge frugalità. Fanfaluche? Folclore? Figuriamoci!

Ferie finiranno, fatalmente; fugaci, fameliche, faticose. Fremeremo fino Ferragosto. Frattanto, felicito fantastiche festività, foriere favolosi festeggiamenti, fiduciosa futuro facondo!

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Head Jaanipäeva! O, le notti bianche in Estonia

Press close bare-bosom’d night—press close magnetic nourishing night!

Night of south winds—night of the large few stars!
Still nodding night—mad naked summer night.

Smile O voluptuous cool-breath’d earth!
Earth of the slumbering and liquid trees!
Earth of departed sunset—earth of the mountains misty-topt!
Earth of the vitreous pour of the full moon just tinged with blue!
Earth of shine and dark mottling the tide of the river!
Earth of the limpid gray of clouds brighter and clearer for my sake!
Far-swooping elbow’d earth—rich apple-blossom’d earth!
Smile, for your lover comes.

Prodigal, you have given me love—therefore I to you give love!
O unspeakable passionate love.

(Walt Whitman, Song of Myself – Part 21)

Questi sono forse i miei versi preferiti di tutte le Foglie d’erba di Walt Whitman. Raccontano quelle notti d’estate in cui sembra che la natura ci avvolga nel suo abbraccio più sensuale, quando il vento caldo ci riscalda le braccia e le gambe nude. Il poeta chiama queste notti magnetiche e nutrienti; la terra voluttuosa; gli alberi liquidi e sonnecchiosi. Notti che andrebbero passate nel mezzo di un bosco di conifere, alla luce delle stelle, celebrando l’amore appassionato e ineffabile.

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Le notti d’estate al nord sono strane, corte e chiare. Ma questa che sta arrivando è la più speciale di tutti: è la notte di San Giovanni, che si festeggia tra il 23 e il 24 giugno. Che poi si chiama così – con le dovute varianti linguistiche – in quasi tutti i paesi, ma si celebra da molto prima dell’avvento del Cristianesimo. In moltissime culture la notte del solstizio d’estate è la più importante dell’anno, legata ai cicli dell’agricoltura e agli antichi riti pagani di fertilità.  Continua a leggere

Ad Atene con Ilias

atene, vista sull'acropoli

Atene, vista sull’Acropoli

Raccontami o Musa della culla del pensiero: quando ho detto a Ilias che a scuola avevo studiato il greco antico e i poemi omerici, le tragedie di Sofocle, Eschilo, Euripide, le commedie di Menandro, gli epigrammi di Callimaco, le liriche amorose di Saffo, la mitografia di Esiodo, la storiografia di Erodoto, decine di filosofi oltre ovviamente a Socrate, Platone, Aristotele… si è sorpreso non poco. Continua a leggere

Oslo, o del benessere

Le ragazze di Oslo

Il primo segnale è l’assenza degli applausi caciaroni all’atterraggio: un senso di calma e pacatezza aleggia tra i passeggeri del volo Milano-Oslo Rygge, mentre scendono dall’aereo e respirano a pieni polmoni l’aria pulita e frizzante del cielo blu di Norvegia. Benvenuti nella terra dei fiordi e dei salmoni, nel grande Paese dello stato sociale e delle aurore boreali!

Oggi è la festa nazionale norvegese: si festeggia la Costituzione, firmata il 17 maggio 1814, che dichiarò la Norvegia nazione indipendente. In modo totalmente casuale, l’anno scorso ci siamo trovati a sfilare per le strade di Oslo in occasione del bicentenario.

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